Quello che di Mancino nel 1992 al Viminale non si è voluto sapere…..

L’unica colpa di Nicola Mancino, di cui Piero Sansonetti ha giustamente lamentato l’imputazione di falsa testimonianza nel lunghissimo e per ciò stesso incredibile processo in corso a Palermo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi di 25 anni fa, è quella di essere diventata nel 1992 ministro dell’Interno al posto del suo collega di partito Vincenzo Scotti.

Lo divenne -hanno sospettato gli inquirenti palermitani della nomina di Mancino al Viminale -per ammorbidire la lotta alla mafia troppo tenacemente condotta dal suo predecessore, in funzione quindi di una trattativa con Cosa Nostra. Che aveva già ammazzato quell’anno l’eurodeputato democristiano Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, e il giudice antimafia per eccellenza Giovanni Falcone, saltato in aria con la moglie e la scorta nel tragitto stradale fra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo. E ciò mentre a Roma si cercava faticosamente di eleggere a Montecitorio il successore di Francesco Cossiga al Quirinale.

Fu falsa testimonianza nelle indagini, quella di Mancino, perché, visto che gli stessi inquirenti non lo hanno potuto incolpare delle trattative? Per non avere confermato evidentemente i loro sospetti ch’egli fosse stato mandato al Viminale dopo le elezioni del 1992 e la strage di Capaci per lasciare che altri facessero il lavoro sporco della ricerca di un accordo con la mafia: cosa che Scotti non avrebbe mai consentito. Ma Scotti aveva perso il suo posto solo per ragioni interne di partito, che gli inquirenti avrebbero potuto scoprire rileggendo le cronache politiche di quel periodo, senza scomodare nessun testimone, né di alto né di basso profilo.

Anche allora i retroscenisti si sprecavano tra i giornalisti e gli stessi politici. E fu proprio un politico, la buonanima di Marco Pannella, che aveva allora buoni rapporti col Quirinale, dove era appena riuscito a favorire l’arrivo di Oscar Luigi Scalfaro, ad avvertire il segretario socialista e amico Bettino Craxi di un curioso incontro appena svoltosi fra lo stesso Scalfaro, Scotti e il ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli.

Lo scenario politico concordato fra i vertici della Dc e del Psi prima delle elezioni prevedeva il ritorno a Palazzo Chigi di Craxi, che ne era stato bruscamente allontanato nel 1987 dall’allora segretario democristiano Ciriaco De Mita, nel frattempo sostituito da Arnaldo Forlani. Ma Craxi, già inviso ai comunisti e a buona parte della sinistra democristiana, era in difficoltà per i rumori giudiziari provenienti da Milano, dove se ne prevedeva o auspicava, secondo i gusti, il coinvolgimento nelle indagini su Tangentopoli. Scalfaro pertanto, pur essendo stato a suo tempo leale ministro dell’Interno di Craxi, aveva remore a conferirgli l’incarico di presidente del Consiglio, che nelle consultazioni per la formazione del nuovo governo i partiti della maggioranza uscente, e salvatasi nelle urne per il rotto della cuffia, si accingevano a chiedergli nelle consultazioni di rito.

Convocati al Quirinale per conferire sulla predisposizione di misure antimafia imposte dalla recrudescenza stragista del fenomeno criminale, Scotti e Martelli di loro iniziativa, come Pannella riferì a Craxi, o spinti dal presidente della Repubblica, come poi avrebbe detto Martelli, si avventurarono a parlare del nuovo governo. E Scalfaro ricavò, a torto o a ragione, la convinzione che i due fossero disposti a scambiarsi i posti di presidente e di vice presidente del Consiglio in un governo voglioso di ridurre le tensioni politiche, sino a guadagnarsi una benevola attesa dell’opposizione comunista.

Craxi, informato- ripeto- da Pannella, si affrettò a cercare Forlani per consultarlo. Il loro giudizio fu comune sulla stranezza, diciamo così, dell’incontro al Quirinale. E comune fu anche il proposito di non fargliela passare liscia ai due -Scotti e Martelli- che avevano quanto meno scavalcato tutti gli organi dei loro partiti offrendosi, o mostrandosi disponibili, ad una soluzione della crisi di governo diversa da quella concordata tra le loro rispettive formazioni politiche. Nacque così un problema di equilibri interni alla Dc, al Psi e alla maggioranza. La lotta alla mafia non c’entrava nulla, essendo tutti d’accordo che essa dovesse continuare.

Le consultazioni al Quirinale, allargate curiosamente all’allora capo della Procura di Milano, dal quale Scalfaro volle sapere quante probabilità ci fossero di un coinvolgimento di Craxi nell’inchiesta sul finanziamento illegale della politica, si conclusero con la forzata rinuncia del segretario socialista a rimanere in corsa per Palazzo Chigi. Dove lui stesso propose a Scalfaro, col consenso della Dc, di mandare Giuliano Amato, preferendolo “in ordine non solo alfabetico”- disse pubblicamente- ai colleghi di partito Gianni De Michelis e Martelli.

Quando si passò alla composizione della lista dei ministri, con le conseguenti trattative fra il presidente del Consiglio incaricato e i partiti della maggioranza, Scotti fu democristianamente -direi- punito con la formale promozione da ministro dell’Interno a ministro degli Esteri, ma con l’obbligo di rinunciare al seggio parlamentare per rispettare una incompatibilità appena decisa dal suo partito, desideroso di dare un segnale di cambiamento all’antipolitica accesa dalle vicende giudiziarie. E Scotti alla fine, per quanto già nominato, preferì il seggio alla Farnesina.

Per Martelli si stava ancora esaminando una destinazione diversa dal Ministero della Giustizia quando lo stesso Martelli, amichevolmente allertato da Amato, prese il coraggio a due mani e telefonò a Craxi. Il quale mi raccontò personalmente di avere ricevuto la richiesta di conferma al Ministero di via Arenula per “portare avanti -mi disse- il lavoro antimafia cominciato alla direzione generale degli affari penali da Giovanni”, cioè Falcone.

“Non me la sentii francamente di dirgli no”, mi raccontò Craxi, chiudendo il capitolo dell’incontro al Quirinale riferitogli da Pannella. E infatti Martelli fu confermato, sino a quando non fu costretto a dimettersi, l’anno dopo, per il coinvolgimento pure lui nelle indagini giudiziarie milanesi.

Ecco. Questa è la storia di quella maledetta primavera governativa del 1992: cioè la storia della disgrazia capitata al povero Mancino, già capogruppo della Dc al Senato, di diventare ministro dell’Interno E poi finire imputato di falsa testimonianza in un processo più lungo di quello storico contro la mafia per il quale tanto si era speso il povero Falcone.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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