Benvenuti nel pollaio del centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni

Siamo proprio sicuri che la frantumazione e la confusione in questa marcia di avvicinamento alle elezioni appartengano solo alla sinistra, incapace di presentarsi unita, nemmeno nelle forme e nei modi pasticciati dei tempi prodiani dell’Ulivo e dell’Unione? E non anche al centrodestra, che pure canta vittoria? Ed ha già vinto quell’assaggio di elezioni che è stato nel mese scorso il rinnovo del Consiglio regionale siciliano, dove tuttavia i seggi sono finiti per metà alla maggioranza e per l’altra metà alle opposizioni.

Non passa ormai giorno senza che nel pollaio del centrodestra non si debbano registrare divisioni e litigi. La situazione è stata descritta come meglio non si poteva su un giornale dove Silvio Berlusconi è tanto di casa da essere chiamato “l’amor nostro”. E’ naturalmente Il Foglio, fondato e tuttora ispirato da Giuliano Ferrara, già ministro dei rapporti col Parlamento nel primo dei governi di centrodestra, nell’ormai lontano 1994, e diretto da qualche tempo dal giovane Claudio Cerasa.

I cronisti e analisti “foglianti”, come amano loro stessi chiamarsi, sono intervenuti a gamba tesa sui “capricci” appena contestati pubblicamente da Berlusconi all’alleato, si fa per dire, Matteo Salvini sul terreno peraltro delicatissimo della giustizia, dove il garantismo del primo si scontra col giustizialismo del secondo, contrario ad ogni sconto di pena per un certo tipo di reati.

“Viene da pensare -hanno scritto i foglianti- che al fondo dei rapporti fra i due ci sia anzitutto una incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima. Salvini è il giovane dall’aria irritante che vuole fargli le scarpe, Berlusconi l’anziano leader che non sopporta il ragazzino maleducato”. Col quale tuttavia l’ex presidente del Consiglio dovrà non solo concordare un programma, per quanto vada dicendo da mesi che esso è già pronto, ma anche o soprattutto dividere le candidature della coalizione nei collegi uninominali della Camera e del Senato, che si trascineranno appresso i seggi ancora più numerosi della quota proporzionale.

Più i due si incontrano, peraltro di rado, più si parlano al telefono, più di frequente o meno di rado, come preferite, meno si comprendono. E ciò comincia peraltro ad accadere anche fra Salvini e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, alla quale il segretario leghista sottrae appena può pezzi e uomini della vecchia destra post-missina con operazioni destinate a lasciare il segno, al di là dell’indifferenza e persino del compiacimento a parole dell’ex ministra della Gioventù. Che cerca si scherzare sui “fondoschiena” necessari anche ai vari Francesco Storace e Gianni Alemanno per rimanere o tornare a sedersi sulle sedie del potere e del sottopotere politico.

Al di fuori di una loro, ripeto, “incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima”, al Foglio non riescono a spiegarsi “come sia possibile che Berlusconi e Salvini stiano cercando di far naufragare un’alleanza già benedetta da tutti i loro colonnelli”, impegnati in periferia a cercare e a stringere intese. Ma forse in quel “tutti” dei foglianti c’è un tantino di esagerazione.

Al contenzioso già consistente fra “i due”, come li chiamano al Foglio, si è aggiunta nelle ultime ore l’apertura di Berlusconi, rifiutata da Salvini, ad una prosecuzione del governo uscente di Paolo Gentiloni dopo le elezioni di marzo, se queste dovessero produrre un risultato sterile, senza che nessuno da solo o in compagnia riesca poi a racimolare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

La proroga di Gentiloni dovrà durare per tutto il tempo che sarà necessario per fare nuove elezioni: un tempo però che nessuno è costituzionalmente in grado di fissare all’unico soggetto che dispone del potere di rimandare gli elettori alle urne sciogliendo le Camere: il presidente della Repubblica.

Lo stesso Berlusconi d’altronde sperimentò personalmente la forza nel 1995 la forza delle prerogative presidenziali, quando cadde il suo primo governo e reclamò anticipazioni anticipate che l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro concesse solo dopo un anno, sostituendolo nel frattempo a Palazzo Chigi con Lamberto Dini.

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