La ritirata pretestuosa, a sinistra e a destra, di Pisapia e di Alfano

In comune hanno il carattere pretestuoso le due rinunce di segno politico opposto che sono calate nelle cronache politiche delle ultime ventiquattro ore: quelle di Giuliano Pisapia a sinistra e di Angelino Alfano, non so se più a destra o al centro. Entrambi  erano arrivati ad un palmo dall’apparentamento elettorale col Pd di Matteo Renzi, prima di schiantarsi contro la paura. Vale per l’uno e per l’altro quel che il grande Alessandro Manzoni mise in bocca al suo don Abbondio nei Promessi sposi. Il coraggio uno non se le può dare, se non lo ha.

Nè Pisapia né Alfano hanno avuto il coraggio di resistere sino in fondo a chi li accusava da sinistra e da destra di fare da “stampella” a Matteo Renzi affrontando insieme  a lui la campagna elettorale del 2018, ma in realtà in corso già da un annetto, per il rinnovo delle Camere.

Dei due, tuttavia, Alfano il coraggio lo ha un po’ ritrovato nell’ammettere la paura provata sulla strada dell’intesa: quando ha accompagnato l’annuncio della rinuncia a ricandidarsi sia al Parlamento sia al governo attribuendone la ragione “anche” agli “attacchi ingiusti” ricevuti. Come quello appena ripetutogli sul giornale della famiglia Berlusconi dal direttore Alessandro Sallusti di avere fatto del suo originario e conclamato “Nuovo Centro Destra il più vecchio e sinistrorso partito della legislatura” arrivata agli sgoccioli. Che è stato  ed è in effetti un giudizio infondato, sfacciatamente di parte, utile forse solo a far dire poi a Sallusti, di fronte alla resa di Alfano, che ora Berlusconi può pure riaprire le porte di casa agli amici e seguaci del ministro uscente degli Esteri, divisi tra la fedeltà allo stesso Alfano e l’attrazione di una Forza Italia in ripresa elettorale: si vedrà in che misura.

In realtà, Alfano quattro anni fa, rimanendo nel governo di Enrico Letta dopo che Berlusconi ne aveva praticamente ordinato l’abbandono, aveva avuto solo il torto di prendere sul serio lo stesso Berlusconi. Che sino al giorno prima aveva teorizzato o riconosciuto la necessità di non confondere i suoi problemi giudiziari, diventati nel frattempo anche istituzionali con la pur controversa decadenza da senatore, e quelli del governo delle cosiddette larghe intese da lui stesso voluto e negoziato qualche mese prima.

Il carattere pretestuoso della rinuncia di Pisapia, a sinistra, è di una evidenza persino disarmante con quella sua protesta contro la presunta rinuncia, a sua volta, di Renzi all’approvazione della legge del cosiddetto “ius soli” nei pochi giorni ormai che restano della legislatura al Senato, a vantaggio della legge sul cosiddetto “fine vita” dignitoso per i malati terminali.

Pisapia, che pure è un avvocato di lunghissimo corso, e non un marziano sbarcato da poco sulla terra, ha curiosamente deciso di classificare il fine vita a destra, che pure lo contrasta in Parlamento, e a sinistra lo ius soli. Che consentirebbe ai figli nati in Italia da immigrati di accedere a un diritto che già hanno di loro: la possibilità di ottenere a 18 anni la cittadinanza tricolore.

La distratta commemorazione di Enzo Bettiza al Senato presieduto da Grasso

A poco più di 4 mesi dalla scomparsa, il Senato ha voluto ricordare in aula Enzo Bettiza. Che la frequento’ diligentemente dal 1976 al 1979, prima di passare più lungamente al Parlamento europeo di Strasburgo. Fu una legislatura breve ma intensa, e persino drammatica, contrassegnata dalla stagione politica della “solidarietà nazionale”, dal sequestro e assassinio di Aldo Moro e dall’elezione al Quirinale di Sandro Pertini. Cui tocco’ di partecipare più a funerali di vittime del terrorismo che a feste della Repubblica.

Quanto fortunata è stata la decisione di commemorare Bettiza, tanto sfortunato è  stato il clima ambientale della celebrazione. Che si è svolta in un’aula a dir poco distratta e vociante, persino ilare in alcuni momenti, nonostante la serietà della discussione e persino degli argomenti che forse distraevano i senatori, alle prese con pensieri e preoccupazioni di fine legislatura per le candidature. E nonostante gli interventi di altissimo livello politico e culturale pronunciati, per esempio, dal capogruppo del Pd Luigi Zanda e da Luigi Compagna, che di Bettiza sono stati amici, e non solo lettori ed estimatori.

Il presidente Pietro Grasso, da qualche giorno oberato anche degli impegni e delle preoccupazioni di capo del cartello elettorale dei “Liberi e uguali”, ha solo una volta scampanellato lievemente per chiedere  ordine a attenzione ai senatori chiacchieranti, senza ottenere ne’ l’uno né l’altra.

Peccato. Lo scrivo da amico, certo, di Bettiza e di chi lo ha voluto celebrare, ma anche da ormai vecchio cronista parlamentare. Che ne ha viste tante, tra Montecitorio e Palazzo Madama, ma si sarebbe risparmiato volentieri anche questa delusione.

L’accaduto è forse anche colpa del clima di confusione persino istituzionale in cui si sta andando alle elezioni, espresso causticamente sulla Stampa da Sergio Staino con una vignetta paradossale sul Pd tentato dal candidare Mattarella, visto che altri sono ricorsi a Grasso.

La farsa istituzionale della corsa alle liste elettorali del 2018

Ancora una volta la vignetta supera l’editoriale. Ed ancora una volta la mano felice del vignettista è quella di Sergio Staino, che ha saputo rappresentare come meglio non si poteva la farsa istituzionale che si sta consumando nella corsa alle prossime elezioni politiche.

Portato molto opportunamente dall’interno, dove abitualmente compaiono i suoi disegni, sulla prima pagina de La Stampa, l’ex e ultimo direttore dell’Unità purtroppo scomparsa dalle edicole ha fatto prospettare al suo Bobo l’idea paradossale di candidare alle prossime elezioni come portabandiera del Pd il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sarebbe la contromisura dell’ancora maggiore partito della sinistra di fronte alla decisione già presa dal presidente del Senato Pietro Grasso di capeggiare le liste elettorali antirenziane di “Liberi e uguali”. Così infatti hanno deciso di chiamarsi compagni, amici ed estimatori di Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Pippo Civati, nell’ordine della loro notorietà e lunghezza di carriera politica.

Ma la contromisura varrebbe anche di fronte alla tentazione attribuita da Staino alla presidente della Camera Laura Boldrini di unirsi elettoralmente -solo elettoralmente, per carità- all’ammogliatissimo Grasso. Eppure la signora di Montecitorio, forse anche perché preceduta nei tempi dal presidente del Senato per via dei suoi impegni con la sessione di bilancio in corso alla Camera, è sembrata ancora indecisa a qualcuno che le ha parlato.  

 Penso che Mattarella sia stato il primo a sorridere della vignetta  di Staino, augurandosi di continuare a stare bene in salute e di non essere impegnato troppo a lungo in missioni all’estero: circostanze nelle quali scatterebbe la supplenza quirinalizia di Grasso come seconda carica dello Stato.

Una dimostrazione fisica degli effetti di questa che insisto a considerare, al di là delle intenzioni degli interessati, una farsa istituzionale l’ho colta seguendo dalla tribuna stampa di Palazzo Madama la commemorazione di Enzo Bettiza, già senatore della Repubblica e poi parlamentare europeo, morto a 90 anni nello scorso mese di luglio.

Per quanto di altissimo profilo politico e culturale, specie negli interventi del capogruppo del Pd Luigi Zanda e di quell’irriducibile liberale che considero Luigi Compagna, entrambi amici oltre che estimatori del mio carissimo Enzo, la celebrazione si è svolta in un’aula francamente disattenta e vociante come quella di una scolaresca indisciplinata. Dove tutti mostravano di avere ben altro -di natura prevedibilmente elettorale- cui pensare e di cui parlare fra di loro, a cominciare purtroppo da chi presiedeva la seduta. Che era proprio Grasso, costretto per il ruolo che ha deciso volontariamente e orgogliosamente di assumere a pensare continuamente al risultato che potrà raccogliere nelle urne fra qualche mese con i suoi “liberi e uguali”. Ho contato un solo ricorso del presidente alla campanella di ordinanza per richiamare l’uditorio al silenzio. Che era poi anche rispetto per uno scrittore che ha onorato la politica e la cultura europea, oltre che italiana.

L’addio urticante e allusivo della Santanchè a Forza Italia

E’ proprio vero che il diavolo si nasconde nei dettagli. Come quello di una domanda galeotta di Paola Sacchi, del Dubbio, a Daniela Santanchè fresca di rientro nella “casa madre” della destra, come la stessa parlamentare ex forzista ha definito la famiglia dei Fratelli d’Italia guidata da Giorgia Meloni.

Perché Silvio Berlusconi si è lasciata scappare una come lei?, le ha chiesto la giornalista. “Beh, questo dovrebbe chiederlo a Berlusconi, non a me. Io credo di averlo motivato in quello che sento dentro di me”, ha risposto testualmente la deputata. Che così ha smentito quella parolaccia -“stronzate”- opposta a un altro giornalista, de La Stampa, che le aveva chiesto il giorno prima, al congresso triestino dei Fratelli d’Italia, se e quali problemi avesse avuto all’interno di Forza Italia per uscirne.

Su quali e quanti siano i problemi della Santanchè lasciatisi alle spalle nel partito di Berlusconi, il mistero naturalmente resta. Ma non è escluso che prima o dopo la stessa Santanchè si decida a svelarli, chiamando magari per nome e cognome persone e cose, come d’altronde è nel suo stile.

In attesa delle sue rivelazioni, c’è da prendere per buono l’impegno della Santanché a vigilare a destra perché dopo le elezioni Berlusconi o altri non tornino a fare accordi col Pd di Renzi. E anche a sostenere la candidatura di una donna finalmente a Palazzo Chigi, dopo il fallimento della sua corsa, nel 2006, alla luce e al calore della Fiamma tricolore allora custodita da Francesco Storace, adesso però approdato con Gianni Alemanno nella Lega di Matteo Salvini. Troppe cose forse si muovono e cambiano in questo centrodestra pur in testa ai sondaggi elettorali, grazie alla confusione maggiore che esiste a sinistra.

Vauro traduce in vignetta il Grasso “prestanome” indicato da Macaluso

Senza voler togliere nulla alla bravura e alla simpatia di Vauro Senesi, ho colto l’involontario zampino del nostro comune amico Emanuele Macaluso nella vignetta ch’egli ha dedicato all’ascesa di Pietro Grasso, acclamato domenica dai militanti della nuova sinistra antirenziana capo di Liberi e uguali. Che esordiranno elettoralmente fra qualche mese.

La vignetta è stata pubblicata sul Fatto Quotidiano, dove i sentimenti verso Grasso sono, diciamo così, opposti. Da una parte il direttore di quel giornale ne apprezza l’antirenzismo, dall’altra non riesce ancora a perdonargli di essere arrivato a suo tempo alla guida della Procura Nazionale Antimafia grazie ad una legge improvvisata dall’allora maggioranza di centrodestra per precludere la carica a Giancarlo Caselli con espedienti anagrafici.

Vauro ha messo nelle mani di un entusiasta militante di sinistra un cartello inneggiante al nuovo capo, scambiato però per il grasso, al minuscolo, più celebre in questi giorni per i suoi missili nucleari: il dittatore nordcoreano, e comunista, Kim Jong-un. Di cui alla Casa Bianca il presidente Trump non vede l’ora di ordinare l’annientamento con i missili americani.

Al malcapitato militante italiano tocca di incrociare per strada non un missile ma un trasecolato pedone Massimo D’Alema, che gli rimprovera l’equivoco e gli spiega che il Grasso da festeggiare è quello con la maiuscola, che ora divide il suo tempo fra i doveri della seconda carica istituzionale della Repubblica e quelli dell’opposizione a Renzi, ed anche al governo di Paolo Gentiloni.

La vignetta di Vauro rappresenta come meglio non si potrebbe lo scenario denunciato da Macaluso nel suo commento digitale all’avventura del pur amico Grasso, da lui molto stimato negli anni in cui faceva il magistrato.

In particolare, dall’alto dei suoi 93 anni e mezzo abbondanti Macaluso ha contestato l’ingenuità di Grasso di ritenere che a 73 anni, quanti gliene ha attribuito togliendogli i 25 giorni che ancora mancano alla scadenza anagrafica, possa essere o diventare davvero un capo politico. Egli si è più semplicemente adattato al ruolo di “prestanome”: di D’Alema, quello appunto della vignetta di Vauro, più ancora dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che cinque anni fa portò l’ex magistrato in politica candidandolo al Senato nelle liste blindatissime del cosiddetto Porcellum.

Chi ha davvero cercato di “comprare” Pietro Grasso ?

Pur se Pietro Grasso non lo ha detto nel discorso di avvento, con la minuscola,  alla guida del nuovo movimento della sinistra italiana nella prima domenica liturgica  dell’Avvento, con la maiuscola, il solito Fatto Quotidiano glielo ha messo quasi in bocca col titolo di prima pagina in cui si parla di un Pd che “voleva comprarlo”. Cioè corromperlo perché non gli si mettesse contro.  E a quale prezzo? Offrendogli quali “posti”, sempre nella traduzione travagliesca -da Travaglio- delle parole del presidente del Senato?

Al prezzo di alcuni “seggi sicuri”, ha detto Grasso, quello autentico, parlando naturalmente di seggi parlamentari e di relative candidature fra cui scegliere: quelle giornalisticamente definite blindate, come capitò ad un altro magistrato famoso, Antonio Di Pietro. Che fu candidato al Senato nel 1997 al Mugello dai post-comunisti, pur non essendo lui certamente di sinistra. Roba vecchia, d’accordo, ma sempre buona a ricordarsi e a ricordare.

Pure Grasso, d’altronde, è approdato dalla magistratura alla politica senza i rischi di una vera competizione, contendendo davvero il seggio a qualche temibile concorrente. Non fu certamente corruzione quella esercitata sull’ex magistrato dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani offrendogli cinque anni fa, proprio di questi tempi, una candidatura senatoriale. Che era in quel momento non blindata ma blindatissima, essendo in vigore il sistema  delle liste bloccate instaurato con una legge  elettorale passata giustamente alla storia col nome di Porcellum, per la cui traduzione in italiano non occorre una laurea in lettere.

Circostanze politiche, credo, irripetibili consentirono poi a Bersani di giocare la carta di Grasso anche per la presidenza del Senato, all’inizio della legislatura e all’inseguimento di un aiuto o aiutino dei grillini nella costruzione di un governo “di minoranza e di combattimento”. Fino a quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non si spazientì e non tolse al segretario del Pd quello che si scoprì solo allora essere stato non un incarico, ma un pre-incarico a presidente del Consiglio.

Poi le cose, fuori e dentro il Pd, andarono come andarono, sino alla scissione a sinistra consumata dallo stesso Bersani, col quale Grasso si è ricongiunto mettendosi alla testa di Liberi e uguali, , senza tuttavia lasciare, oltre al Pd, la presidenza del Senato.

Sul piano strettamente personale Grasso si è comportato con Bersani con lealtà e fedeltà rare in politica. Ma sul piano istituzionale il discorso è diverso perché la neutralità imposta al presidente di un’assemblea legislativa in qualche modo ne soffre. Grasso e i suoi amici hanno ragione a ricordare l’immutato impegno politico di alcuni presidenti della Camera succedutisi nella prima e nella seconda Repubblica. Ma al presidente del Senato è richiesto qualcosa in più dal ruolo di capo supplente dello Stato che la Costituzione gli assegna in caso di necessità.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Tornata nella “casa madre” di destra, la Santa prenota il soprannome di papessa

Di un Papa che muore si dice che torni alla “casa del padre”, come ricorderanno bene i fedeli che seguirono in Piazza San Pietro l’agonia di Giovanni Paolo II apprendendo appunto con queste parole l’annuncio della dipartita.

Di lei invece ancora fortunatamente in vita, e in buona salute, la deputata ormai ex forzista Daniela Santanchè ha detto di essere tornata alla “casa madre” presentandosi al congresso nazionale dei Fratelli d’Italia, a Trieste. Dove, seduta in prima fila, è stata salutata da Giorgia Meloni col ricordo del “coraggioso” sostegno da lei ricevuto nella sfortunata corsa al Campidoglio, quando Silvio Berlusconi preferì invece puntare prima su Guido Bertolaso e poi su Alfio Marchini, finendo così per facilitare la vittoria della grillina Virginia Raggi nel ballottaggio col piddino Roberto Giachetti.

Il ricordo di quel sostegno nel primo turno, tanto generoso quanto inutile, ha consentito a Giorgia Meloni di strappare a favore della Santanchè un applauso di benvenuto che forse da sola la signora non avrebbe avuto se si fosse presentata sul palco a parlare, anche se ha sprezzantemente liquidato come “stronzate” le voci corse sui rischi di essere fischiata. Sembra infatti che molti a Trieste non volessero perdonare alla Santanchè di avere impiegato tanto a tornare a casa, e di essersene a suo tempo andata troppo presto, peraltro prima come antagonista di Silvio Berlusconi, candidata a Palazzo Chigi da Francesco Storace, e poi come sua fedelissima.

Non vorrei che con questa storia del ritorno alla “casa madre”, visto che i Papi tornano da morti alla casa del padre, Daniela Santanchè si guadagnasse un altro soprannome: quello di papessa, dopo quelli di pitonessa e di Santa, fortunato abbreviativo del cognome guadagnatosi sposandone  a suo tempo, prima naturalmente di separarsene, il titolare anagrafico

Il misterioso, ma non troppo, mercato politico denunciato da Pietro Grasso

Uno legge i titoli di prima pagina dei giornali sull’avvento, al minuscolo, di Pietro Grasso a capo del nuovo partito antirenzista di sinistra nella prima domenica di Avvento, al maiuscolo, e si chiede che cosa mai abbia potuto promettere o far promettere il segretario del Pd al presidente del Senato per non farlo correre alle elezioni contro di lui.

“Mi hanno offerto posti”, ha fatto dire a Grasso, sintetizzando le sue parole allusive, Il Fatto Quotidiano di Marco Travagli. Che lo ha così promosso finalmente al ruolo dell’incorruttibile, dopo averlo messo in croce per avere usato a suo tempo una legge del centrodestra studiata apposta contro Giancarlo Caselli nella corsa al posto di capo della Procura nazionale antimafia.

“Il Pd mi ha offerto di tutto”, ha fatto dire invece a Grasso, sempre con un titolo di prima pagina, il Quotidiano Nazionale che raggruppa le storiche testate della Nazione, del Resto del Carlino e del Giorno, in ordine geografico salendo dalla Toscana alla Lombardia. Di tutto, in che senso?

“Mi hanno offerto seggi sicuri, ma questi calcoli non fanno per me”, ha fatto invece raccontare a Grasso in una sintesi virgolettata, sempre in prima pagina, ma non nel rango di un titolo, la Repubblica. Dove hanno per fortuna trovato il modo e il tempo di fare il giornale in una domenica terremotata dallo scontro a distanza fra l’editore Carlo De Benedetti e il fondatore Eugenio Scalfari. Che è stato addirittura accusato dall’ingegnere di danneggiare molto nelle edicole  il già sofferente quotidiano con le sue aperture politiche a Silvio Berlusconi: aperture sopravvissute a tutte le precisazioni che lo stesso Scalfari ha dovuto fare per iscritto e a parole. E ciò anche a costo di incorrere nelle impietose imitazioni di Maurizio Crozza, ormai  a corto di ispirazioni dopo che Pier Luigi Bersani, suo vecchio e fortunato bersaglio, è riuscito a imitarsi da solo divertendo il pubblico dei salotti televisivi dove è ormai di casa.

I seggi sicuri offerti a Grasso dal Pd per trattenerlo, prima e dopo ch’egli ne aveva lasciato polemicamente il gruppo tenendosi però ben stretta la presidenza del Senato, non possono tuttavia considerarsi una novità né nel mercato politico, in generale, né nel caso dell’ex magistrato, in particolare.

Grasso arrivò a Palazzo Madama nel 2013, reduce da una lunga carriera giudiziaria, non già mettendosi in concorrenza con chissà quali e quanti candidati al Parlamento. A volerne l’elezione fu l’allora segretario del Pd Bersani iscrivendolo al posto giusto nella lista giusta, rigorosamente bloccata nella logica e nella struttura di una legge elettorale non a caso passata alla storia col poco commendevole nome di Porcellum, comprensibile anche a chi non ha studiato il latino.

Lo sventurato Pietro Grasso allora rispose, come la celebre suora di Monza nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Egli non ha invece voluto rispondere a Renzi e ai suoi “bravi”, sempre per rimanere nell’orto manzoniano. Ma ha preferito continuare a rispondere a Bersani, che lo ha fortemente voluto come portabandiera dei Liberi e uguali, convinto che ci stesse “da dio”, con la minuscola. E nella speranza che ora lo aiuti quello con la maiuscola, non sembrando francamente sufficiente la forza degli scissionisti del Pd e dintorni a sostenere le ambizioni del presidente del Senato e di quelli che ne hanno applaudito l’arrivo , anzi l’avvento, mescolandosi furbescamente con la  platea.

Pietro Grasso ha festeggiato da capo politico la prima domenica d’Avvento

Grazie alla segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, la cui manifestazione di protesta  contro il governo ha fatto slittare di un giorno l’assemblea fondatrice di una nuova sinistra, il presidente del Senato Pietro Grasso ha potuto assumerne la guida nella prima domenica di Avvento. Che per un credente, quale lui è, dovrebbe suonargli come un augurio.

Si tratta tuttavia di una sinistra atipica. Che non ha voluto neppure chiamarsi così  perché le vecchie categorie politiche sono ormai superate, come ha spiegato qualche giorno fa Massimo D’Alema. Che pure è uscito dal Pd con i suoi compagni non ritenendolo più a sinistra con la guida di Matteo Renzi.

La nuova sinistra che ha voluto consegnarsi a Pietro Grasso preferisce chiamarsi Liberi e uguali. Neppure il termine “progressisti” perorato da D’Alema -sempre lui- è stato considerato idoneo a rappresentare compiutamente questo popolo al quale Grasso ha offerto, nel suo discorso di insediamento,”una casa”, avendo perduto quella frequentata per tanto tempo o non avendone mai avuta alcuna, specie se giovani, e non quindi astensionisti incalliti, come sono diventati in tanti da una decina d’anni a questa parte.

Evidentemente anche la categoria dei progressisti ha perso valore, per quanto Grasso ne abbia parlato nel suo discorso. Probabilmente il ricorso della sconfitta rimediata nel 1994 da Achille Occhetto, nello scontro elettorale con Silvio Berlusconi, alla testa di un cartello appunto di progressisti ha sconsigliato di insistervi.

Sul piano dei rapporti personali Grasso ha compiuto una scelta  che potrebbe pure fargli onore. Portato in politica cinque anni fa dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che volle candidarlo al Senato in qualche modo onorando la sua lunga carriera di magistrato, appena conclusa col pensionamento, Grasso non ha voluto rimanere nel Pd dopo che Bersani ne era uscito. E si è dimesso dal relativo gruppo parlamentare di recente, con forti dichiarazioni di dissenso dal partito come è stato politicamente ridotto, diciamo così, da Renzi. E a Bersani egli ha nuovamente obbedito assumendo la guida del nuovo movimento, comprensivo ora anche dei vendoliani e dei compagni di Giuseppe Civati, dopo che il suo sponsor aveva proclamato che in questa nuova collocazione il presidente del Senato ci sarebbe stato “da Dio”. La maiuscola è mia, essendo stata preferita la minuscola dai collaboratori dell’ex segretario del Pd, rigorosamente laici o non credenti, diffondendone le dichiarazioni.

La fedeltà è sempre apprezzabile. E non può essere liquidata cinicamente come il sentimento solo dei cani.

Ma il discorso si fa diverso sul piano istituzionale. Appena arrivato al Senato, nella confusione dell’avvio di questa legislatura finalmente agli sgoccioli, Grasso ne divenne anche il presidente, designato ma non nominato e tanto meno eletto da Bersani, che peraltro sedeva e siede alla Camera. Fu eletto col concorso di altri gruppi parlamentari, e non solo di quello del Pd. Che poi, una volta consumatasi la scissione, non è per niente passato con armi e bagagli a quello  composto dagli scissionisti.

Da presidente del Senato, Grasso avrebbe dovuto pertanto avvertire la sensibilità di lasciare anche il vertice di Palazzo Madama, una volta dimessosi dal partito e gruppo di appartenenza, specie dopo che gli scissionisti sono anche passati all’opposizione del governo.

Da questo orecchio Grasso, che pure è anche   preposto costituzionalmente al ruolo di presidente supplente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura, non ha voluto sentire. E ha ritenuto di chiudere la partita, nel discorso di avvento alla guida di Liberi e uguali, dicendo che la neutralità dovuta dai vertici istituzionali non può togliere loro “la parola”, e tanto meno il pensiero.

Non è, francamente, un argomento molto forte, anche se tale è apparso all’interessato e ai suoi amici, o compagni. Qui non sono in gioco solo le parole e i pensieri. E’ in gioco la credibilità di un ruolo istituzionale. Che quanto più è alto, tanti più sacrifici comporta. Non mi sembra che il presidente del Senato, rimanendo dov’è anche dopo la sua scelta tutta di parte, abbia fatto sacrificio alcuno.

Scontro su Berlusconi e Renzi fra De Benedetti e Scalfari

Ospite, diciamo così, della concorrenza costituita dal Corriere della Sera, Carlo De Benedetti ha liquidato, pur non licenziandolo, Eugenio Scalfari per le sue aperture recenti e ripetute a Silvio Berlusconi. Che avrebbero peraltro molto “nuociuto” alla sua Repubblica di carta proprio all’inizio di una costosa campagna di rilancio, di cui la famiglia dell’ingegnere sta naturalmente pagando le spese come maggiore azionista del gruppo editoriale cui appartengono adesso anche La Stampa e Il Secolo XIX.

Di Scalfari, in particolare, De Benedetti ha lamentato la pur incolpevole età avanzata, più della sua, la “vanità”, il desiderio di “riconquistare la scena”, la morale dal “modo assai cangiante” che ha “predicato” per tutta la vita ed altro ancora. Solo così il capo della famiglia ormai editrice di Repubblica si è spiegato il cambiamento di umore e di giudizio di Scalfari su un Berlusconi  “imprudente e grottesco”, condannato per corruzione e frode fiscale e riducibile, nella migliore delle ipotesi, ad un “abito in disuso”. Nelle cui tasche si può trovare un biglietto del tram già obliterato che non si capisce bene, dalle parole dell’ingegnere, se dimenticato dall’uomo di Arcore o lasciato lì apposta per essere fraudolentemente riadoperato.

Di Berlusconi, contemporaneamente trattato nell’abituale appuntamento domenicale con i lettori, quasi sapesse dell’intervista di De Benedetti in uscita sul Corriere della Sera, Scalfari ha scritto con apparente rassegnazione che “è un appestato, politicamente e giudiziariamente parlando”. “In realtà- ha aggiunto grillinamente- appestati sono tutti, ma lui lo è al massimo grado. Senonchè, la destra da lui in gran parte rappresentata raccoglie la maggioranza dei voti”, per cui la “governabilità” del Paese impone di tenerne conto, e persino di accordarvisi in funzione antipopulista, purché Berlusconi dopo le elezioni rompa col populista che ha in casa, cioè Matteo Salvini, per stipulare col Pd di Matteo Renzi un altro, più stringente e trasparente patto del Nazareno.

Proprio su Renzi si è consumata un’altra rottura fra De Benedetti e Scalfari: il primo essendone tanto “deluso” da preferire la scheda bianca, piuttosto che tornare a votarne il partito la prossima volta, escludendo di potere contribuire alla “ridicola avventura” elettorale e politica di Massimo D’Alema, il secondo convinto invece che il Pd sia ancora votabile, nonostante gli errori certamente commessi dal suo segretario, ma sempre inferiori a quelli degli altri che pascolano a sinistra.

C’è tuttavia una contraddizione alla quale non è riuscito a sottrarsi De Benedetti parlando di Renzi: quando ne ha riconosciuto un certo “populismo intelligente”, che spesso lo porta a imitare o addirittura a inseguire Grillo, lamentando però che esso sia “privo di pensiero e di progetto”.

Beh, questa storia del populismo “intelligente” e al tempo spesso “privo di pensiero” non torna, francamente. Qualcosa o qualcuno privo di pensiero non può essere al tempo stesso intelligente. Siamo all’ossimoro, o giù di lì.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime stilettate fra Scalfari e De Benedetti su Berlusconi e Renzi

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