La “solitudine angosciosa” di Mattarella alle prese con Paolo Savona…(rola)

            Già di nome, anzi di cognome, gli assomiglia. Paolo Savona, 82 anni da compiere il 6 ottobre, economista, ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi, col quale aveva già collaborato alla Banca d’Italia ai tempi di Guido Carli, è pericolosamente sulle orme del più famoso Girolamo Savonarola: il frate domenicano, come più di un secolo dopo a Roma Giordano Bruno, che fu prima scomunicato  e poi impiccato e bruciato a Firenze per eresia il 23 maggio 1498.

            L’eresia contestata a Paolo Savona è di natura politica. Egli non sarebbe europeista. O non lo sarebbe abbastanza, almeno “rispetto all’ortodossia dell’Unione Europea”, ha precisato -bontà sua- il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda riferendo dei dubbi e della sorpresa del presidente della Repubblica dopo un improvviso “incontro informale e interlocutorio”, cioè “più male che bene”, avuto col presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte. Che era reduce, a sua volta, da un incontro avuto a Montecitorio con Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i leader dei due partiti della costituenda maggioranza grillino-leghista, o legastellata, come preferiscono chiamarla quelli del Carroccio nonostante abbiano raccolto nelle urne meno voti.

            I dioscuri gialloverdi avevano concordemente confermato al professore e avvocato Conte la designazione di Savona a ministro dell’Economia, avvertendolo dei rischi, in caso di mancata nomina, di una riapertura della crisi di governo e, inevitabilmente, della ripresa della corsa verso le elezioni anticipate. Che a questo punto sarebbero destinate a svolgersi all’insegna di una maggiore insofferenza verso “l’ortodossia dell’Unione Europea”, per tornare alla prosa di Marzio Breda. E con risultati forse ancora più favorevoli del 4 marzo scorso al Movimento delle 5 stelle e al centrodestra, dove Salvini rientrerebbe, convinto com’è, del resto, di non esserne mai uscito, avendogli a suo tempo Silvio Berlusconi permesso di trattare con i  grillini, pur disprezzati dal Cavaliere con parole e sentimenti del tutto ricambiati.

          Dicevo dei dubbi e della sorpresa procurati al presidente della Repubblica dall’incontro con Conte. I dubbi sono quelli coltivati da Sergio Mattarella a carico del professor Savona anche alla luce delle turbolenze dei mercati finanziari, come se l’ulteriore aumento dello spread, cioè del differenziale fra i titoli di Stato tedeschi e italiani, spiccato oltre i 200 punti, con tutti i rischi conseguenti,  fossero colpa dell’economista sardo e non, più in generale, del “contratto” di governo stipulato fra grillini e leghisti.

           La sorpresa di Mattarella è quella di avere avvertito nelle parole di Conte una minore diffidenza, se non proprio un’apertura a Savona, di cui invece il presidente incaricato nel precedente incontro aveva mostrato di avere paura quanto il capo dello Stato, parlandone come di una possibile “mina vagante” nei rapporti con Bruxelles, ma soprattutto con Berlino. Dove Savona ritiene che non si sia persa la vecchia abitudine o tentazione di comandare, più che di collaborare. E’ una preoccupazione, quella dell’economista, d’altronde ricambiata dai tedeschi con la diffidenza verso la pretesa abitudine degli italiani di indebitarsi e di prendersela comoda, come stanno scrivendo in questi giorni i giornali d’oltralpe.

            Il quirinalista del Corriere della Sera ha riferito di una “angosciosa solitudine” nella quale si sentirebbe il presidente della Repubblica. Che da solo, in effetti, è stato in pratica lasciato da Conte a decidere se continuare a negare la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, anche a costo di fare riprecipitare la crisi -ripeto- verso le elezioni anticipate, o fare buon viso a cattivo gioco, almeno per lui, e per come ha voluto mettere le cose, scommettendo sulla sponda del presidente incaricato. E dimenticando, come gli ha ricordato il vecchio e saggio Emanuele Macaluso, che il rapporto con l’Unione Europea non lo decide il pur importante e presunto eretico o scettico ministro dell’Economia, ma “il governo e chi lo guida”.

           Ma Mattarella  si fida, o si fida ancora, di Conte dopo avergli dato l’incarico? Questo forse è  adesso il punto, al di là delle dispute e dei comunicati sulle prerogative costituzionali dei presidenti della Repubblica e del Consiglio e dei “diktat” che possono più o meno sembrare, all’uno o all’altro, o a entrambi, le proposte e le richieste dei partiti vincolatisi con un “contratto di governo del cambiamento”. Ripeto: cambiamento.

           

Da Scelba a Conte: cinque gli avvocati alla presidenza del Consiglio dei Ministri

Per quanto possa sembrare strano, considerando la diffusione della professione forense fra i politici passati come deputati e senatori nelle aule parlamentari durante le 18 legislature repubblicane, quello che sta per insediarsi a Palazzo Chigi è solo il quinto degli avvocati succedutisi alla guida dei governi del secondo dopoguerra. Ma è il primo ad essersi orgogliosamente dichiarato “avvocato difensore del popolo italiano”, immaginando un processo nel quale tanto polemicamente quanto rapidamente l’ex segretario del Pd Matteo Renzi dai banchi dell’opposizione si è proposto come “parte civile”, assumendo non so quale avvocato.

A tanto non erano arrivati a sentirsi e a proclamarsi, nell’ordine in cui sono saliti al vertice governativo, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli, Fernando Tambroni Armaroli e Giovanni Leone, quest’ultimo anche professore universitario di diritto processuale penale. Conte invece è professore di diritto privato.

Neppure Leone era arrivato a tanto, sarei tentato di precisare scrivendone come avvocato e paragonandolo agli altri, perché il suo studio legale, fra quelli dei colleghi saliti al vertice dei governo,  è stato sicuramente il più frequentato e attrezzato in assoluto. E lui usava vantarsene, anche se alla fine proprio alla sua attività forense si aggrappò, fra l’altro, la denigratrice Camilla Cederna: denigratrice perché condannata per un libro scritto contro di lui quando era presidente della Repubblica.

Di quel libro –“La carriera di un presidente”- in cui si parlava  di  un commercio di grazie concesse da Leone a vantaggio di clienti di suoi ex colleghi avvocati o familiari, furono vendute oltre 600 mila copie, prima che fosse ordinato, dopo la condanna definitiva dell’autrice, il macero di quelle ancora in vendita. Che sembra fossero ancora tante.

Una ventina d’anni dopo, parlandone insieme nella sua  bella casa, alle Rughe, Leone   mi disse che di tutte “le nefandezze” scritte e dette su di lui lo avevano maggiormente ferito proprio quelle sulle grazie. D’altronde, fu proprio una grazia, neppure concessa peraltro, perché non ne ebbe il tempo di concederla davvero alla detenuta Paola Besuschio, che gli costò il Quirinale, come vedremo.

Il libro della Cederna ebbe un peso importante nelle dimissioni imposte a Leone dai vertici della sua Dc e del Pci con la condivisione del partito più garantista del panorama politico italiano: quello di Marco Pannella. Che purtroppo se ne lasciò condizionare pure lui, salvo scusarsi pubblicamente, oltre che con l’interessato,  e al pari degli altri, dopo molto, moltissimo, troppo tempo.

La figura del presidente Leone era stata sporcata tanto dalla campagna aperta o alimentata dalla Cederna da prestarsi in qualche modo al sacrificio invocato  per ragioni politiche da Enrico Berlinguer. Il quale dopo  un referendum che, a suo avviso, salvando per poco la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, aveva rivelato una preoccupante insofferenza popolare verso le istituzioni, reclamò un segno tangibile di cambiamento.

Eppure dalle urne referendarie, il 12 giugno 1978, quella legge era uscita confermata col 56,4 per cento dei no all’abrogazione e il 43,5 per cento dei si, e con una partecipazione al voto di oltre l’80 per cento degli elettori: un risultato, quindi, abbastanza consolante per i partiti, anche se letto con gli occhiali di oggi, abituati come ci siamo a dati di affluenza abbastanza modesti ad ogni tipo di consultazione elettorale.

Tuttavia, al di là delle spiegazioni ufficiali, al di là dei sospetti allungati sulla famiglia Leone anche per lo scandalo delle tangenti sugli aerei  militari della Lookeed, venduti all’Italia con la mediazione di un professore universitario -Antonio Lefebvre d’Ovidio- suo amico e conterraneo, l’allora presidente della Repubblica pagò nella tragica primavera del 1978 la colpa, il coraggio, il buon senso, l’imprudenza, secondo le varie opinioni, di essersi messo di traverso alla linea delle fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza dell’epoca- un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti e una maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, comprensiva del Pci- di fronte al tragico sequestro di Aldo Moro. Che era avvenuto il 16 marzo di quell’anno tra il sangue della scorta del presidente della Dc, decimata in via Fani, a Roma.

Leone, di concerto col giurista e amico Giuliano Vassalli, e incoraggiato nel suo partito solo dall’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, dopo avere esaminato la lista dei tredici detenuti –“prigionieri”, secondo i brigatisti rossi- con i quali i terroristi avevano chiesto di scambiare il presidente dello scudo crociato, scelse la Besuschio per un unico provvedimento di clemenza. Ma gli aguzzini, informati tempestivamente per chissà quali canali, piuttosto che spaccarsi valutando la congruità o meno di una sola grazia per rilasciare vivo Moro, ne accelerarono l’uccisione.

Leone rimase, quel drammatico 9 maggio di 40 anni fa, con la penna in mano. E dopo poco più di un mese, il 15 giugno,  fu costretto -guarda caso- a dimettersi, in un clima di discredito e di isolamento che gli avrebbe a lungo impedito di parlare proprio della tragedia di Moro, degli ostacoli incontrati sulla strada di una iniziativa a suo favore e di altro ancora. Qualsiasi cosa avesse voluto dire Leone per dissentire o recriminare, o reclamare la verità sugli aspetti oscuri e inquietanti del sequestro Moro e del suo epilogo, sarebbe stata sommersa dal ricordo delle dimissioni impostegli per motivi ritenuti generalmente, in quel periodo, più morali che politici.

Per tornare a Leone avvocato e presidente del Consiglio, le sue esperienze al vertice del governo furono due, nel 1963 e nel 1968: entrambe stagionali, diciamo così, per consentire prima l’avvio e poi la ripresa dell’alleanza fra democristiani e socialisti, rispettivamente con Moro e Mariano Rumor a Palazzo Chigi.

I suoi furono chiamati governi “balneari”. Ma Leone ne fu ugualmente fiero per le occasioni fornitegli di servire il Paese, come soleva dire. Nel 1963, peraltro, toccò proprio a lui l’onore e il piacere di accogliere in un clima di reciproca simpatia, e di festa popolare, il giovane presidente americano John Fitgerald Kennedy in Italia, e nella “sua” Napoli in particolare. Kennedy peraltro sarebbe stato assassinato a Dallas solo qualche mese dopo.

Triste invece fu quell’anno il compito di Leone di accorrere come presidente del Consiglio nelle terre venete devastate dalla sciagura del Vajont. In cui persero la vita, travolte dall’acqua di una diga esondata per una frana, millenovecentodieci persone. Sarebbe poi toccato curiosamente, e forse infelicemente, al suo studio legale difendere la società elettrica proprietaria della diga.

Prima di Leone, e ora di Giuseppe Conte, erano saliti al vertice del governo, in ordine rigorosamente cronologico,  come ho già ricordato, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli e Fernando Tambroni, tutti democristiani come lui.

Scelba, siciliano di Caltagirone, come lo storico fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo, era stato presidente del Consiglio dal febbraio 1954 all’estate del 1955, con una coalizione centrista invisa politicamente al collega di partito Giovanni Gronchi. Che, eletto presidente della Repubblica, e smanioso di favorire l’evoluzione dal centrismo al centro sinistra, trasformò in effettive le abituali dimissioni di cortesia del presidente del Consiglio in carica. Ma il cammino verso l’alleanza con i socialisti era destinato a rivelarsi più lungo e faticoso del previsto.

Fu proprio durante il settennato di Gronchi al Quirinale che la Dc dovette ricorrere, fra il 1957 e il 1958, ad un governo monocolore presieduto dall’avvocato romagnolo Adone Zoli e sostenuto anche dai missini. I cui voti il presidente del Consiglio definì nell’aula della Camera, voltando le spalle ai banchi della destra, “né richiesti né graditi”. Ma li prese lo stesso per portare a casa la fiducia. E si guadagno poi il plauso di quella parte politica per avere autorizzato il trasferimento della salma di Benito Mussolini dal luogo segreto in cui era sepolta alla tomba di famiglia a Predappio.

Nel 1960 sarebbe toccato ad un altro avvocato, il marchigiano Tambroni, formare un governo monocolore democristiano che, concepito per guadagnarsi l’astensione dei socialisti di Pietro Nenni, si ritrovò i voti determinanti del Movimento Sociale. Del cui congresso convocato a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il governo si rese garante con un eccezionale dispiegamento della forza pubblica. Seguirono nella stessa Genova e altrove tumulti di piazza, con morti e feriti, che non fecero durare quel governo più di quattro mesi.

Ma Tambroni, un po’ da precursore dell’”avvocato del popolo”, come si è  dichiarato forse con un po’ di imprudenza Giuseppe Conte nella loggia delle Vetrate, al Quirinale, dopo avere ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio dal capo dello Stato, incerto sino all’ultimo se affidarglielo davvero, si era nel frattempo guadagnato con la riduzione del prezzo della benzina, mai vista in precedenza né poi imitata da alcuno, una certa popolarità. Che la sinistra, esterna ma anche interna al suo partito, considerò troppo pericolosa nel contesto degli equilibri politici e parlamentari che si erano realizzati attorno a lui, sia pure in modo imprevisto perché -ripeto- Tambroni era salito al vertice del governo nella previsione di un’astensione dei socialisti, venuta meno all’ultimo momento. Da sinistra la sua esperienza aveva quindi virato improvvisamente a destra.

Anche per l’avvocato e presidente del Consiglio Giuseppe Conte, proveniente -a suo dire- da sinistra prima dell’incrocio col movimento delle 5 stelle, il contesto politico, chiamiamolo così, non so francamente se più populista o pasticciato, potrebbe rivelarsi galeotto. Se già non lo è.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il ritorno dell’Unità grazie a editori privati, senza partiti alle spalle

               Se non, o non ancora nelle edicole, è ricomparsa nelle rassegne della stampa l’Unità, la storica testata della sinistra fondata nel 1924 da Antonio Gramsci, organo ufficiale del Partito Comunista e in qualche modo legato anche ai partiti derivati dalla sua storia, sino al Pd. Che sotto la guida di Matteo Renzi riuscì a riportare il giornale nelle edicole, dopo una delle sue varie disavventure, ma senza riuscire a lasciarvelo a lungo, neppure sotto la direzione di un militante appassionato e fantasioso come il vignettista Sergio Staino.

            Schermata 2018-05-25 alle 10.13.34.jpgScampato di recente ad un’asta giudiziaria che avrebbe potuto portarla in chissà quali mani, il giornale è riuscito come numero 1 del 95.mo anno e si è collocato ben chiaramente all’opposizione, con una disamina molto critica e preoccupata del “contratto” che grillini e leghisti hanno stipulato per far nascere il primo governo di questa diciottesima legislatura repubblicana. E’ un contratto, secondo l’editoriale, che tradisce una vocazione populista e minaccia il Parlamento concepito con la Costituzione in vigore dal 1948.

            I promotori di questa nuova edizione della storica testata della sinistra hanno annunciato che “nella compagine editoriale non ci sarà più un partito politico” e che “si ripartirà”, non ancora però tutti i giorni, “con la sola forza di imprenditori privati”. “E questo darà al giornale -è stato precisato- maggiore libertà di criticare tutti, anche il Partito Democratico”.

            Chi l’avrebbe detto che sarebbe stata l’imprenditoria privata a potere assicurare la vita ad un giornale come l’Unità, con la sua lunga storia politica ancora portata orgogliosamente sulle spalle? Anche per questo il ritorno come “nuovo” del vecchio giornale di Gramsci merita tutti gli auguri possibili e immaginabili.

La torbida partita contro Paolo Savona al Ministero dell’Economia

            E’ forse diventata un po’ troppo opaca la partita politica, mediatica, finanziaria e chissà cos’altro sull’economista Paolo Savona:  proposto concordemente da leghisti e grillini per il Ministero dell’Economia nel governo di Giuseppe Conte ma finito in una bolgia infernale di sospetti e di accuse.

            Non si sa bene se più su o contro di lui si è abbattuta anche una nota del Quirinale, voluta e forse anche dettata personalmente da un “fortemente irritato” presidente della Repubblica, come è stato descritto sul Corriere della Sera da Marzio Breda, professionalmente di casa al Colle da molto tempo e in grado quindi di coglierne notizie, umori, sospiri.

            In particolare, il capo dello Stato ha smentito suoi “veti” contro Savona, ed anche altri candidati o designati al governo, ma al tempo stesso ha lamentato di essere sottoposto, insieme al presidente del Consiglio appena incaricato, a “diktat” che comprometterebbero l’autonomia e le prerogative di entrambi.

            Che il destinatario di questa protesta fosse soprattutto il segretario leghista, maggiormente impegnatosi ed esposto a favore di Savona, lo ha confermato lo stesso Matteo Salvini precisando pubblicamente di non volere imporre niente a nessuno, ma anche rivendicando la convinzione di avere proposto per il Ministero dell’Economia la persona giusta.

            Breda.jpgIl quirinalista del Corriere della Sera è tornato nella sua “corrispondenza”, diciamo così, dal Colle ad attribuire dubbi e riserve sul professor Savona al presidente incaricato Conte, attribuendogli queste parole a proposito di una nomina dell’economista a ministro: “Giusto, presidente, è anche mio interesse non mettere in squadra delle mine vaganti. Non ho intenzione di portare l’Italia fuori dall’euro”. Come se Savona avesse fatto di questa uscita il suo obiettivo, e non un’ipotesi nel caso in cui la crisi dell’eurozona, chiamiamola così, dovesse rivelarsi insuperabile, o impraticabile la rinegoziazione, sollecitata da tante parti, delle regole e trattati comunitari. Anche dell’ex presidente italiano della Commissione europea di Bruxelles, Romano Prodi, si dovrebbe allora dire che quando critica le regole, da lui ben conosciute per il posto che ha occupato, vuole farci uscire dall’Unione e dalla moneta unica.

            Ma, pur tornando ad attribuire al presidente incaricato Conte dubbi e riserve su Savona, il quirinalista del Corriere si è in qualche modo tradito con quell’”anche”. Che presuppone un gioco di sponda o di condivisione col presidente della Repubblica. Al quale, d’altronde, lo stesso quirinalista in un altro passaggio della sua “corrispondenza” attribuisce direttamente la maturazione di riserve su Savona “analizzando la sua idea di sfidare l’Europa sulla moneta unica, il suo pregiudizio antitedesco, la logica quasi d’azzardo dei suoi progetti”.

            Messe le cose in questi termini, il capo dello Stato rischia, volente o nolente, di trovarsi sospettato di un processo alle intenzioni, di liquidare come reati di opinione le idee di Savona. Il quale, dal canto suo, smentisce di essere antieuropeo o antieuropeista, convinto di servire l’europeismo meglio di tanti altri che lo sostengono a parola ma  consentono o pretendono una gestione dell’Unione distorta, autolesionistica, capace di rendere l’Europa quella gabbia insopportabile che non doveva essere nella mente dei suoi fondatori, e che viene avvertita da fasce crescenti di elettorato non liquidabili con scrollatine di spalle o anatemi.

            E’ proprio difficile non condividere, a questo punto, le amare osservazioni del vecchio e saggio Emanuele Macaluso, amico ed ex compagno di partito di un europeista convinto e militante come il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Egli ha definito “francamente ridicola” la sollevazione contro il suo quasi coetaneo Savona, scambiato per le sue idee, dopo onorate carriere in strutture europeistiche come la Banca d’Italia, e un’esperienza di governo con l’ex governatore della stessa Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, come il nemico numero uno, attivo o passivo, delle Cancellerie europee e dell’Unione. Peraltro “il rapporto con l’Europa -ha ricordato giustamente Macaluso- non lo decide Savona, ma il governo e chi lo guida”. E’ vero, perbacco.

            Si ha la sensazione che in questa lunga crisi di governo, svoltasi con un percorso francamente anomalo, tra frenate e accelerazioni, iniziative annunciate e poi  dismesse, incarichi reclamati e negati, o viceversa, un percorso criticato anche da costituzionalisti per niente ostili al presidente della Repubblica in carica, il nervosismo abbia preso la mano un po’ a tutti. Anche all’informazione, che quando si lascia strumentalizzare dalla politica, e dalle sue inevitabili trame, fa gli stessi danni di quando si lascia strumentalizzare dai magistrati d’accusa, e relative trame o, più semplicemente, errori.

 

 

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Sergio Mattarella come Antonio Segni nella torrida estate del 1964

Non vorrei che Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, o il Che Guevara de’ Noantri, come lo sfottono gli antipatizzanti del movimento grillino, si montasse la testa. E con lui se la montasse anche il padre, ex elettore di destra, a sentirsi rimproverare di avere surriscaldato la crisi di governo, con pesanti attacchi al modo in cui l’ha gestita il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come accadde nell’estate del 1964. Quando Pietro Nenni, allora vice presidente del Consiglio, scrisse nei suoi diari di avere sentito “rumori di sciabole”.

Presidente della Repubblica era in quei tempi Antonio Segni, il leader democristiano dei moderati mandato al Quirinale due anni prima per compensare la svolta del centrosinistra gestita dal segretario del partito Aldo Moro. Che nel 1963 riuscì a realizzare il primo governo a partecipazione socialista.

Nell’estate appunto del 1964 Moro fu costretto a dimettersi per la bocciatura parlamentare, a scrutinio segreto, di un pur modesto finanziamento pubblico alla scuola materna privata. Segni esitò a dargli l’incarico per chiudere la crisi con la conferma del centrosinistra. E, preoccupato che il ritorno ad un governo centrista potesse provocare tumulti di piazza, convocò al Quirinale, con tanto di comunicato ufficiale, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo. Che gli fornì ampie garanzie di controllo dell’ordine pubblico, di cui però non rimase per niente convinto Mario Scelba quando Segni lo sondò per fare un governo di centro. Lo stesso Scelba lo avrebbe poi raccontato nella sua biografia, spiegando che a non piacergli era stato proprio il nome di De Lorenzo.

In quei giorni si creò, a torto o a ragione, un clima di alta tensione. Lo stesso Moro, oltre a qualche esponente di sinistra, politica e sindacale, dormì per due notti fuori casa. Il ministro socialdemocratico degli Esteri Giuseppe Saragat scambiò le esitazioni di Segni di fronte al reincarico di Moro, parlandone con amici di partito e con lo tesso Moro, per una tentazione di forzare la Costituzione: un po’ come quello che i Di Battista padre e figlio, mettendo in imbarazzo i dirigenti del loro movimento, hanno più o meno dichiarato in questa crisi di fronte alle esitazioni di Mattarella di dare l’incarico al professore Giuseppe Conte, designato alla presidenza del Consiglio insieme da grillini e leghisti.

Gli attacchi dei Di Battista, per quanto il loro livello non sia certo neppure paragonabile a quello di Saragat nel 1964,  sono stati tali, e tanto minacciosi, che Mattarella ne è rimasto turbato. Anzi, “arrabbiato”, come ha riferito nella sua corrispondenza dal Quirinale l’informatissimo Marzio Breda sul Corriere della Sera.

E’ circolata addirittura voce che proprio quegli attacchi, per quanto contestati da Luigi Di Maio e poi dal presidente grillino della Camera Roberto Fico con pubblici apprezzamenti dell’operato di Mattarella, abbiano spinto il presidente della Repubblica ad anticipare di 24 ore la convocazione del professore Conte al Quirinale per il conferimento dell’incarico, troncando così anche le polemiche sul suo curriculum.

Bisogna stare attenti a surriscaldare troppo il clima politico durante una crisi di governo, se persino a un uomo dell’esperienza e della caratura di Saragat la situazione sfuggì letteralmente di mano, sino ad un epilogo drammatico. In quella torrida estate di 54 anni fa, ricomposto il centro sinistra col secondo governo Moro, il leader socialdemoratico ebbe un alterco con Segni al Quirinale, presente lo stesso Moro, rimproverandogli così duramente la gestione della crisi da provocargli un ictus. Dal quale il presidente non si sarebbe più ripreso, sino a doversi dimettere dopo qualche mese. E a succedergli, paradossalmente, fu lo stesso Saragat, dopo vari e falliti tentativi di un accordo su un candidato democristiano, come il presidente dimissionario. L’elezione di Saragat avvenne al ventunesimo scrutinio, tra Natale e Capodanno.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le redini di Mattarella al morso del premier incaricato Giuseppe Conte

           A parte la sceneggiatura un po’ demagogica, di stile prettamente grillino, dell’arrivo al Quirinale e degli spostamenti successivi in taxi, senza scorta prima dell’incarico e con tanto di scorta dopo, come se l’amministrazione pubblica, tra lo stesso Quirinale, Palazzo Chigi, il Viminale e quant’altro, non avesse uno straccio di auto di servizio da mettergli a disposizione, il professore e avvocato, ora anche “difensore del popolo”, Giuseppe Conte se l’è cavata abbastanza bene nel suo esordio politico.

           Già, politico. E’ infatti evidente che da quando ha accettato dal presidente della Repubblica, sia pure con la consueta riserva, l’incarico di formare il nuovo governo, che dovrà guadagnarsi la fiducia di due assemblee che più politiche non potrebbero essere come quelle del Senato e della Camera, Giuseppe Conte ha smesso di essere un “tecnico”, o un semplice professionista.

            Se l’è cavata bene, il presidente incaricato, allineandosi alle indicazioni, raccomandazioni, consigli e quant’altro del capo dello Stato. Nel cui ufficio egli è entrato con una paginetta di appunti, sulle dichiarazioni da fare poi davanti alle telecamere, e ne è uscito con due per le integrazioni chiestegli appunto dal capo dello Stato. Come il riferimento preciso agli impegni internazionali dell’Italia, a cominciare da quelli europei, per quanto scetticismo possano avere in questa materia i due partiti che comporranno il governo: quelli di Grillo ma soprattutto del leghista Matteo Salvini, visto che il pentastellato Luigi Di Maio ha cambiato registro sul tema comunitario, come su altri, già alla vigilia e ancor più dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso.

            Il passaggio più importante, per quanto ignorato o sottovalutato dai giornaloni, delle dichiarazioni di Conte strappato dal presidente della Repubblica nel loro primo e  lungo incontro è quello in cui il presidente incaricato si è impegnato non solo a “dialogare con le istituzioni europee e con i rappresentanti degli altri Paesi”, che avrà modo di incontrare presto nei vertici già in programma, ma anche, o soprattutto, a cercare “le alleanze opportune” per far valere in sede internazionale gli interessi italiani.

             Già in quelle “alleanze opportune”, che escludono un auto-isolamento italiano nell’Unione, c’è una specie di guinzaglio, diciamo pure un limite, voluto da Mattarella e accettato da Conte, alla teoria e insieme anche alla pratica del “sovranismo” rivendicato dai negoziatori del “contratto” di governo, cui il presidente incaricato ha peraltro tenuto a precisare di avere contribuito. Un sovranismo che ha allarmato alcune Cancellerie, e anche i mercati finanziari, dove il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi è tornato a salire  tra l’indifferenza, anzi le sfide di Salvini, ricorso a un “me ne frego” di memoria tristemente fascista.

             La logica delle “alleanze opportune”  risponde anche al monito levatosi dall’ultraeuropeista Emma Bonino in apertura degli incontri del presidente incaricato con le delegazioni di tutti i partiti rappresentati in Parlamento, e non solo di quelli della costituenda maggioranza, come qualche sprovveduto aveva previsto anche in dirette televisive dimenticando prassi consolidate, derivanti dalla convinzione che un governo non può ermeticamente chiudersi alle opposizioni. “Gli interessi dell’Italia -ha ricordato la Bonino- si difendono in Europa e non contro l’Europa”, come avverrebbe isolandosi o uscendone.

            Ora naturalmente, dietro lo scenario degli incontri o consultazioni del presidente incaricato, tutti gli occhi e le orecchie sono rivolti alla cosiddetta squadra di governo che Conte proporrà in pochi giorni a Mattarella, titolare del diritto costituzionale di nomina anche dei ministri. E ciò a cominciare da quello dell’Economia, di cui si parla o vocifera di più. A proposito del quale c’è da segnalare il tentativo del capo dello Stato, già “arrabbiato” -ha scritto sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda- per gli attacchi rivoltigli nella gestione della crisi dall’ex deputato grillino Alessandro Di Battista e dal padre, di allontanare da sé il sospetto espresso da molte parti ch’egli sia contrario a nominare il pur apprezzato e autorevole economista Paolo Savona. Che fu ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 ed è arcinoto per la sua convinzione che la Germania comandi troppo nell’Unione Europea. Opinione, quest’ultima, in verità più volte espressa, anche se in termini più diplomatici, dall’insospettabile Romano Prodi, già presidente della Commissione europea di Bruxelles.

            Assediato questa volta dai leghisti, che sostengono il professore Savona, pur avendo per un po’ lasciato circolare, a dire il vero, voci sull’approdo al Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti,  loro attuale capogruppo alla Camera, Mattarella ha fatto sapere al quirinalista del Corriere, che ne ha scritto, di avere sentito qualche riserva in materia dal presidente incaricato. Il quale avrà evidentemente modo di chiarirsi direttamente con Salvini prima di riparlarne al capo dello Stato. Che difficilmente potrebbe mettere veti su una personalità come Savona se il presidente del Consiglio, nel frattempo già convinto da Mattarella a impostare prudentemente i rapporti con l’Unione Europea, rinunciasse alle riserve che, a torto o a ragione, gli sono state ora attribuite sul ministro dell’Economia proposto dalla Lega.

 

 

 

 

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Il Conte del Grillo inciampa nel curriculum ma sale lo stesso al Colle

            Il Conte del Grillo -copyright del giornale il manifesto- sembrava inciampato nel suo curriculum ma il presidente della Repubblica lo ha ugualmente convocato al Quirinale per conferirgli l’incarico di presidente del Consiglio, chiesto per lui  dal grillino Luigi Di Maio e dal leghista Matteo Salvini: in ordine alfabetico, ma anche di numeri di voti raccolti nelle urne del 4 marzo e di seggi parlamentari conquistati in questa diciottesima legislatura.

          Breda.jpgIl capo dello Stato aveva dato  l’impressione di volere allungare i tempi della sua riflessione, pur convinto -come ha scritto il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- che il curriculum del professore Giuseppe Conte, lungo originariamente una decina di pagine, fosse “un po’ gonfiato ma sostanzialmente non falso”. Gonfiato nei “perfezionamenti degli studi” giuridici e linguistici vantati dal docente pugliese dell’Università di Firenze in sedi estere, come quella di New York, nei cui archivi il suo nome non risulta. E ciò per non parlare del giallo di una sua vertenza col fisco, per quanto un’avventura del genere possa capitare a tutti, a dire il vero.

            In realtà, nonostante la confusione  all’interno della progettata maggioranza legastellata, visto che Di Maio e Salvini sono tornati a incontrarsi per “scogliere- si è annunciato per l’ennesima volta- tutti i nodi ancora irrisolti”, il cancello del Quirinale custodito dal solito Corazziere è rimasto chiuso  per poco tempo al professore Conte. Cui comunque sono state spalancate  in modo poco consolante le prime pagine di tutti i giornali italiani, ed anche di qualche testata straniera.

            Conte e Savona.jpgUn altro professore finito o sbattuto con Conte sulle prime pagine è Paolo Savona, destinato da Di Maio e Salvini al Ministero dell’Economia, già ministro dell’Industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. Di lui sembra che abbiano allarmato o imbarazzato Sergio Mattarella recenti e pesanti giudizi espressi sull’abitudine dei tedeschi di comandare nell’Unione Europea. Un’abitudine, in verità, difficilmente negabile ma scomoda da condividere forse da parte del presidente della Repubblica per ragioni, diciamo così, diplomatiche. Che potrebbero tuttavia essere chiarite e definite, se Mattarella lo volesse, in qualche contatto.

           Sarebbe infatti evidente anche per l’ottuagenario Savona che un conto è parlare e scrivere da professore o editorialista, altro parlare e agire da ministro di un governo nominato, per dettato costituzionale, dal presidente della Repubblica. A meno che, naturalmente,  in questa crisi di governo tanto lunga quanto singolare il caso  non si chiami Savona ma sottintenda qualcosa o qualcun altro.

 

 

 

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Quel certo panico diffuso dal malumore di Mattarella sulla crisi di governo

              Dopo le udienze, separate, alle delegazioni di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini per la soluzione della crisi di governo il malumore, le preoccupazioni e quant’altro al Quirinale sono diventati tali che qualcuno ha scambiato per un atto ostile quel gesto “platonico” o di “sola cortesia”, come dal Colle ha poi spiegato Marzio Breda ai lettori del Corriere della Sera, compiuto da Sergio Mattarella convocando i presidenti delle Camere. Platonico e di cortesia, perché in una Repubblica parlamentare com’è ancora quella italiana Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico sono un po’ i primi interlocutori istituzionali del capo dello Stato presiedendo, rispettivamente, il Senato e la Camera dei Deputati. Inoltre, perché in questa crisi di governo entrambi hanno svolto un ruolo di esplorazione. Infine, perché è prassi ormai consolidata che le consultazioni in occasione delle crisi si aprano e si chiudano con i presidenti delle Camere, ed anche con gli ex presidenti della Repubblica, in questo caso il solo Giorgio Napolitano, convalescente dopo un intervento al cuore.

            Invece, ripeto, l’aria al Quirinale dopo le udienze ai grillini e ai leghisti era tale che l’annuncio della convocazione dei presidenti delle Camere, unito peraltro ad un certo nervosismo di Di Maio nella corsa ad un’assemblea congiunta dei parlamentari del suo movimento, è apparso un fulmine, o un tuono, come preferite. C’è stato addirittura chi si è ricordato dell’articolo 88 della Costituzione, oltre che del 95.mo sul ruolo del presidente del Consiglio richiamato da Mattarella all’attenzione degli interlocutori che gli avevano appena proposto la nomina del giurista Giuseppe Conte.

            L’articolo 88 della Costituzione è quello che conferisce al capo dello Stato il potere di sciogliere in ogni momento le Camere, o anche una sola di esse, “sentiti i loro presidenti”. Che invece non sono stati chiamati per questo, ma per consentire al capo dello Stato di prendersi una pausa di riflessione prima di convocare eventualmente il professore Conte al Quirinale per il conferimento dell’incarico. Che segnerebbe anche un punto di svolta nei rapporti del presidente della Repubblica con protagonisti e attori di questa crisi.

           Schermata 2018-05-22 alle 06.29.17.jpg Una volta incaricato, il Conte del Grillo, come il professore di diritto privato all’Università di Firenze è stato definito ironicamente, ma non troppo, nel titolo copertina del Manifesto, abitualmente felice in queste scelte, diventerà l’unico e titolato interlocutore del presidente della Repubblica per conto del governo. All’interno del quale però gli assai probabili ministri Di Maio e Salvini, come ha argutamente raccontato in una vignetta il bravo Vauro Senesi sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, sono destinati ad azzuffarsi “su chi è Re”. E il Conte del Grillo avrà il suo daffare per difendersene, magari ricorrendo all’aiuto proprio di Mattarella, pur così incerto sinora nel conferirgli l’incarico  per la sua scarsa caratura politica. Ma anche per l’allarme provocato nelle cancellerie europee e nei mercati dal “contratto” di governo stipulato fra pentastellati e leghisti. Che ha fatto ingrassare in pochi giorni di una cinquantina di chili, o punti, mister Spread.

            Il fatto che, in forza dell’articolo 92 della Costituzione, il professore Conte, una volta incaricato, diventerà l’unico interlocutore di Mattarella per e sul conto del governo da formare significa naturalmente che la lista dei ministri, a cominciare da quelli più scabrosi nell’attuale congiuntura interna, europea e mondiale,  sarà questione da definire solo fra loro due. A buon intenditore poche parole, verrebbe da dire sia a Di Maio sia a Salvini, gli aspiranti Re della vignetta di Vauro.

 

 

 

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Il Senato ha cancellato il no di Pietro Grasso agli onori a Enzo Tortora

Comunque sia destinata a finire, e a dispetto della incredibile deriva giustizialista e manettara del “contratto” di governo stipulato fra i grillini e i leghisti scrivendo, a sentire Luigi Di Maio, addirittura la “Storia” di una terza Repubblica, questa diciottesima legislatura un merito del tutto opposto a questa direzione se l’è guadagnato in memoria di Enzo Tortora. Che nel trentesimo anniversario della sua morte è stato ricordato, come ha riferito Il Dubbio ai suoi lettori, con un dibattito-convegno in una sala di Palazzo Madama sul tema significativo “Caso Tortora Caso Italia”.

Il Senato è stato così riscattato da una singolare decisione, a dir poco, presa nella scorsa legislatura dall’allora presidente Pietro Grasso, magistrato di lunghissimo corso prima di lasciarsi tentare dalla politica. La decisione fu quella di negare l’ospitalità alla presentazione di un libro fatto pubblicare a giugno del 2016 da Francesca Scopelliti raccogliendo 45 delle lettere scrittele da Tortora durante i sette, lunghi mesi di ingiusta detenzione subita prima dei processi con l’accusa infamante di camorra e traffico di droga. Che la Procura della Repubblica di Napoli gli aveva mosso dando ostinatamente credito a fior di criminali travestiti da pentiti. Per la cui sconfessione -con la sua assoluzione in appello, dopo una condanna a dieci anni in primo grado- Tortora dovette aspettare tre anni dal giorno dell’arresto.

Grasso motivò il rifiuto facendo comunicare dai suoi uffici non avere ravvisato nel libro che riproponeva l’esperienza tragica di Tortora alcuna compatibilità con i “fini istituzionali” delle autorizzazioni che si concedono in simili occasioni editoriali. Incredibile, ma vero. E a protestare fummo solo noi, del Dubbio, senza che uno straccio di collega di altre testate ci venisse dietro, o di lato.

Quello fu un passaggio della diciassettesima legislatura fra i più sconcertanti: più ancora forse, viste le intervenute assoluzione e morte di Tortora, della estromissione dal Senato di Silvio Berlusconi in applicazione retroattiva di una legge, e con votazione innovativamente decisa a scrutinio palese. E dell’autorizzazione all’arresto del senatore Antonio Stefano Caridi, chiesto dalla magistratura calabrese con un provvedimento contestato dalla Cassazione e infine bocciato.

Diversamente da Grasso, che non ritenne compatibile con le finalità istituzionali del Senato neppure il mandato parlamentare svolto per due legislature dalla destinatrice delle lettere di Enzo Tortora, e promotrice della loro pubblicazione con l’editore Pacini,   la nuova presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha ospitato e aperto il convegno sul “Caso Tortora Caso Italia” con una denuncia che ha onorato e onora la politica e le istituzioni.

Quella riguardante il compianto giornalista e conduttore televisivo -ha ricordato la presidente del Senato- è “una pagina di vergogna della storia giudiziaria ma anche civile italiana”. Una vergogna aggravata dal fatto che nessuno dei magistrati ostinatisi contro Tortora ha pagato dazio, come si dice.

Lo spirito autenticamente liberale del mio amico Enzo sopravvisse all’ingiustizia. Tortora divenne un autentico campione del garantismo, europarlamentare e presidente del Partito Radicale di Marco Pannella. Ma il suo fisico ne fu irrimediabilmente fiaccato. Enzo morì  di tumore a 60 anni: cinque dopo il suo arresto in un albergo romano e un anno e quattro mesi dopo l’assoluzione definitiva.

“E’ stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a 4 giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis con altri quattro disperati, non so capacitarmi. Trovo solo un muro di follia”, scrisse Tortora il 23 giugno 1983 dal carcere romano di Regina Coeli alla sua compagna, chiamata più affettuosamente in altre lettere Cicciotta.

“Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. E’ merda pura. A parte pochissime eccezioni, mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora di aria perché i tetti sono pieni di fotoreporter”, scrisse Enzo il 31 luglio.

“Solo tre categorie di persone (ho scoperto) non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati”, scrisse Tortora il 2 ottobre 1983. E la situazione, a distanza di 35 anni, non è purtroppo cambiata di molto. Anzi, sotto certi aspetti è peggiorata, nonostante un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati stravinto nel 1987 dai radicali e dai socialisti proprio sull’onda del caso Tortora, ma contraddetto dopo pochi mesi da una legge destinata ad essere cambiata solo dopo una trentina d’anni per raccogliere solo in parte le proteste, diffide e sollecitazioni della giustizia europea e degli avvocati italiani. E il tutto fra le proteste, le preoccupazioni e quant’altro del sindacato delle toghe.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Un conte che va e un Conte che cerca di arrivare a Palazzo Chigi…

            Ancora una volta è la satira a soccorrere la politica e il giornalismo. Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha rappresentato al meglio i dubbi, le incertezze e quant’altro del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle notizie sull’accordo fra grillini e leghisti di proporgli come presidente del Consiglio il poco o per niente noto Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’Università di Firenze. “Certo, se fosse l’ex commissario tecnico degli azzurri avrebbe anche una esperienza internazionale”, ha fatto dire Giannelli al capo dello Stato andreottianamente ingobbito.

            Il Conte – con la maiuscola, per non confonderlo col conte, al minuscolo, Paolo Gentiloni in uscita da Palazzo Chigi- su cui Giannelli fa ironicamente riflettere con qualche apertura il povero Mattarella è naturalmente Antonio. Neppure, quindi, il musicista Paolo, specialista di jazz, auspicato o consigliato a Mattarella, sempre ironicamente, su Repubblica da Eugenio Scalfari, anche lui scettico sul professore universitario di cui tanto sembrano fidarsi invece Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Che però sono notoriamente interessati più ad un “esecutore” del loro accordo governo che alla figura di presidente del Consiglio cui politici, costituzionalisti, giornalisti e, credo, anche gente comune sono stati abituati a pensare per tanto tempo, ogni volta che hanno seguito la formazione di un governo.

           Giuseppe Conte.jpg E’ fuori dall’ordinario, diciamo così, anche la pazienza mostrata dal professore caro ai dioscuri del governo legastellato, come ormai dobbiamo abituarci a chiamarlo. Un altro, al posto di Giuseppe Conte, si sarebbe tanto spaventato di fronte allo scetticismo e all’ironia provocati dal suo arrivo sulla scena della crisi da rilasciare la solita dichiarazione di rinuncia preventiva. L’uomo evidentemente ha quanto meno un buon sistema nervoso, oltre alla competenza giuridica che gli ha permesso di partecipare, pur senza lasciare traccia fotografica, alle delegazioni grilline avvicendatesi nella trattativa sul “contratto”, come Di Maio e Salvini preferiscono definire quello che una volta si chiamava “programma” di governo. Dubbi su questo cambio di terminologia sono stati peraltro espressi anche dal presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, non sospettabile di preconcetti verso i grillini per averne condiviso tante posizioni.

            A rendere più appetibile la figura del contratto, rispetto al programma, non ha contribuito la procedura con la quale i dioscuri hanno voluto sottoporla alla verifica della cosiddetta base dei loro movimenti: i grillini con una specie di acclamazione digitale garantita dall’associazione di Davide Casaleggio e i leghisti facendo votare nei gazebo, magari più volte, i passanti senza pretendere uno straccio di documento d’identità, su un elenco di temi scelti fra quelli concordati con i pentastellati. Un elenco nel quale, per esempio, non c’era traccia del cosiddetto reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini e indigesto all’elettorato leghista, specie del Nord, giustamente sospettoso che sia solo un costoso disincentivo a lavorare.

            Di questa storia si è avuta una rumorosa e rissosa eco nella curiosa “non arena” televisiva e domenicale di Massimo Giletti, su La 7. Dove la piddina Alessandra Moretti, abbandonata a se stessa dal conduttore e amico, che passavano disinvoltamente dal “lei” al “tu”, si è trovata a confrontarsi, diciamo così, una contro tutti.

             Ma lo spettacolo politicamente più significativo è stato lo scontro continuo, mimico e verbale, fra la senatrice leghista Lucia Borgonzoni e, collegato da Forte dei Marmi, il direttore del Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi, Alessandro Sallusti. Che lamentava la contraddizione innegabile fra il Salvini alleato con Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso, e al governo di regioni importanti come la Lombardia, il Veneto, la Liguria,  il Molise, la Sicilia e ora anche il Friuli-Venezia Giulia, e il Salvini alleato dei grillini per il governo nazionale. Cui Forza Italia sicuramente non concederà la fiducia nelle aule parlamentari.

            Ad un certo punto la senatrice leghista, letteralmente fuori dalla grazia di Dio, ha rimproverato a Berlusconi di avere prima autorizzato Salvini a “sedersi al tavolo” con i grillini e di avere poi cercato di togliergli la sedia sotto il sedere delegittimandolo come rappresentante anche del centrodestra, e ora persino leader della coalizione, avendo la Lega sorpassato elettoralmente i forzisti. Un centrodestra, però, di cui la senatrice Borgonzoni ha dimenticato il giudizio liquidatorio dato dai grillini: un” artificio elettorale” per loro irrilevante, ha detto più volte Luigi Di Maio.

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