Il Senato ha cancellato il no di Pietro Grasso agli onori a Enzo Tortora

Comunque sia destinata a finire, e a dispetto della incredibile deriva giustizialista e manettara del “contratto” di governo stipulato fra i grillini e i leghisti scrivendo, a sentire Luigi Di Maio, addirittura la “Storia” di una terza Repubblica, questa diciottesima legislatura un merito del tutto opposto a questa direzione se l’è guadagnato in memoria di Enzo Tortora. Che nel trentesimo anniversario della sua morte è stato ricordato, come ha riferito Il Dubbio ai suoi lettori, con un dibattito-convegno in una sala di Palazzo Madama sul tema significativo “Caso Tortora Caso Italia”.

Il Senato è stato così riscattato da una singolare decisione, a dir poco, presa nella scorsa legislatura dall’allora presidente Pietro Grasso, magistrato di lunghissimo corso prima di lasciarsi tentare dalla politica. La decisione fu quella di negare l’ospitalità alla presentazione di un libro fatto pubblicare a giugno del 2016 da Francesca Scopelliti raccogliendo 45 delle lettere scrittele da Tortora durante i sette, lunghi mesi di ingiusta detenzione subita prima dei processi con l’accusa infamante di camorra e traffico di droga. Che la Procura della Repubblica di Napoli gli aveva mosso dando ostinatamente credito a fior di criminali travestiti da pentiti. Per la cui sconfessione -con la sua assoluzione in appello, dopo una condanna a dieci anni in primo grado- Tortora dovette aspettare tre anni dal giorno dell’arresto.

Grasso motivò il rifiuto facendo comunicare dai suoi uffici non avere ravvisato nel libro che riproponeva l’esperienza tragica di Tortora alcuna compatibilità con i “fini istituzionali” delle autorizzazioni che si concedono in simili occasioni editoriali. Incredibile, ma vero. E a protestare fummo solo noi, del Dubbio, senza che uno straccio di collega di altre testate ci venisse dietro, o di lato.

Quello fu un passaggio della diciassettesima legislatura fra i più sconcertanti: più ancora forse, viste le intervenute assoluzione e morte di Tortora, della estromissione dal Senato di Silvio Berlusconi in applicazione retroattiva di una legge, e con votazione innovativamente decisa a scrutinio palese. E dell’autorizzazione all’arresto del senatore Antonio Stefano Caridi, chiesto dalla magistratura calabrese con un provvedimento contestato dalla Cassazione e infine bocciato.

Diversamente da Grasso, che non ritenne compatibile con le finalità istituzionali del Senato neppure il mandato parlamentare svolto per due legislature dalla destinatrice delle lettere di Enzo Tortora, e promotrice della loro pubblicazione con l’editore Pacini,   la nuova presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha ospitato e aperto il convegno sul “Caso Tortora Caso Italia” con una denuncia che ha onorato e onora la politica e le istituzioni.

Quella riguardante il compianto giornalista e conduttore televisivo -ha ricordato la presidente del Senato- è “una pagina di vergogna della storia giudiziaria ma anche civile italiana”. Una vergogna aggravata dal fatto che nessuno dei magistrati ostinatisi contro Tortora ha pagato dazio, come si dice.

Lo spirito autenticamente liberale del mio amico Enzo sopravvisse all’ingiustizia. Tortora divenne un autentico campione del garantismo, europarlamentare e presidente del Partito Radicale di Marco Pannella. Ma il suo fisico ne fu irrimediabilmente fiaccato. Enzo morì  di tumore a 60 anni: cinque dopo il suo arresto in un albergo romano e un anno e quattro mesi dopo l’assoluzione definitiva.

“E’ stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a 4 giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis con altri quattro disperati, non so capacitarmi. Trovo solo un muro di follia”, scrisse Tortora il 23 giugno 1983 dal carcere romano di Regina Coeli alla sua compagna, chiamata più affettuosamente in altre lettere Cicciotta.

“Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. E’ merda pura. A parte pochissime eccezioni, mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora di aria perché i tetti sono pieni di fotoreporter”, scrisse Enzo il 31 luglio.

“Solo tre categorie di persone (ho scoperto) non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati”, scrisse Tortora il 2 ottobre 1983. E la situazione, a distanza di 35 anni, non è purtroppo cambiata di molto. Anzi, sotto certi aspetti è peggiorata, nonostante un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati stravinto nel 1987 dai radicali e dai socialisti proprio sull’onda del caso Tortora, ma contraddetto dopo pochi mesi da una legge destinata ad essere cambiata solo dopo una trentina d’anni per raccogliere solo in parte le proteste, diffide e sollecitazioni della giustizia europea e degli avvocati italiani. E il tutto fra le proteste, le preoccupazioni e quant’altro del sindacato delle toghe.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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