Un conte che va e un Conte che cerca di arrivare a Palazzo Chigi…

            Ancora una volta è la satira a soccorrere la politica e il giornalismo. Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha rappresentato al meglio i dubbi, le incertezze e quant’altro del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle notizie sull’accordo fra grillini e leghisti di proporgli come presidente del Consiglio il poco o per niente noto Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’Università di Firenze. “Certo, se fosse l’ex commissario tecnico degli azzurri avrebbe anche una esperienza internazionale”, ha fatto dire Giannelli al capo dello Stato andreottianamente ingobbito.

            Il Conte – con la maiuscola, per non confonderlo col conte, al minuscolo, Paolo Gentiloni in uscita da Palazzo Chigi- su cui Giannelli fa ironicamente riflettere con qualche apertura il povero Mattarella è naturalmente Antonio. Neppure, quindi, il musicista Paolo, specialista di jazz, auspicato o consigliato a Mattarella, sempre ironicamente, su Repubblica da Eugenio Scalfari, anche lui scettico sul professore universitario di cui tanto sembrano fidarsi invece Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Che però sono notoriamente interessati più ad un “esecutore” del loro accordo governo che alla figura di presidente del Consiglio cui politici, costituzionalisti, giornalisti e, credo, anche gente comune sono stati abituati a pensare per tanto tempo, ogni volta che hanno seguito la formazione di un governo.

           Giuseppe Conte.jpg E’ fuori dall’ordinario, diciamo così, anche la pazienza mostrata dal professore caro ai dioscuri del governo legastellato, come ormai dobbiamo abituarci a chiamarlo. Un altro, al posto di Giuseppe Conte, si sarebbe tanto spaventato di fronte allo scetticismo e all’ironia provocati dal suo arrivo sulla scena della crisi da rilasciare la solita dichiarazione di rinuncia preventiva. L’uomo evidentemente ha quanto meno un buon sistema nervoso, oltre alla competenza giuridica che gli ha permesso di partecipare, pur senza lasciare traccia fotografica, alle delegazioni grilline avvicendatesi nella trattativa sul “contratto”, come Di Maio e Salvini preferiscono definire quello che una volta si chiamava “programma” di governo. Dubbi su questo cambio di terminologia sono stati peraltro espressi anche dal presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, non sospettabile di preconcetti verso i grillini per averne condiviso tante posizioni.

            A rendere più appetibile la figura del contratto, rispetto al programma, non ha contribuito la procedura con la quale i dioscuri hanno voluto sottoporla alla verifica della cosiddetta base dei loro movimenti: i grillini con una specie di acclamazione digitale garantita dall’associazione di Davide Casaleggio e i leghisti facendo votare nei gazebo, magari più volte, i passanti senza pretendere uno straccio di documento d’identità, su un elenco di temi scelti fra quelli concordati con i pentastellati. Un elenco nel quale, per esempio, non c’era traccia del cosiddetto reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini e indigesto all’elettorato leghista, specie del Nord, giustamente sospettoso che sia solo un costoso disincentivo a lavorare.

            Di questa storia si è avuta una rumorosa e rissosa eco nella curiosa “non arena” televisiva e domenicale di Massimo Giletti, su La 7. Dove la piddina Alessandra Moretti, abbandonata a se stessa dal conduttore e amico, che passavano disinvoltamente dal “lei” al “tu”, si è trovata a confrontarsi, diciamo così, una contro tutti.

             Ma lo spettacolo politicamente più significativo è stato lo scontro continuo, mimico e verbale, fra la senatrice leghista Lucia Borgonzoni e, collegato da Forte dei Marmi, il direttore del Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi, Alessandro Sallusti. Che lamentava la contraddizione innegabile fra il Salvini alleato con Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso, e al governo di regioni importanti come la Lombardia, il Veneto, la Liguria,  il Molise, la Sicilia e ora anche il Friuli-Venezia Giulia, e il Salvini alleato dei grillini per il governo nazionale. Cui Forza Italia sicuramente non concederà la fiducia nelle aule parlamentari.

            Ad un certo punto la senatrice leghista, letteralmente fuori dalla grazia di Dio, ha rimproverato a Berlusconi di avere prima autorizzato Salvini a “sedersi al tavolo” con i grillini e di avere poi cercato di togliergli la sedia sotto il sedere delegittimandolo come rappresentante anche del centrodestra, e ora persino leader della coalizione, avendo la Lega sorpassato elettoralmente i forzisti. Un centrodestra, però, di cui la senatrice Borgonzoni ha dimenticato il giudizio liquidatorio dato dai grillini: un” artificio elettorale” per loro irrilevante, ha detto più volte Luigi Di Maio.

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