Le telefonate continue di Salvini a Berlusconi. Che non lo dice ma gradisce

            Ho saputo da buona fonte che, per quanto gli impegni di lavoro siano aumentati ora che deve dividersi anche tra gli uffici del Viminale e di Palazzo Chigi, senza rinunciare a quelli della Lega e alle piazze, Matteo Salvini non lasci praticamente trascorrere giorno senza fare almeno un colpo di telefono a Silvio Berlusconi. Che, d’altronde, gli avrebbe dato come a pochi altri il numero del suo cellulare personale, dove ha smesso da tempo di inserire quelle curiose schede anti-intercettazione fornitegli dall’amico Walter Lavitola prima di doversi rifugiare all’estero e finire in galera.

            Nelle telefonate, pur rammaricandosi ogni tanto di questa o quella dichiarazione diguerra rilasciata dall’ex capogruppo forzista alla Camera Renato Brunetta e simili, Salvini cerca di rassicurare il Cavaliere. Di confermargli non solo l’amicizia e la simpatia personali ma anche la fedeltà, nonostante le apparenze, all’alleanza di centrodestra. Alle cui finalità e ai cui programmi egli ritiene di non avere rinunciato, come dimostrerebbero del resto le comuni campagne in corso per le consistenti elezioni amministrative di domenica prossima, pur essendosi momentaneamente messo con i grillini per governare a livello nazionale. Ma lo ha fatto al termine di una lunga trattativa -ricorda sempre  Salvini all’amico- che non avrebbe mai cominciato se non ne fosse stato autorizzato da lui in persona: circostanza, questa, alla quale Berlusconi non oppone mai smentita o precisazione, arrivando qualche volta solo ad ammettere di avere creduto che Altan.jpg sarebbe uscita fuori solo la rottura della frittata. Che invece è riuscita ed è sttaa servita agli italiani tra la delusione, le protesta e gli allarmi a sinistra di Altan su Repubblica: non certo un vignettista di simpatie forziste.

            Ostinato come un mulo, peraltro ingrassato negli ultimi mesi, come gli ha appena rimproverato con poca grazia Giampaolo Pansa contestandogli anche l’uso delle camicie bianche, che non ne affinano di certo la linea, Salvini è convinto che prima o dopo riuscirà a convincere del tutto Berlusconi delle proprie ragioni, come ha già fatto con Giorgia Meloni. Che, passata dal voto contrario all’astensione sulla imminente fiducia parlamentare al governo legastellato di Giuseppe Conte, ha detto urbi ed orbi che “il Cavaliere ha torto” a non dare una mano a Salvini nell’azione di contenimento e, tutto sommato, anche di contrasto ai grillini. I quali di voti ne stanno perdendo e non guadagnando dalla firma del “contratto” con i leghisti.

            Vedrete -si è avventurato a prevedere il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno agli amici-che i parlamentari di Forza Italia finiranno per approvare più provvedimenti del governo di quelli che bocceranno. Se sono rose, fioriranno. D’altronde, la vocazione all’opposizione non è irresistibile ai congiunti e agli amici che amministrano le aziende del Cavaliere, per quanto la figlia più ascoltata e più alta in grado, Marina, non si lasci scappare occasione per sostenere che il famoso conflitto d’interessi contestato al padre dagli avversari è vero al contrario. Esso gioca, cioè, più per fermare il Cavaliere che per fargli rincorrere il governo contrastando quelli in carica.

            Il telefono di Berlusconi in questi giorni è molto caldo. Chissà se riuscirà a trovarlo libero l’ormai ex ministro degli Esteri Angelino Alfano, scomparso dai radar politici. Egli ha lasciato la Farnesina esprimendo un solo desiderio: di tornare ad avere “un rapporto affettuoso” col Cavaliere, a dispetto del quid negatogli quando ancora apparteneva a Forza Italia e ne sembrava il delfino. Altro che “diversamente berlusconiano”, come Alfano si sarebbe  definito improvvisando un nuovo partito di centrodestra per restare nel governo di Enrico Letta, cui l’uomo di Arcore aveva tolto l’appoggio come ritorsione per la decadenza da senatore, a scrutinio per giunta inusualmente palese, votatagli dal Pd dopo la condanna definitiva per frode fiscale. E in applicazione retroattiva della cosiddetta legge Severino.

L’Italia che ride e quella che piange per il governo gialloverde di Giuseppe Conte

            Di tutte le foto scattate tra il Qurinale, per il giuramento del nuovo governo davanti a un presidente della Repubblica finalmente rinfrancato, e Palazzo Chigi, per l’insediamento del presidente del Consiglio, quella politicamente ma anche emotivamente più significativa l’ho trovata sulla prima pagina de La Stampa. Dove Giuseppe Conte, il campanella.jpgmuovo premier, rimasto solo dopo il commiato dal conte (al minuscolo) Paolo Gentiloni, ormai nel cortile per gli onori militari e gli applausi del personale affacciato alle finestre, chiama a sé, felice e contento, i due vice presidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico. Che hanno assistito in prima fila al passaggio della campanella d’argento del Consiglio dei Ministri dalle mani del vecchio a quelle del fresco inquilino del Palazzo.

           Vauro.jpg Quel furbacchione di Vauro Senesi nella vignetta di giornata sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che sta digerendo a fatica il nuovo governo perché ne avrebbe preferito uno concordato fra i grillini e un Pd pur sconfitto e vituperato sino al giorno delle elezioni, quasi tre mesi fa, ha tradotto la situazione del nuovo presidente del Consiglio in quella collodiana di Pinocchio fra due Carabinieri. Nei quali sono riconoscibili con la matita di Vauro sia Di Maio sia Salvini. E questo senza tener conto della quarta figura in campo al vertice del nuovo governo. Che è il sempre importante e decisivo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario dello stesso Consiglio: in questo caso il leghista Giancarlo Giorgetti, tanto alto e imponente quanto giulivo ed efficace nell’arte dei rapporti umani e politici. E anche in quella della distribuzione dei posti del sottogoverno, come si diceva una volta e non so come si debba dire in questa epoca di vero o presunto “cambiamento”.

            Passato indenne, per influenza e bravura, attraverso tutti gli avvicendamenti anche drammatici intervenuti ai vertici della Lega, da Umberto Bossi a Roberto Maroni e infine a Salvini, che ha deciso di rimanere segretario anche ora che è pieno di impegni di governo, fra il Viminale e Palazzo Chigi, Giorgetti nella lunga crisi appena conclusa è stato sul punto di arrivare lui al posto di Conte. Ed è comparso nelle cronache dei totoministri più volte al posto del controverso o contestato Paolo Savona al Ministero dell’Economia. Dove egli si troverebbe sicuramente adesso se non avesse rifiutato per convinta e dichiarata solidarietà con l’anziano economista scambiato anche da Sergio Mattarella, a torto o a ragione, per il nemico pubblico dell’euro, dell’Unione e di chissà quant’altro. Ma non a tal punto, evidentemente e paradossalmente, da precludergli il Ministero degli affari europei, al cui vertice Savona è stato nominato con tanto di giuramento, firma, controfirma del presidente della Repubblica sotto gli stucchi del Quirinale e scambi di ringraziamenti.

            La politica, per fortuna o per disgrazia, secondo le opinioni, è anche questa: l’arte del compromesso, delle soluzioni a sorpresa, o -come mi diceva il compianto Sandro Pertini-  del “resistere fino a un momento prima di cedere”, da una parte o dall’altra, o da entrambe contemporaneamente.

            Ora con un governo in cui la Lega di Salvini, con quella ciliegina sulla torta che è Giorgetti al posto chiave di sottosegretario alla Presidenza, come fu il giovane Giulio Andreotti agli albori della Repubblica con Alcide De Gasperi, ha di fatto azzerato, o quasi, le pur notevoli distanze elettorali dal più votato Movimento delle 5 stelle. Di riflesso la sinistra politica e mediatica è allarmata o addirittura piange.

           Biani.jpg L’allarme è stato gridato dal direttore della Repubblica, quella di carta, Mario Calabresi, che nel titolo del suo editoriale ha “allacciato le cinture” chiedendo ai lettori di fare altrettanto. Il pianto è quello nel quale il vignettista del Manifesto Mauro Biani ha sorpreso un’Italia tricolore ammanettata. Eppure oggi è una giornata di festa: quella della Repubblica. E della Repubblica, ripeto, vera, nata col referendum popolare del 1946 e vestita alla fine del 1947 della Costituzione ancora in vigore, tante volte venduta come “la più bella del mondo”: una Costituzione sopravvissuta alla riforma tentata da Matteo Renzi e bocciata dal sessanta per cento dell’elettorato il 4 dicembre 2016, non so francamente -a dir poco- se per fortuna o sfortuna.

 

 

 

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Mattarella riesuma il governo Conte e salva la festa della Repubblica

            Se Dio vuole è fatta, almeno per ora. Se non la Repubblica, quella vera, non quella di carta di Eugenio Scalfari, il presidente Mattarella è riuscito a salvare la sua festa, che ricorre il 2 giugno. Lo ha fatto congedando con tanti ringraziamenti Carlo Cottarelli, richiamando Giuseppe Conte al Quirinale e accettandone la lista dei ministri appena concordata su una terrazza della Camera dai leader dei due partiti che compongono il nuovo esecutivo:  il Movimento 5 stelle e la Lega. Due leader che “affiancano” il presidente del Consiglio come vice e ministri di grandissimo peso:  il leghista Matteo Salvini al Viminale, cioè all’Interno, e il grillino pentastellato Luigi Di Maio allo scatolone dove confluiscono i dicasteri dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Il contestatissimo Paolo Savona, che proposto al Ministero dell’Economia aveva fatto tremare le vene e i polsi a Mattarella per i pericoli che avrebbe potuto rappresentare per l’Unione Europea, la moneta unica e i risparmi degli italiani, è diventato ministro degli “affari europei” nel governo infine partorito. Se non sarà zuppa, sarà pan bagnato.

            A Bruxelles e dintorni, d’accordo, non si troveranno il “rompiscatole” Savona nelle riunioni dell’’Ecofin, una specie di Consiglio dei Ministri dell’Economia dell’Unione, ma lo avvertiranno spesso come un convitato di pietra perché i loro dossier finiranno lo stesso nelle sue mani in Italia.

            Ma soprattutto i signori dell’Ecofin non tarderanno ad accorgersi che l’economista Giovanni Tria, proposto a Mattarella, e accettato, al posto di Savona al dicastero in cui sono confluiti  da tempo i vecchi Ministeri del Tesoro, del Bilancio e della Finanze, è un osso duro, per niente convinto che l’Unione e l’euro siano gestiti al meglio.  Non casualmente egli è di casa alla Fondazione Bettino Craxi, sino a poco tempo fa presieduta dalla figlia dello scomparso leader socialista, Stefania, e ora dall’ex ministra Margherita Boniver, da quando Stefania è tornata in Parlamento con Forza Italia, al Senato.

            Fra i lasciti politici di Bettino Craxi c’è il monito sull’”inferno” che sarebbe diventata l’Unione Europea, e la sua moneta unica, senza modificare le regole dei vecchi trattati del 1992. Che lui, da segretario del Psi, accettò nella dichiarata convinzione che dovessero servire solo a far partire l’Unione.

            La formazione del governo Conte ha rispettato anche il vecchio detto popolare che “né di Venere né di Marte ci si sposa né si parte”. E’ nato infatti di giovedì, in tempo anche per permettere al presidente del Consiglio di correre dagli amici che lo aspettavano nella solita pizzeria, e ristorante, del centro storico di Roma.

           Giannelli.jpg Giuramento dei ministri e partecipazione all’abituale ricevimento nei giardini del Quirinale  per la festa della Repubblica sono invece l’antipasto della rassegna militare e civile del 2 giugno ai Fori Imperiali, dove il vignettista del Corriere della Sera ha già immaginato svettare come jet Conte, Di Maio e Salvini, sopra un canuto e assordato Mattarella. Che in questa lunghissima crisi di governo ne ha viste e tollerate un po’ di tutti i colori, lasciandosi in verità sorprendere troppe volte da fatti e attori dell’inusuale e un po’ sismico scenario politico prodotto dalle elezioni del 4 marzo scorso.

            Alla fine il presidente della Repubblica ha avuto anche la possibilità di giovarsi, personalmente e istituzionalmente, di una crisi apertasi più o meno sotto traccia in entrambi i partiti del “governo del cambiamento”, avendo prima Di Maio e poi anche Salvini incontrato resistenze alla originaria linea dello sfondamento verso le elezioni anticipate, per giunta d’estate.

            Ciò ha permesso a Mattarella, minacciato per 48 ore anche di cosiddetto impeachment,  di tirare un sospiro di sollievo e di esprimere quella che il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, con il sapiente gioco di parole che è abituato a cogliere, e qualche volta anche a conciliare, fra gli arazzi e i tappeti del palazzo dove trascorre buona parte della sua giornata, ha definito “soddisfazione senza trionfalismi”. Cui invece si sono un po’ goffamente abbandonati politici, costituzionalisti, editorialisti e cronisti affetti da quella che chiamerei la sindrome della Corte.

            Come potrà lavorare e quanto potrà durare il governo dell’”avvocato difensore del popolo” Giuseppe Conte nessuno può onestamente sapere e ragionevolmente prevedere anche perché la sua nascita, pur fortunosa, ha abbozzato nuovi equilibri e distrutto o lesionato altri. Siamo all’ennesima scomposizione e ricomposizione delle forze politiche e degli equilibri: un fenomeno ciclico che nella lontana e cosiddetta prima Repubblica aveva un regista eccezionale: Aldo Moro. Ad averne un altro all’altezza in questa incipiente e proclamata “terza Repubblica”: quella “dei cittadini”, come la vorrebbe chiamare con troppa enfasi Di Maio, non proprio un monumento alla chiarezza e alla linearità di posizioni e comportamenti.

 

 

 

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L’album di famiglia dei giustizialisti consultabile al Corriere della Sera

Angelo Panebianco con la consueta lucidità, e il pessimismo della ragione felicemente contrapposto da Antonio Gramsci nel secolo scorso all’ottimismo della volontà, ci ha appena ammonito sul Corriere della Sera  a non farci illusioni su un “rapido declino” dei “partiti antisistema”. Che erano giunti già cinque anni fa sulla soglia del governo, nella diciassettesima legislatura, varcandola in questa diciottesima con l’incarico conferito da Sergio Mattarella all’”avvocato difensore del popolo” Giuseppe Conte. Un popolo, secondo Conte e i due partiti –5 stelle e Lega– suoi sostenitori nel viaggio per Palazzo Chigi, vessato troppo a lungo da caste e quant’altro rappresentate o protette dai partiti avvicendatisi al potere.

La Lega, in verità, è un movimento antisistema atipico, sdoganato poco dopo la sua nascita, in tandem col più vecchio Movimento Sociale, da un Cavaliere  -Silvio Berlusconi- riuscito, pur tra alti e bassi, a farne un partito di governo, a livello locale e nazionale. E anche di buon governo, bisogna ammetterlo. Ma nella versione salviniana, premiata dagli elettori, il partito che fu di Umberto Bossi è destinato forse a riservare sorprese ancora maggiori di quelle che ha già procurato in questi ultimi tempi, prima e dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso facendo venire i capogiri al vecchio sdoganatore.

Secondo Panebianco lo scenario populista e quant’altro nel quale ci stiamo muovendo è il frutto di “una trentennale, martellante propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto”.

Cito ancora di Panebianco, condividendolo, “il lavaggio del cervello a cui il “circo mediatico giudiziario” ha sottoposto per decenni tanti italiani”: un lavaggio del cervello che ha funzionato “complice la tradizionale debolezza della cultura liberale”, per cui “molti si sono convinti che questo è, a causa della politica, il Paese più corrotto del mondo, o giù di lì, e che bisogna innalzare (per ora solo metaforicamente, poi si vedrà) la ghigliottina”.

Parlare di un trentennio, come ha fatto l’editorialista del Corriere della Sera, significa risalire anche a prima del ciclone giudiziario di “Mani pulite”, che travolse la cosiddetta prima Repubblica e ribaltò i rapporti tra i poteri a vantaggio della magistratura. In effetti, già prima del 1992 la politica aveva cominciato a perdere terreno. Risale addirittura al 1978, l’anno del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, la sensazione avvertita dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer, pur di fronte alla sopravvivenza della legge sul loro finanziamento pubblico al referendum abrogativo promosso da Marco Pannella, che i partiti stessero perdendo credibilità, compreso il suo. E, facendo parte della cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale, pretese come segnale di svolta e di riconciliazione col pubblico, ottenendole, le dimissioni da presidente della Repubblica di Giovanni Leone, oggetto di una campagna scandalistica poi naufragata nelle aule dei tribunali. Per cui seguirono, ma a distanza di vent’anni, in tempo comunque per cogliere ancora Leone in vita, le scuse di quanti avevano contribuito alla sua sostanziale rimozione dal Quirinale, quando peraltro mancavano solo sei mesi alla scadenza del mandato.

Tuttavia, pur potendo risalire a trenta e persino a 40 anni fa, quanti ne sono trascorsi dalla vicenda Leone, la “martellante propaganda” contro la politica inevitabilmente o generalmente corrotta raggiunse il suo apice mediatico e culturale nel 2007. Fu allora che, anche sull’onda -come ha giustamente ricordato ieri sul Dubbio Angelo Bandinelli prendendo spunto, fra l’altro, da un editoriale di Giovanni Orsina di due anni fa sulla Stampa- venne pubblicato e fece testo il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo dal titolo “La Casta- Così i politici italiani sono diventati intoccabili”. Un libro che in soli sette mesi vendette un milione e  duecentomila copie, ristampato più volte e seguito da altri di tipo analogo, degli stessi autori e imitatori.

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo erano la coppia di punta degli inviati e degli autori di inchieste del Corriere, destinata a separarsi dopo dieci anni, quando  Rizzo  è passato a Repubblica diventandone vice direttore. “Ci siamo formati alla loro scuola”, si vantò qualche settimana fa una matricola parlamentare dei grillini.

L’appartenenza di Stella e Rizzo al Corriere, due giornalisti -per carità- di indiscussa bravura, ma spesso lasciatisi prendere la mano nella loro campagna contro “la casta”, ha dato un po’ il sapore froidianamente autocritico al titolo assegnato all’editoriale di Panebianco: “Album di famiglia”. Come quello storico dell’altrettanto storico articolo sul Manifesto scritto da Rossana Rossanda sui brigatisi rossi che avevano sequestrato Moro sterminandone la scorta e diffondendo il primo dei loro truculenti comunicati o proclami.

Per carità, non facciamo confusione fra giornalisti d’inchiesta e terrositi. Ma quell’”album di famiglia” per altri versi centra un problema reale dell’informazione in Italia e di ciò che, volente o nolente, essa ha quanto meno contribuito a creare di questo cupo scenario che ci avvolge. E che ha fatto saltare tutti gli schemi, tutte le abitudini della politica e dintorni, investendo di una certa confusione persino il Quirinale nella gestione della lunga crisi di governo apertasi con le elezioni del 4 marzo scorso.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Quante preoccupazioni per il “fango sul Quirinale” di Sergio Mattarella

“Troppo fango sul Quirinale”, si è lamentato Paolo Mieli commentando in uno dei salotti televisivi che frequenta spesso gli ultimi sviluppi della lunga crisi di governo. E difendendo il capo dello Stato non solo dagli annunci grillini, poi rientrati, di promuovere contro di lui l’accusa di tradimento e attentato alla Costituzione dopo il no a Paolo Savona al Ministero dell’Economia, ma anche dal rimprovero del Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi di non avere fatto tentare a Matteo Salvini la formazione di un governo di centrodestra.

            In effetti il presidente della Repubblica si è procurato parecchie critiche e attacchi, non tutti contenuti nei limiti di una corretta, per quanto dura polemica politica, con insulti e minacce persino fisiche. E’ corsa a soccorrerlo in qualche modo anche la polizia sistemando nei pressi del Quirinale uno striscione in sua difesa.

           Furio Colombo.jpgMa la sovraesposizione del capo dello Stato, chiamiamola così, nella gestione della crisi è stata ed è tuttora un fatto innegabile, per niente inventato. E’ stata una scelta dello stesso presidente, magari in buona fede, per carità, nella convinzione di fare al meglio il proprio lavoro, ma alquanto anomala, a dir poco. Una sovraesposizione superiore ad ogni altro precedente nella storia più che settantennale della Repubblica, compreso quello drammatico dell’estate del 1964: quando il presidente Antonio Segni fu tentato dal ritorno al centrismo, dopo meno di un anno di centrosinistra guidato da Aldo Moro, e temendo proteste in piazza chiese garanzie di ordine pubblico al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, già capo dei servizi segreti. Che aveva già pronto, o allestì per l’occasione, un piano avvertito di sapore golpista anche dall’allora ministro degli Esteri Giuseppe Saragat. Che, a crisi risolta con la prosecuzione del centro-sinistra, lo contestò personalmente a Segni in un incontro, presente Moro, finito con l’ictus del presidente adiratissimo.

           Farina.jpg Quella di Mattarella nella crisi che ancora si trascina, essendosi il presidente appena dato tutto il tempo necessario per tentare di rianimare il governo legastellato di Giuseppe Conte, o uno analogo, infrantosi contro la mancata nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, è un’esposizione maggiore anche del precedente di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992: quando le consultazioni furono allargate al capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli, nutrendo il presidente il sospetto che il segretario socialista Bettino Craxi, in procinto di essergli proposto alla guida del governo dalla Dc e dal Psi, fosse già coinvolto o stesse per esserlo nelle indagini sul finanziamento illegale della politica, note come “Mani pulite”. Craxi “allo stato” non lo era. Lo sarebbe stato dopo circa sei mesi. Ma Scalfaro per cautela preferì rifiutargli l’incarico, convincendolo a rinunciarvi spontaneamente a favore di un altro socialista a sua scelta. Che fu Giuliano Amato.

            Giannelli.jpgOra Mattarella, bloccando la formazione di un governo tecnico già allestito su suo incarico da Carlo Cottarelli, e cogliendo segnali raccolti nel dibattito politico, fra comizi elettorali, interviste, dichiarazioni e comunicati, ha voluto esplorare le possibilità di superare, se non vogliamo dire rompere, la compattezza dei leader grillino e leghista nella designazione di Savona a ministro dell’Economia. Ed è riuscito in questa opera da “cuneo”, come è stata definita in qualche titolo di giornale, visto che  Luigi Di Maio ha proposto una diversa collocazione di Savona nel governo, benedetta con l’”attenzione” annunciata dal Quirinale.

           Matteo Salvini, ancora tentato dalle elezioni anticipate per i sondaggi che  danno in forte crescita la sua Lega, si è mostrato incerto in una pur dichiarata apertura. E l’anziano economista Savona, già ministro nel governo di Carlo Azeglio Ciampi del 1993, ha finito per trovarsi nella scomoda posizione di un vecchio  apparentemente irriducibile nelle sue ambizioni. Che starebbe resistendo ad una rinuncia o diversa destinazione, liberatoria per tutti quelli, compreso Mattarella, che lo hanno indicato come un potenziale destabilizzatore dell’euro e, più in generale, dell’Unione Europea. La sua colpa è  solo di volerne cambiare le regole, naturalmente con le “opportune alleanze”, secondo le dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio incaricato Conte, non certo da solo, anche a costo di uscirne. Come se, peraltro, bastasse il pur importante ministro dell’Economia a portare fuori l’Italia dall’euro, e non fosse questa una decisione spettante al governo e a chi lo guida “promuovendo e coordinando l’azione dei ministri”: parole dell’articolo 95 della Costituzione sulla figura del presidente del Consiglio.

            giornali esteri.jpgLa sovraesposizione di Mattarella, infine, supera ogni precedente perché non vi è stata mai una campagna elettorale -come avverrà invece nella prossima, in qualunque stagione si finirà per arrivarvi, sicuramente in anticipo rispetto alla scadenza ordinaria della legislatura- col presidente della Repubblica, volente o nolente, scomodamente coinvolto.

            Il fango sul Quirinale, per tornare all’immagine di Paolo Mieli, è sicuramente increscioso. Ma non è meno incresciosa la breccia attraverso la quale esso ha potuto arrivarvi, o lambirlo, con una gestione insolita della crisi. Dalla quale il presidente della Repubblica non può tirarsi o essere tirato fuori senza una superdose di ingenuità o generosità, generalmente poco compatibile con le abitudini della politica e dintorni.

 

 

 

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La lunga crisi di governo è diventata un giallo grottesco, a spese dei titoli di Stato

            Quei due corazzieri solennemente piazzati dal cerimoniale del Quirinale davanti alla porta del presidente della Repubblica, in vista dell’annuncio della formazione del governo tecnico ed elettorale di Carlo Cottarelli, e improvvisamente allontanati davanti alle telecamere per sopraggiunte difficoltà hanno dato il segno della imprevedibilità, drammaticità e non so cos’altro, francamente, di una vicenda politica tinta di giallo. Che non è solo il colore del Movimento delle 5 stelle, come il verde è tornato ad esserlo della Lega, ma anche quel tipo di letteratura che si occupa di delitti e trame. E’ un giallo a dir poco grottesco a quasi tre mesi ormai dalle elezioni politiche del 4 marzo e non si sa ancora bene a quanto pochi dalle elezioni anticipate messe nel conto dallo stesso presidente della Repubblica annunciando più volte, almeno due, un governo destinato a gestirle.

            Il giallo di questa crisi è costituito da un intreccio di elementi che possono essere visti indifferentemente come cause ed effetti. E che provo ad elencare nell’ordine in cui mi sono apparsi evidenti.

            Il primo di questi elementi è la gestione anomala della crisi da parte di chi vi è costituzionalmente preposto: il presidente della Repubblica. Egli ha obiettivamente oscillato, volente o nolente, tra il massimo della pazienza, o tolleranza, anche a costo -lo ha detto lui stesso- di incorrere in critiche e attacchi, e il massimo della intransigenza, culminata nel rifiuto di nominare un illustre economista come Paolo Savona ministro dell’Economia, con la conseguente rinuncia del professore incaricato Giuseppe Conte a formare il governo legastellato “del cambiamento”.

            Non è piacevole criticare il presidente della Repubblica, che rappresenta costituzionalmente l’unità nazionale ed è la prima autorità di garanzia nel nostro ordinamento, per cui al solo nominarlo nelle aule parlamentari si rischia un richiamo del presidente dell’assemblea. E’ appena accaduto al Senato e  rischia di ripetersi in quel che resterà di questa diciottesima legislatura. Ma sono incontrovertibili le sorprese, quanto meno, che Sergio Mattarella ha riservato a tutti nella ricerca di una soluzione alla crisi formalmente apertasi con le dimissioni del governo Paolo Gentiloni, subito dopo l’insediamento delle nuove Camere. Egli ha diviso su certe sue decisioni, in particolare sul rifiuto della nomina di Paolo Savona, il mondo accademico e politico dei costituzionalisti, procurandosi i dubbi, a dir poco, per esempio, del presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida. Che non credo possa essere scambiato né per un eversore né per un maleducato.

            Un altro elemento del giallo grottesco, ripeto, della crisi è la spregiudicatezza tattica, ma anche strategica, dei due partiti che si sono assunti il ruolo di “vincitori” delle elezioni del 4 marzo scorso stipulando alla fine anche un “contratto” di governo: i grillini e i leghisti, nell’ordine dei voti che hanno raccolto nelle urne, e anche della disinvoltura che hanno dimostrato, peraltro scaricandosene a vicenda la responsabilità. 

            Il grillino Di Maio, per esempio, prima si è accodato sui giornali e nelle piazze all’iniziativa parlamentare del cosiddetto impeachment del presidente della Repubblica annunciata dalla leader della destra Giorgia Meloni, poi vi ha pubblicamente rinunciato, al primo insorgere di voci e notizie sulle difficoltà del nuovo presidente incaricato Carlo Cottarelli. E lo ha fatto accusando il segretario leghista di non essergli andato dietro, come lui aveva fatto -ripeto- rispetto a Giorgia Meloni.

           Di Maio ha infine chiesto al capo dello Stato di ridare la palla della crisi  ai legastellati. Roba da capogiro, con tutto quello che i capogiri spesso riescono a provocare persino a livello internazionale, finanziario e politico. Vogliamo parlare degli speculatori non scoraggiati ma attivati contro i titoli di Stato italiani dopo la decapitazione di Savona motivata proprio con la necessità di calmarli? O di quel commissario europeo al bilancio, il tedesco Gunther Oattinger, ancora al suo posto dopo avere annunciato che saranno appunto questi speculatori a determinare le scelte elettorali degli italiani? Un commissario sconfessato dal presidente della Commissione, rassegnatosi poi a scusarsi ma -ripeto- incredibilmente e provocatoriamente rimasto in carica, almeno sino al momento in cui scrivo.

             Con la richiesta di Di Maio di riaprire i giochi di un governo legastellato, o altri, è tornato come uno spettro lo scenario della conclusione della prima fase della crisi. Quando Mattarella annunciò il proposito di formare un governo “neutrale” di tregua e insieme di possibile gestione di elezioni anticipate, fatto di persone impegnate con lui a non candidarsi per le nuove Camere, ma si fermò davanti all’iniziativa  improvvisamente e spontaneamente assunta da grillini e leghisti di aprire una trattativa. Prima di fermò, e poi il presidente della Repubblica assecondò di fatto l’operazione concedendo tutto il tempo che via via i negoziatori del “contratto”, come se fossero degli incaricati, reclamavano con pubbliche dichiarazioni e con telefonate al Quirinale. Dove c’era sempre qualcuno pronto a rispondere.

            Un altro elemento ancora del giallo della crisi è il comportamento per niente lineare del Pd. Che dopo avere ondeggiato fra aperture e chiusure ai grillini, che lo hanno considerato un forno concorrente a quello della Lega per un accordo di governo, ed avere spalleggiato Mattarella nell’operazione Savona, chiamiamola così,  lo hanno politicamente scaricato nel passaggio del governo Cottarelli.

            In particolare, è giunto proprio dal Pd l’annuncio di un’avarissima astensione al governo dell’economista chiamato al Quirinale per gestire le elezioni anticipate: un’astensione che, unendosi al voto contrario preannunciato praticamente da tutti gli altri gruppi o partiti, darebbe al cosiddetto Gabinetto del Presidente la fisionomia di un reietto, e non solo di un bocciato.

            Come se questo non bastasse, il Pd si è unito a grillini e leghisti nel chiedere una data delle elezioni anticipate ancora più ravvicinata del “dopo agosto” annunciato da Cottarelli, chiaramente d’intesa col presidente della Repubblica, dopo avere ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio. In questo caso si potrebbe cercare di votare tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, con quanto gradimento e quanta affluenza alle urne è facile immaginare.

            Matteo Renzi, si sa, non è più il segretario del Pd. Ma si sa anche che ne rimane un po’ il regolo. Un regolo però un po’ sregolato e politicamente disinvolto pure lui, come ha appena dimostrato nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7. Dove egli ha difeso l’intangibilità, diciamo così, del presidente della Repubblica dagli attacchi di grillini, leghisti e quant’altri dimenticando le critiche mossegli dopo le elezioni del 4 marzo scorso.

            Allora, riconoscendo la sconfitta elettorale subita e annunciando le dimissioni da segretario del partito, Renzi ne attribuì parte almeno della responsabilità alle elezioni anticipate rifiutategli dal presidente della Repubblica l’anno scorso, all’indomani e per effetto di un’altra sconfitta: quella nel referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale proposta dal suo governo, approvata dalle Camere ma bocciata dagli elettori. 

 

 

 

 

 

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“Senza fiato” al Quirinale per gli attacchi al presidente Sergio Mattarella

            Al Quirinale sono rimasti tanto male per la campagna aperta dai grillini, e dalla destra, ma un po’ anche dai leghisti contro il presidente Sergio Mattarella, minacciato di cosiddetto impeachment in Parlamento e di contestazioni in piazza a Roma nel giorno della festa della Repubblica, da non riuscire a ridere, ma neppure a sorridere della vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera. Dove il capo dello Stato, rispondendo ad una voce fuori campo mentre cuoce a fuoco più o meno lento in un pentolone Matteo Salvini e Luigi Di Maio, li definisce “Cottarelli”: il nome dell’economista che, fatto naufragare il governo legastellato del professore avvocato Giuseppe Conte col rifiuto di nominare Paolo Savona ministro dell’Economia, Mattarella ha promosso presidente del Consiglio.

            Il governo tecnico di Cottarelli, privo di ogni possibilità di ottenere la fiducia del Parlamento prima ancora di giurare nelle mani del capo dello Stato, è destinato a gestire le elezioni anticipate. Di cui manca solo la data precisa “dopo agosto”, ha comunque precisato il presidente appena incaricato.

            L’ironia di Emilio Giannelli non poteva del resto essere apprezzata da un presidente della Repubblica e da consiglieri vestiti di tutto punto per scortarlo nei movimenti e nelle riflessioni, convinti di non avere per niente messo in cottura Salvini e Di Maio, ma di averli aiutati in ogni modo possibile e immaginabile, anche a costo di sembrare imbelli a critici come Giuliano Ferrara sul Foglio. Sarebbe “bastato” che i due leader politici avessero accontentato Mattarella nella richiesta di fargli proporre da Conte per  il  dicastero dell’Economia il leghista Giancarlo Giorgetti anziché Savona. Che è stato scambiato anche dal presidente della Repubblica italiana, oltre che dall’entourage della cancelliera tedesca Angela Merkel, per un euroscettico pericoloso, smanioso di alzare tanto la posta nelle trattative per una revisione delle regole della moneta unica da farne uscire l’Italia.

            Savona, si sa, ha cercato anche con un comunicato di smentire questa rappresentazione delle sue idee e progetti, ma non c’è stato verso. Di quel comunicato non è piaciuto neppure uno dei siti telematici con cui è stato diffuso, in odore o puzza, secondo i gusti, di euroscetticismo.

           Di Savona, insomma, non è andato bene niente negli uffici del Colle, dove peraltro Mattarella ha voluto evitare, forse significativamente, persino di nominare il pur autorevole economista, già ministro del governo paratecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi nel difficile passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda Repubblica,  quando ha parlato della questione davanti alle telecamere per spiegare l’infausto epilogo del mandato di Conte.  

            Breda.jpg Ora al Quirinale, per ripetere le parole tra virgolette attribuite da Marzio Breda sul Corriere della Sera ai “consiglieri più sperimentati” del capo dello Stato, si assiste a “una deriva nichilsta” contro Mattarella “che lascia senza fiato”.

            Appartiene forse a questa “deriva” anche lo sfogo cui si è abbandonato il leghista Roberto Calderoli all’annuncio dell’incarico di presidente del Consiglio a Cottarelli.

           In particolare, pur avendo la Lega preso le distanze dal percorso parlamentare dell’impeachment annunciato da grillini e fratelli d’Italia, limitandosi  a partecipare alle manifestazioni di piazza in preparazione, Calderoli ha detto: “Dopo che Cottarelli sarà stato sfiduciato, Mattarella dovrà pagarne le conseguenze. La sua coscienza gli dirà se deve dimettersi. Io faccio solo notare che a noi del centrodestra mancavano 50 voti alla Camera, a Cottarelli ne mancano 500. E il Quirinale lo ha mandato in Parlamento”, dove invece, secondo Calderoli, avrebbe potuto essere mandato Salvini, non si capisce bene però se prima o dopo avere negoziato il “contratto” di governo con i grillini.

 

 

 

 

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Un governo Cottarelli per il voto anticipato. E Mattarella a rischio di impeachment

            Dal professore, avvocato e non so che altro Giuseppe Conte all’economista Carlo Cottarelli, già passato per la Banca d’Italia, l’Eni, il Fondo Monetario Internazionale, l’Università Cattolica di Milano e i governi di Enrico Letta e di Matteo Renzi come commissario o esperto di tagli alla spesa pubblica. Questo dunque è il passaggio che il capo dello Stato ha deciso per il conferimento dell’incarico di formare il nuovo governo, destinato però -salvo altre clamorose sorprese in questa lunghissima crisi apertasi di fatto con la proclamazione dei risultati delle elezioni politiche del 4 marzo scorso- a gestire lo scioglimento anticipato delle Camere e un altro ricorso alle urne.

            “Dateci subito la data delle nuove elezioni o andiamo a Roma”, ha minacciato l’”arrabbiato come una bestia” segretario  della Lega Matteo Salvini.  Che si sente ormai impegnato in quella che nel suo partito, in continua e forte crescita nei sondaggi, chiamano “campagna elettorale permanente”, con tanto di acronimo:  Cep. Una data per le prossime elezioni -ha annunciato in prima pagina il Corriere della Sera- potrebbe essere il 9 settembre, ai confini fra l’estate e l’autunno.

            Salvini, sempre lui, accusato intanto dall’ex segretario del Pd Matteo Renzi di non avere mai voluto davvero il governo gialloverde per il quale aveva pur negoziato con i grillini un “contratto”, si è detto per ora “poco interessato” a un procedimento parlamentare di messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento. E ciò per avere Mattarella rifiutato la nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’Economia propostagli, prima della rinuncia, dal presidente  incaricato Conte. Un rifiuto motivato dal presidente col pericolo che le idee di Savona, per quanto precisate da una dichiarazione a favore di “un’Europa più forte ma anche più equa”, portassero l’Italia all’isolamento nell’Unione Europea, all’uscita dall’euro e alla compromissione dei risparmi degli italiani,  tutelati invece dalla Costituzione.  

            A porre sul tavolo il nodo dell’”impeachment” del presidente della Repubblica, come lo chiamano negli Stati Uniti,  è stata l’iniziativa annunciata per ora dai grillini – dal capo in persona del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio- e dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che pure si era collocata all’opposizione del governo gialloverde, o legastellato. A scioglierlo, questo nodo, dovrebbe essere con una complessa procedura il Parlamento. Che non ne avrà però il tempo se interverrà lo scioglimento anticipato, nonostante la diffida già levatasi dai grillini e dalla destra. Ma il problema potrebbe riproporsi nelle nuove Camere, specie se grillini e leghisti vi dovessero tornare in maggiori forze, addirittura con “l’80 per cento dei voti” pronosticato da Massimo D’Alema in una conversazione con l’ex presidente del Senato Pietro Grasso. “Ce la leghiamo al dito”, ha avvertito Salvini spiegando che le prossime elezioni equivarranno a “un referendum tra chi vuole un’Italia libera o schiava” dei vincoli europei e di chi li gestisce con tanta forza da intromettersi nelle vicende interne dei paesi dell’Unione.

            La Cep, cioè la campagna elettorale permanente, è stata così già investita del drammatico scontro istituzionale apertosi con le polemiche contro il capo dello Stato. Pertanto i risultati delle prossime elezioni rischieranno di tradursi anche in un giudizio politico sulle scelte e sulla stessa persona del presidente della Repubblica: una cosa che non si era mai vista nella storia più che settantennale della stessa Repubblica.

            Fra tutti i partiti, quello che si trova nelle maggiori difficoltà di fronte ai sorprendenti sviluppi della crisi è Forza Italia. Il cui presidente Silvio Berlusconi, uscito di recente dalle condizioni di incandidabilità in cui l’aveva messo la cosiddetta legge Severino per la condanna definitiva per frode fiscale comminatagli nel 2013 dalla sessione feriale della Corte di Cassazione, ha gioito della mancata formazione del governo legastellato e condiviso le preoccupazioni espresse da Mattarella per la sorte dei risparmi italiani.  “Mi fai cadere le braccia”, gli ha però replicato in pubblico Salvini, che gli ha contestato il permesso datogli di trattare con i grillini.

             Ma soprattutto Salvini non ha dato per scontato di ripetere nelle prossime elezioni l’alleanza di centrodestra. “Si vedrà”, ha minacciato il segretario della Lega, ripetendo la stessa espressione a chi gli ha chiesto se non si lascerà tentare invece da un’alleanza elettorale con i grillini, che potrebbe portare i due partiti al risultato pronosticato beffardamente da D’Alema.

Altissima tensione istituzionale dopo il veto di Mattarella a Savona e la rinuncia di Conte

            Il presidente della Repubblica ha impresso alla crisi uno sviluppo drammatico. Egli ha rifiutato la nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’Economia, propostagli dal presidente incaricato Giuseppe Conte, che ha pertanto rimesso il mandato di formare il governo.

            Nel motivare con pubbliche dichiarazioni nella loggia delle Vetrate, al Quirinale, il no al professore Savona il capo dello Stato non lo ha neppure nominato. E tanto meno ha ritenuto di prendere in considerazione un comunicato precedentemente emesso dall’interessato per precisare la sua posizione, lamentando le “scomposte polemiche” sviluppatesi sulle sue posizioni in tema di gestione dell’Unione Europea e della moneta unica. Una dichiarazione, quella di Savona, già ministro del governo di Carlo Azeglio Ciampi, conclusasi con l’impegno per “un’Europa più forte ma anche più equa”.

            A far salire la tensione politica e istituzionale ha contribuito anche la decisione presa da Mattarella di convocare e ricevere, prima del presidente incaricato,  i leader dei due partiti della ormai ex costituenda maggioranza: nell’ordine di salita al Quirinale, il segretario leghista Matteo Salvini e il capo del movimento 5 stelle Luigi Di Maio. I quali hanno poi commentato molto duramente l’epilogo negativo del tentativo del professore Conte, da essi designato, di risolvere la crisi.

            Il presidente della Repubblica ha annunciato una iniziativa su cui provocare un dibattito in Parlamento, prima di valutare l’opportunità di sciogliere le Camere per un ricorso anticipato alle urne. Iniziativa riconducibile al proposito già enunciato dal capo dello Stato di nominare un governo “neutrale” per una tregua o per la gestione, appunto, delle elezioni anticipate, in caso di mancata fiducia parlamentare. Una convocazione in questo senso è già stata annunciata al Quirinale: quella dell’economista Carlo Cottarelli, già impegnatosi per incarico di altri esecutivi sul tema della riduzione delle spese pubbliche.

            Nel frattempo sono state preannunciate prima dalla destra di Giorgia Meloni e poi dal movimento grillino iniziative parlamentari contro il presidente della Repubblica per incolparlo di alto tradimento davanti alla Corte Costituzionale.

            Se tali iniziative dovessero davvero avviarsi, il presidente della Repubblica potrebbe trovarsi nell’assai anomala condizione di dovere interrompere anche un procedimento contro di lui sciogliendo anticipatamente le Camere. E di diventare poi una specie di convitato di pietra della campagna elettorale.

 

 

 

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Miracoli al Quirinale col veto a Paolo Savona ministro dell’Economia

            Miracolo, anzi più d’uno, al Quirinale. Dove le forti resistenze opposte dal presidente della Repubblica alla nomina dell’economista Paolo Savona a ministro dell’Economia, reclamata in termini alla fine anche ultimativi dai leghisti col sostegno dei grillini, e proposta dal presidente incaricato Giuseppe Conte, hanno scomposto anche lo schieramento mediatico, e non solo politico.

            Parole e posizioni a favore di Savona, sostenuto proprio per la grinta, chiamiamola così, contestagli da Mattarella nei riguardi del peso e del ruolo esercitato dalla Germania nell’Unione Europea, sono arrivate anche da settori schieratisi all’opposizione del governo contrattato da leghisti e grillini, o viceversa. Si sono schierati con Savona la destra di Giorgia Meloni, la sinistra dell’ex vice ministro Stefano Fassina e Francesco Boccia, del Pd. Consensi sono arrivati dal Manifesto e -udite, udite- dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, pur spesosi durante la crisi per un accordo di governo fra i grillini e il Pd, che certamente non avrebbe contemplato un arrivo di Paolo Savona al vertice del Ministero dell’Economia.

           Travaglio.jpg Il giornale di Travaglio non solo avrebbe preferito un governo Di Maio-Pd, ma contesta a Savona non pochi precedenti politici e persino giudiziari nella sua lunga carriera pubblica. Eppure esso non condivide l’ostilità di Mattarella a Savona. E ne contesta anche la forma, che diventa sostanza quando si parla di rapporti istituzionali ad un livello così alto com’è quello del capo dello Stato: la forma di comunicati allusivi e di informazioni a dir poco indirette.

            Fra queste informazioni, soffiate e quant’altro, Travaglio ne ha raccolte anche di natura anagrafica, contrapponendo i critici di Savona i suoi 81 anni e mezzo di età alla natura di “cambiamento” vantata dal governo concordato fra leghisti e grilli, o -ripeto- viceversa. Ebbene, “se un uomo di 82 anni non può essere ministro perché un capo dello Stato fu rieletto a 88?”, ha chiesto Travaglio non rinunciando ai suoi strali spesso ossessivi contro Giorgio Napolitano, confermato al Quirinale a quell’età nel 1993, all’inizio di una legislatura contrassegnata proprio dall’irruzione elettorale dei grillini.

            Se è per questo, e senza tornare ossessivamente -ripeto- sul tasto e sulla figura di Napolitano, peraltro convalescente in questi giorni dopo avere rischiato la morte per un infarto e subìto un pesante intervento chirurgico, Travaglio avrebbe potuto citare l’esempio dell’indimenticato e popolarissimo Sandro Pertini, eletto al Quirinale nel 1978, dopo le dimissioni di Giovanni Leone, alla bella età di 82 anni. “Tanto, durerà poco”, disse imperdonabilmente il capogruppo democristiano alla Camera Flaminio Piccoli rassegnandosi a votarlo. E non prevedendo che Pertini avrebbe portato a termine regolarmente e felicemente il suo settennato presidenziale, peraltro tentando dietro le quinte, fra smentite formali, la rielezione.

            A disagio, pur difendendone le prerogative costituzionali, di fronte all’ostinato rifiuto di Mattarella di nominare Savona ministro dell’Economia  si è sentito nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica anche Eugenio Scalfari. Il quale ha scritto: “Mattarella sapeva che il suo no a Savona avrebbe determinato questo sconquasso. Allora perché ha accettato il nome di Conte?”, affidandogli l’incarico di formare il governo dopo un incontro durato un paio d’ore.

            Già, perché? Perché evidentemente il presidente della Repubblica riteneva di avere convinto il presidente incaricato a sposare le sue riserve, e a farsene carico nei rapporti con quanti lo avevano designato alla guida del governo. E Conte, a leggere le corrispondenze non smentite del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, imprudentemente glielo aveva fatto credere dicendogli di non volere mettersi nel governo “una mina vagante” come l’economista sardo, europeista pentito o eretico, come preferite, sicuramente inviso alla stampa tedesca e forse  alla cancelliera in persona. Grande pertanto è stata la sorpresa, anzi la delusione di Mattarella, e forse anche qualcosa in più, quando si è rivisto di fronte il presidente incaricato, reduce da un incontro con Luigi Di Maio e Matteo Salvini,  deciso a proporgli formalmente la nomina di Savona.

            Ora, di fronte al rischio di una crisi tornata in alto mare, e di un ritorno alla prospettiva delle elezioni anticipate, che si risolverebbero -con gli umori correnti nel Paese- in un rafforzamento tanto dei leghisti quanto dei grillini, o addirittura in una rapida e vincente ricomposizione del centrodestra, col ritorno di Berlusconi in persona in Parlamento, Mattarella si trova in quelle che comunemente si chiamano ” braghe di tela”, per quanto possano sembrare irreverenti parlando del capo dello Stato. Il quale rischia di assumersi la responsabilità vera e propria, e non solo la paternità costituzionale dello scioglimento anticipato delle Camere, pur cercando i suoi sostenitori di scaricarla sui leghisti, magari aggrappandosi ad una vignetta di  Stefano Rolli, sul Secolo XIX, in cui Salvini offre a Conte un passaggio al Quirinale sulla sua ruspa.

          Breda.jpg  Qualche esitazione tuttavia si può ottimisticamente avvertire nelle riflessioni e nello stato d’animo del presidente della Repubblica leggendo la conclusione dell’odierna corrispondenza del già citato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, aduso a interpretare bene, diciamo così, il clima del Quirinale. “Una soluzione di compromesso -ha scritto Breda- potrebbe venire da qualche dichiarazione correttiva dell’economista Savona prima che Conte salga al Quirinale”, cioè risalga con la lista dei ministri. Una dichiarazione, ripeto, “correttiva”, puntualmente arrivata, delle interpretazioni date ai suoi propositi o alle sue convinzioni, e delle “scomposte polemiche” condotte contro di lui, non una rinuncia di Savona. Come forse all’origine Mattarella si aspettava, prima di rendersi conto del vicolo cieco in cui, volente o nolente, egli aveva quanto meno contribuito a cacciare la crisi di governo.

 

 

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