La debacle grillina e la delusione leghista nella città civetta di Brindisi

             Fra i 760 e rotti Comuni in cui si è votato per il rinnovo delle relative amministrazioni, quello di Brindisi si presta più di molti altri a riflessioni sugli effetti dello scenario politico nazionale dopo la formazione del governo gialloverde di Giuseppe Conte.

            Nella popolosa città pugliese, dove sono scesi a fare campagna elettorale entrambi i vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, riempiendo le piazze nella speranza di riempire anche le urne, il centrodestra ha voluto o potuto sperimentare l’esperienza della rottura. Esso si è presentato diviso tra leghisti e fratelli d’Italia da una parte e Forza Italia dall’altra, anche se supportati tutti da liste civiche.

            Ciò ha permesso, fra l’altro, alla Lega e al movimento delle 5 stelle, di misurarsi fronteggiandosi da sole, o quasi, visto che il partito di  Salvini -ripeto- è rimasto alleato a livello locale con la destra di Giorgia Meloni.

            La separazione non ha consentito a Forza Italia e liste annesse, fra le quali quella della potente famiglia Antonino, di vincere la partita al primo turno col candidato sindaco Roberto Cavaliere, fermatosi al 34.7 per cento dei voti. Egli avrebbe probabilmente superato il 50 per cento e conquistato il Comune con buona parte del 18,4 per cento raccolto dal candidato destroleghista Massimo Ciullo. Si vedrà cosa potrà accadere fra 15 giorni al ballottaggio, che avverrà fra il forzista Cavaliere e il candidato del centrosinistra Riccardo Rossi, fermatosi al primo turno al  23,4 per cento.

            Più interessante e significativa è tuttavia l’analisi dei risultati delle singole forze politiche.

            Forza Italia, pur essendo arrivata al ballottaggio, ha raccolto un modesto 7,4 per cento dei voti: soltanto un punto in più dei Fratelli d’Italia e due della Lega, fermatasi al 5,3, in controtendenza quindi rispetto al sorpasso compiuto dal partito di Salvini su quello di Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Da solo, insomma, Salvini ha dimostrato di non poter replicare il successo conseguito all’interno di una coalizione vasta di centrodestra, comprensiva dei forzisti.

           Schermata 2018-06-12 alle 06.15.32.jpg I grillini, dal canto loro, col 17,7 per cento hanno raccolto tre punti e mezzo in meno del loro candidato a sindaco Gianluca Serra. Ma soprattutto, pur rimanendo il primo partito di Brindisi, sono letteralmente precipitati dal 43,5 per cento dei voti raccolti nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Il crollo è quantitativamente simile a quello avuto dalle 5 Stelle a Ragusa, in Sicilia. Non si può proprio dire che l’alleanza di governo con i leghisti abbia quindi portato fortuna ai pentastellati.

            Il Pd, infine, è ulteriormente sceso dall’11,2  del 4 marzo al 9,6, pur essendo rimasto in competizione col centrosinistra nel ballottaggio comunale del 24 giugno. In compenso è andato meglio altrove, tanto da permettere all’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni un messaggino ironico sulla “notizia fortemente esagerata della morte” del suo partito tre mesi fa.

           

Salvini “smaltisce” la pratica degli sbarchi con una svolta clamorosa

            Poco importa, a questo punto, se lo abbia fatto per un calcolo elettorale finalizzato al voto amministrativo in corso mentre annunciava le sue decisioni o per voltare davvero, e definitivamente, pagina nella gestione del fenomeno migratorio, ma Matteo Salvini ha dato uno scossone politico nella palude europea sbarrando i porti italiani alla nave Acquarius. Che con bandiera di Gibilterra cercava di sbarcare a Messina 629 profughi soccorsi, come al solito, in acque libiche. E che il governo di Malta si è rifiutato di accogliere, per quanto i suoi porti fossero i più vicini e sicuri alla nave bloccata dallo stop italiano e infine dirottata  verso Valencia per la disponibilità all’accoglienza offerta, su pressioni della Commissione europea di Bruxelles, dal nuovo governo spagnolo guidato dal socialista Sanchez. 

            La svolta impressa da Salvini nella doppia veste di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, e nelle solite maniche di camicia rivoltate quasi per sottolineare il piglio con cui intende muoversi nell’azione di governo, è stata possibile per la sponda offertagli dai grillini. Ciò è avvenuto con l’allineamento del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, da cui dipende l’agibilità dei porti nazionali, e poi con l’intervento del presidente del Consiglio in persona. Che si è mosso contemporaneamente verso Malta, scrivendo al suo omologo, e verso gli organismi europei con una dichiarazione di protesta che più esplicita non poteva essere contro la linea così penalizzante per l’Italia adottata sino ad ora nella gestione del fenomeno migratorio. Lo ha di recente riconosciuto, d’altronde, persino la cancelliera tedesca.

            Anche il predecessore di Salvini al Viminale, il piddino Marco Minniti, aveva tentato se non di chiudere, almeno di limitare fortemente l’agibilità dei porti italiani, ma si era scontrato, subendo perdite, col suo amico e compagno di partito Graziano Delrio, allora ministro delle Infrastrutture. La musica è dunque cambiata in quel dicastero con l’arrivo dei grillini, per quanti malumori esistano in materia all’interno del movimento delle 5 Stelle, riferibili al presidente della Camera Roberto Fico. Ed  esplosi in pubblico con la rivolta del sindaco pentastellato di Livorno, Filippo Nogarin, contro il  blocco del porto toscano, rimasto tuttavia chiuso.

            La svolta che Salvini è riuscito a imporre a livello di governo sul tema scottante dell’immigrazione gli ha procurato gli elogi e gli incoraggiamenti di Forza Italia e della destra di Giorgia Meloni. Che, pur non avendo rotto l’alleanza con la Lega nelle amministrazioni locali, confermata con pochissime eccezioni  nel turno elettorale di questa primavera, si sono collocate o, peggio ancora, sono state respinte all’opposizione del governo gialloverde: l’una  votando contro la fiducia in Parlamento e l’altra astenendosi.

            In una lettera inviata al Corriere della Sera per annunciare il rinnovamento delle strutture e dello stesso personale politico del suo partito Silvio Berlusconi è tornato a definire “governo contro natura” quello realizzato da Salvini con i grillini, o viceversa, scommettendo quindi sulla sua caduta. Ma nel tempo stesso liquidando come “una diversità di linguaggio con gli elettori” quella esistente tra Forza Italia e la Lega. Che intanto anche nel turno elettorale amministrativo in corso, essendo in programma i ballottaggi a fine mesi nei Comuni dove non si è riusciti a eleggere in prima battuta i sindaci, ha ulteriormente aumentato i vantaggi acquisiti sul partito berlusconiano nel rinnovo delle Camere, più di tre mesi fa.

            La visione ottimistica di Berlusconi sulla capacità di ripresa del centrodestra col suo impegno personale, tradotto nella formula dell’”io sono in campo e ci resterò”, affiancato da un vice presidente, da un comitato esecutivo, da un coordinatore nazionale e da una Consulta composta dalle “personalità migliori del Paese, anche  non iscritte” a Forza Italia, non convince sul Corriere della Sera l’editorialista Angelo Panebianco. Il quale ha scritto che “centrodestra e centrosinistra sono finiti per sempre, Pd e Forza Italia pure”, entrambi bisognosi quanto meno di “nuove leadership”.

               

Il governo Conte fra gli auguri e gli scongiuri di Monti e di Scalfari

            Proprio nel giorno di un turno elettorale amministrativo in cui, da Brescia a Catania, i due partiti al governo sperano di vedere confermata la tendenza che li ha portati a Palazzo Chigi con due vice di un presidente del Consiglio dichiaratamente esecutore del loro “contratto”, Mario Monti sul Corriere della Sera ha chiesto a grillini e leghisti di “cambiare in parte se stessi, dismettendo un abito mentale che li ha aiutati a conquistare voti ma che si ritorcerebbe contro di loro”, adesso che detengono il potere. Si ritorcerebbe a tal punto da condannarli -ha ammonito Monti ripetendosi rispetto al discorso pronunciato qualche giorno fa al Senato sulla fiducia- all’esperienza “coloniale” della troika europea. Monti.jpgSarebbe un triste epilogo per il pur “promettente esperimento nato in questi giorni”, ha scritto ancora l’ex presidente del Consiglio, ancora orgoglioso di avere risparmiato all’Italia una simile prova subentrando a Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi nell’autunno del 2011. E magari ringraziandolo in privato della controfirma che il Cavaliere aveva voluto apporre, pur non essendo tenuto, al generoso laticlavio concesso dal capo dello Stato all’ancora nominando presidente del Consiglio.

            Sarà ben difficile, obiettivamente, che grillini e leghisti rinuncino alle loro abitudini e nature, che li fanno un po’ come lo scorpione con la rana prestatasi ingenuamente a trasportarlo da una riva all’altra del fiume.

            Non meno preoccupato, e comunque privo di alcuna concessione ai soliti ossimori degli auspici dettati dalla buona educazione, è il commento politico dedicato al governo sulla sua Repubblica da Eugenio Scalfari. Il quale ne denuncia il carattere “razzista”, oltre che populista, e ne teme la pur “fantasmagorica” durata di quattro anni, che consentirebbe a grillini e leghisti, uniti dal potere nonostante le loro contraddizioni, di eleggersi nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica, alla scadenza ordinaria del mandato di Sergio Mattarella. Essi avrebbero l’occasione di scegliersi un successore più “malleabile”, visti i grattacapi che Mattarella  ha loro procurato in uno dei passaggi conclusivi della lunga crisi di governo negando la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia per sospetto abuso di euroscetticismo, ma poi nominandolo curiosamente a ministro proprio per gli affari europei.

            Scalfari, in verità, che pure da vecchio elettore dichiaratamente di sinistra aveva scambiato i grillini per la nuova sinistra, teme ancora di più. In particolare, egli ha paura che la maggioranza gialloverde trovi il tempo e il modo di trasformarsi in “regime” approvando una riforma della Costituzione che renda anche inutile la ricerca di un presidente della Repubblica più malleabile: gli sarebbero cautelativamente e stabilmente ridotte prerogative e quant’altro.

            I numeri parlamentari per una simile riforma, peraltro in controtendenza rispetto a un presidenzialismo supportato dall’elezione diretta, che è preferito dal pubblico quando lo si sonda, la maggioranza pentastellata non ce l’ha.  Al massimo essa potrebbe produrre una riforma a rischio di bocciatura nel referendum cosiddetto confermativo, per evitare il quale occorrerebbe disporre alla Camera e al Senato dei due terzi dei voti dei loro componenti.

           Rolli.jpg Verrebbe quindi voglia di augurare a Scalfari sogni e visioni più tranquille, almeno per i suoi gusti. E di prepararsi solo allo spettacolo, appena prenotato in Canada dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il vertice del G7. Dove l’alleato “privilegiato” Donald Trump, tra il soddisfatto e l’incuriosito, ha dato appuntamento alla Casa Bianca al nuovo titolare di Palazzo Chigi scatenando, fra l’altro, la perversa fantasia del vignettista Stefano Rolli. Che sul Secolo XIX ha destinato l’ospite italiano alla sostituzione dell’inserviente di colore del presidente statunitense.

Il felice scompiglio creato dal nuovo governo nei giornali italiani

            Mentre il presidente del Consiglio arriva in Canada riuscendo felicemente a conciliare il suo rapporto privilegiato con Trump e le aperture a Putin grazie alle aperture dello stesso Trump al medesimo Putin, e in Italia il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio declassa a “opinioni personali” quelle del suo “garante” e non so cos’altro Beppe Grillo sulla sorte dell’Ilva di Taranto, da non confondere con la quasi omonima Iva di cui lo stesso Di Maio si è occupato con i commercianti sostituendosi al ministro dell’Economia, è quanto meno divertente lo scompiglio che il nuovo governo sta creando anche nei giornali. Dove, per esempio, Marco Travaglio deve difendere in qualche modo il pur “cazzaro verde” Matteo Salvini dagli attacchi furibondi di Repubblica e dintorni, e Alessandro Sallusti deve affrontare un lettore-elettore dichiarato di Forza Italia che contesta l’opposizione di Silvio Berlusconi alla squadra ministeriale gialloverde, preferendo evidentemente l’astensione dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

            Pure Maurizio Belpietro sulla traduzione italiana della Pravda, cioè la Verità, che dirige col solito cipiglio, è costretto a fronteggiare lettori poco convinti dell’atteggiamento da lui assunto nei riguardi del governo spiegando loro che non può esimersi dal riconoscere “il buon senso” cui sono ispirati i propositi enunciati sino ad ora sia da Salvini sia da Di Maio.

            Ma un capitolo a parte merita, vero o artificioso che sia, il confronto o scontro consumatosi sulla prima pagina del Foglio, sotto il titolo rosso e canzonatorio de La Voce del Padrone, fra l’editore e il direttore del quotidiano fondato a suo tempo da Giuliano Ferrara grazie alla generosità del suo amico Silvio Berlusconi. Di cui era stato  ministro dei rapporti col Parlamento  all’esordio dell’avventura politica.

            Il professore Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e proprietario della testata fogliante, subentrato agli originali, ha chiesto e sostenuto comprensione, se non proprio appoggio al nuovo governo, che avrebbe buone carte per cambiare finalmente in meglio questo paese ridotto agli estremi anche da un “sottobosco burocratico” cui non hanno saputo o voluto resistere i predecessori. Il direttore Claudio Cerasa, firmandosi con la solita ciliegina, ha commentato l’intervento dell’editore rivendicando tutta intera “la nostra identità corsara, liberale, eccentrica”, che spinge Il Foglio a guidare sul piano culturale, prima ancora che politico, l’opposizione al governo Conte.

            In un empito encomiabile di sincerità Cerasa ha definito “facile e conformistico” l’argomento di solito usato dai direttori dei giornali per rivendicare la loro autonomia da qualsiasi potere, anche  dell’editore: quello di non avere altri padroni che i lettori.

            In realtà, senza nulla togliere ai meriti professionali degli amici che confezionano ogni giorno Il Foglio, di lettori essi ne hanno troppo pochi perché li possano rendere liberi davvero. Per cui rimangono nella curiosa posizione annunciata dallo stesso Cerasa di “ribelli disciplinati”. Che è l’ennesimo ossimoro della politica, del giornalismo e della cultura italiane.

 

 

Ripreso da La Gazzetta di Arnese 

 

 

Il cambio di governo a Madrid non cambia la questione catalana

Il caso ha voluto che le notizie da Madrid sulla caduta del conservatore Mariano Rajoy, dopo sette anni di guida del governo, e sul ritorno dei socialisti al palazzo della Moncloa con Pedro Sanchez siano arrivate mentre finivo di leggere le “Lettere da Barcellona” di Bobo Craxi, fresche di stampa per le Biblion Edizioni. E molto critiche con Rajoy per la gestione “giudiziaria” della questione catalana. Alla quale il mio amico Bobo era già sensibile di suo, ma si è ancora di più interessato da quando ha accompagnato il figlio Benedetto per quella che ha chiamato “la sua avventura universitaria” a Barcellona. Che Bobo, amandola ancora di più dopo la strage terroristica dell’estate scorsa, vede e desidera più come “la Capitale dell’Europa del Sud” che la Capitale di una Catalogna irrealisticamente indipendente, pur in un’Europa che è sembrata saper risvegliare anche certi vecchi vulcani.

Tanto si è appassionato Bobo alla questione catalana da essersi guadagnato nel bel mezzo della crisi l’invito a cena di un  “mite e ragionevole”  Carles Puigdemont, il leader catalano destinato poi a rifugiarsi all’estero: prima in Belgio e poi in Germania, dove sta tuttavia rischiando di nuovo l’arresto e l’estradizione. E’ nelle carceri spagnole che Rajoy lo avrebbe voluto vedere per ribellione, sedizione e appropriazione indebita, non essendogli bastato il commissariamento della Generalitat catalana dopo il referendum del 1° ottobre dell’anno scorso sull’indipendenza della Catalogna, fronteggiato dal governo spagnolo con la faccia feroce. Un commissariamento peraltro finito subito dopo la caduta di Raioy, sia pure non per suo effetto, essendo stato travolto l’ormai ex premier da una corruzione capillare del suo partito certificata dai giudici dell’Audiencia Nacional.

A Puigdemont, nel corso del lungo e a tratti anche drammatico braccio di ferro con il governo spagnolo, Bobo Craxi ha cercato di dare una mano anche promuovendo e ottenendo in Italia un appello comune con Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, e con Piero Fassino, responsabile della politica estera del Pd, contro “le forzature parlamentari” e “le misure giudiziali e di polizia conseguentemente adottate”, perché né le une né le altre sono “adatte per risolvere una controversia di natura politica”.

Bobo Craxi avrebbe voluto associare anche altri al documento. Ha cercato inutilmente una sponda in Vaticano. Sospetto che abbia provato anche con Silvio Berlusconi, in qualche modo inchiodato però al rapporto di solidarietà politica col partito popolare dell’allora premier spagnolo.

Attrezzato a quell’appello anche per il ruolo di sottosegretario agli Esteri avuto nel secondo governo Prodi, con Massimo D’Alema alla Farnesina, Bobo Craxi non si  è mai fatto comunque illusioni sulla volontà o capacità di ascolto di Raioy. Del quale egli ha scritto alla vigilia dello scorso Natale, scrivendo per l’Haffington Post, che “è un pragmatico cattolico, ma ha l’indole di Maria Antonietta”, convinto da tempo che “il caso catalano si sarebbe “sgonfiato come un soufflé”. Una convinzione -riconosce in un’altra occasione Bobo Craxi- maturata in Rajoy con quella di avere “dalla sua la stragrande maggioranza degli spagnoli che non intendono cedere dinnanzi ad una rottura costituzionale così clamorosa” come l’indipendenza della Catalonia. Ciò lo ha indotto a “un calcolo cinico e non vantaggioso”: cinico per “l’utile elettorale” che poteva derivargli a livello nazionale dalla sconfitta degli indipendentisti catalani, e non vantaggioso perché ha prodotto, fra l’altro, il rafforzamento di un partito minoritario come Ciudadanos “in un punto di riferimento essenziale per una nuova visione della Spagna”.

Ora che Rajoy è uscito di scena, sostituito dal socialista Sanchez, si potrebbe pensare alla possibilità di una svolta politica anche nella gestione della questione catalana. Ma Bobo Craxi, che da socialista conosce bene quelli spagnoli, era prudente prima della caduta di Rajoy sulla loro capacità di cambiare davvero registro, e credo che non abbia nel frattempo cambiato idea. “I socialisti -osserva interloquendo con l’amico Nicola Padovan che se ne dichiara deluso- hanno la base del Sud che mi pare poco incline a concessioni pro-catalane”, anche se il partito “si muove in una direzione più dialogante”.

La questione sembra quindi destinata a rimanere di difficile soluzione. Ma una via d’uscita ragionevole, senza procurare alla Spagna e, più in generale, all’Europa già attraversata da tante crisi danni maggiori di quanti non ne abbiano subiti, si dovrà pur trovare. E all’insegna di un realismo ispirato a Bobo Craxi dall’adagio di un vecchio scrittore catalano, Narcis Oller, cui è intestata una piazza di Gracìa, dove egli ha accompagnato il figliolo a sistemarsi per seguire gli studi. “Dicano quello che vogliono i moralisti, l’ipocrisia -scriveva Oller, morto a Barcellona nel 1930 a 84 anni- è una virtù pubblica, necessaria alla pace e a perpetuare la specie umana. Senza quella non spenderemo tutto all’armeria?”.

“Una via di uscita amichevole e ipocrita potrebbe scongiurare quello che ormai viene definito il choque dei due treni che stanno correndo sullo stesso binario, ma da direzioni opposte: quello del governo spagnolo a difesa della sovranità e della corona, quello della Generalitat catalana, che vuole arrivare sino in fondo e ottenere  un’agognata indipendencia”, scriveva Bobo Craxi sul Dubbio l’anno scorso di questi tempi, prima del referendum del 1° ottobre e delle complicazioni che ne sarebbero derivate.

Strano destino quello del mio amico Bobo. A 28 anni, segretario cittadino del Psi a Milano e consigliere comunale a Palazzo Marino, gli toccò di assistere alla crisi della cosiddetta prima Repubblica italiana, che ebbe come principale vittima, e capro espiatorio, papà Bettino. A 53 anni, da padre di uno studente universitario a Barcellona, partecipa al dramma di un altro paese di questa Europa tormentata. In mezzo a questi traumi europei egli ha vissuto anche le cosiddette primavere arabe, arrivate sino alla Tunisia tanto cara alla sua famiglia e diventate -strada facendo- degli autentici inferni.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Consigli e soccorsi a Salvini dai vecchi alleati nei rapporti con i grillini

            Il Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi -accusato personalmente  durante la lunga crisi di governo dai grillini, attraverso dichiarazioni di Luigi Di Maio e titoloni del Fatto Quotidiano, di avere chissà quale arsenale di notizie e persino di atti notarili da usare contro l’alleato Matteo Salvini, se avesse insistito sulla strada dell’intesa con loro- ha offerto improvvisamente al segretario della Lega lodi, consigli e soccorsi.  

            A offrirglieli è stato, in particolare, il sociologo Francesco Alberoni con un editoriale nel quale si accredita la possibilità che la Lega, dopo avere superato Forza Italia nel campo del centrodestra, riesca prima o poi a sorpassare anche il movimento delle 5 stelle diventando il primo partito italiano. E’ ciò che, in verità, cominciano a temere anche molti grillini, che avrebbero preferito non a caso un’alleanza di governo col malmesso Pd. Ma è ciò che ha mostrato di temere, nel suo discorso di esordio al Senato da oppositore anche l’ex segretario del Pd Matteo Renzi esorcizzando lo scenario di un “nuovo bipolarismo” costituito da Salvini a destra e da Di Maio, o chi per lui domani, a sinistra.

            Ebbene, “c’è da aspettarsi -ha scritto Alberoni- che tanto i 5 stelle quanto il Pd scatenino contro la Lega e contro Salvini  e (indirettamente) contro il centrodestra una di quelle offensive di diffamazione devastanti che sono la specialità della sinistra e dei suoi intellettuali. Essi, per sconfiggere un nemico, prima lo denigrano e poi lo accusano di ogni ignominia, lo infangano. E’ così -ha ancora scritto Alberoni- che hanno fatto con Berlusconi”, processato con rito sommario ben prima di arrivare nelle aule di giustizia e di uscirne davvero condannato, ma anche assolto qualche volta, e non solo “prescritto”, come gli rinfaccia sempre Marco Travaglio tra un “delinquente” e l’altro che gli propina sfogliando il suo archivio giudiziario.

            Ha fatto in qualche modo eco ad Alberoni e al Giornale sulla sua Verità Maurizio Belpietro con un editoriale il cui titolo parla da solo, e risparmia perciò anche la fatica di leggerlo: “Il nuovo sport nazionale? Caccia a Salvini. Ora è pure mafioso”. Una caccia, quella a Salvini, che l’interessato – direi- mostra peraltro di gradire, convinto evidentemente di poterci guadagnare sopra altri voti ancora cannibalizzando contemporaneamente vecchi e nuovi alleati. Diversamente non mi spiegherei l’impegno col quale il segretario leghista ne dice e ne fa una ogni ora, del giorno e della notte, per tenere stabilmente la scena.

            Pure dalle parti del Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da qualche tempo da Claudio Cerasa, l’uno alternando la firma con l’elefantino rosso e l’altro con una ciliegia, cominciano ad avvertire nei riguardi di Salvini un misto di preoccupazione, per il suo corso populista, e di interesse o compiacimento per un protagonismo che potrebbe creare ai grillini problemi ancora più seri e gravi che al vecchio “amor nostro” Berlusconi. Così il Cavaliere continua ad essere chiamato dai foglianti con falsa ironia, essendo davvero rimasto nelle loro simpatie, e sentimenti di gratitudine. C’è più del compiacimento che della preoccupazione, obiettivamente, in quel “guinzaglio della legislatura” che Ferrara e Cerasa hanno messo con un titolo di prima pagina nelle mani del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

           

Giuseppe Conte ha collezionato voti di fiducia e gaffe, forse un pò troppe….

            La coperta che il vignettista Stefano Rolli ha messo addosso al nuovo presidente del Consiglio lasciandogli fuori i piedi e le spalle è troppo corta non solo per i conti economici del “contratto”, come grillini e leghisti preferiscono chiamare il programma del loro governo, ma anche per molto altro, viste le gaffe che Giuseppe Conte è riuscito ad accumulare nel passaggio parlamentare della fiducia nell’aula di Montecitorio.

           Sul volto e sulle mani del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, ho colto più volte segni di imbarazzo: come quando, per esempio, si è trattenuto dall’uso della campanella del richiamo all’ordine in occasione di uno degli assalti verbali dai banchi del Pd al presidente del Consiglio. Che, volendo solidarizzare con il capo dello Stato per gli attacchi rivoltigli durante la crisi dal pubblico webete delle cinque stelle, spintosi ad evocare la morte per mafia del fratello Piersanti, non era riuscito a ricordarne il nome. Che poi gli è stato gridato dal capogruppo piddino Graziano Delrio fra le urla e gli applausi dei compagni di partito.

            Imbarazzante deve essere stato per Fico anche il momento in cui, a microfono aperto, come si dice in gergo tecnico, il presidente del Consiglio ha chiesto al vice presidente grillino Luigi Di Maio, sedutogli accanto, se potesse dire o no all’assemblea una certa cosa ricevendone un cenno negativo. E consentendo poi ai piddini, in un altro passaggio della seduta, di contestargli scarsa autonomia e di chiedergli di non fare “il pupazzo”.

            Per fortuna accanto al presidente del Consiglio c’era stato in quel momento solo Di Maio, essendo l’altro vice, il leghista Salvini, assente per uno dei suoi tanti, spesso dirompenti impegni mediatici. Altrimenti quella richiesta di consiglio, se non vogliamo chiamarlo permesso, il capo del governo l’avrebbe fatta anche a lui. O gliel’avrebbe fatta in un altro passaggio.

            Ma la gaffe più sconcertante, considerandone la professione di docente universitario di diritto e di avvocato, Conte l’ha fatta parlando dei problemi della giustizia quando si è richiamato al principio costituzionale della “presunzione di colpevolezza”. Che è esattamente il rovescio del secondo comma, come si dice, dell’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. La presunzione quindi cui ha diritto qualsiasi cittadino sotto indagine e processo è di non colpevolezza, se non la si vuole chiamare innocenza.

            Con questo poco consolante viatico si fa una certa fatica ad augurare, come pure è doveroso,  buon viaggio al presidente del Consiglio per gli appuntamenti che lo aspettano all’estero, ora che è nella pienezza delle funzioni assicuratagli dalla fiducia di entrambe le Camere. Spero che il suo esordio internazionale si riveli migliore di quello parlamentare, al netto dei risultati positivi delle votazioni svoltesi prima a Palazzo Madama e poi a Montecitorio.

Il Conte del Grillo alla prova dell’umiltà e determinazione promesse al Parlamento

            Giuseppe Conte ha promesso al Senato, chiedendone e ottenendone la fiducia come antipasto di quella in arrivo dalla Camera, “umiltà e determinazione”.

            L’umiltà, mista alla furbizia, il professore e avvocato Conte l’aveva già dimostrata nella cerimonia della campanella a Palazzo Chigi. Quando, rimasto solo davanti alle telecamere dopo il commiato del predecessore Paolo Gentiloni, aveva chiamato a sé i due vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine alfabetico e di voti presi nelle urne, per condividere la festa e ringraziarli di averlo concordemente scelto a rappresentare i loro partiti alla guida del governo.

             I due non se lo erano lasciato chiedere due volte, precipitandosi al suo fianco per dirgli “prego”, ma Salvini a sua volta trascinandosi poi, per la foto finale di gruppo, il nominando sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Che da solo, anche per capacità di lavoro, competenza, astuzia e bonomia, che non guastano mai, vale più di due vice presidenti del Consiglio messi insieme, e di una decina di ministri, sempre insieme.

            La scenetta di Palazzo Chigi si è praticamente ripetuta nell’aula del Senato quando il presidente del Consiglio si è fatto affiancare al banco del governo dai dioscuri della maggioranza grigioverde, tenendolo uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, ed elogiandoli a viva voce per il sacrificio delle loro “legittime ambizioni”. Un sacrificio evidentemente compiuto con la decisione di indicarlo alla presidenza del Consiglio, per non dire imporlo, ad un capo dello Stato che aveva espresso “perplessità” dichiarate poi anche pubblicamente. E ciò ben sapendo -ha aggiunto Conte al Senato parlando sempre dei due suoi due vice e ben ricordando consigli e moniti rivoltigli proprio dal capo dello Stato nel conferirgli l’incarico, poi nel ritirarglielo e infine nel restituirglielo-  le forti prerogative del capo del governo contemplate dall’ormai famoso, anzi famosissimo articolo 95 della Costituzione.

            “Il presidente del Consiglio dei ministri -dice la Costituzione- dirige la politica generale del Governo  e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

            Con quale e quanta determinazione, se pari o inferiore a quella che si aspetta per primo il presidente della Repubblica, originariamente dubbioso -ripeto- della idoneità di una persona sprovvista di esperienza politica, Giuseppe Conte vorrà davvero e riuscirà ad applicare l’articolo 95, potremo vederlo e saperlo solo in futuro, breve o lungo che potrà rivelarsi. Il budino, si sa, va mangiato per conoscerne il sapore.

            Di certo né Di Maio né Salvini hanno aiutato Conte nei pochi giorni trascorsi dalla nomina e dall’insediamento a soddisfare le attese di Mattarella e via scendendo per li rami.

            Il grillino superministro dello sviluppo economico e del lavoro si è addirittura proposto come un nuovo Re Sole, che diceva: lo Stato sono io. Di Maio, in verità, parla al plurale, ma pensando sempre a una parte politica: la sua. Il cosiddetto populismo, di cui peraltro Conte si è sentito orgoglioso, è anch’esso di parte, riguardando per chi lo declama e lo pratica solo un certo tipo di popolo, mai tutto insieme.  

            Non parliamo poi di Salvini, che poco saggiamente, a mio modesto avviso, ha scartato il consiglio di mollare la segreteria della Lega datogli dal collega di partito ed ex governatore della Lombardia Roberto Maroni, che lo ha preceduto al Viminale e sperimentato che un ministro dell’Interno dev’essere per natura il più terzo possibile. Lo ha dimostrato egregiamente Marco Minniti con una gestione del fenomeno dell’immigrazione spesso spiaciuta più al proprio partito, il Pd, che all’opposizione grillina e a quella di centrodestra, da dove gli sono arrivati i pur parchi elogi e riconoscimenti  dello stesso Salvini. Che però non ha voluto raccoglierne le consegne succedendogli, né ha ritenuto di rispondere alla chiamata di auguri fattagli dal predecessore al momento della nomina.

           Questa sconcertante circostanza  è stata rivelata dallo stesso Minniti, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, ad uno sbigottito Paolo Mieli, che ha rivolto a Salvini un pubblico invito a rimediare immediatamente ad un gesto così gratuito di villania politica.  Sarei curioso di conoscere il seguito.

            Temo che non sia solo di natura alimentare la bulimia del nuovo attivissimo ministro dell’Interno, vissuta forse con uguali intensità, imbarazzo e preoccupazione sia dai nuovi che dai vecchi e non ripudiati alleati. I nuovi sono naturalmente i grillini, dei vecchi basterà citare Silvio Berlusconi, omaggiato continuamente da Salvini di telefonate e visite che hanno fatto saltare la mosca al naso al vigilante Marco Travaglio con tanto di domande e di titoli sul Fatto Quotidiano.

I primi passi falsi del nuovo governo, e anche dei giornali che lo seguono

            D’accordo, per un governo nominato da pochi giorni, peraltro in un sistema che è ancora parlamentare, l’esordio che vale dovrebbe la presentazione alle Camere per chiedere la fiducia, con tanto di discorso del presidente del Consiglio. E anche di cronache di cosiddetto colore sui ministri nuovi di zecca, o quasi, che siedono ai loro banchi, felici come una Pasqua, dopo avere già scatenato la curiosità e la fantasia di giornalisti e fotografi nella cerimonia del giuramento al Quirinale.

            Eppure la presentazione di Giuseppe Conte, e della sua “squadra” gialloverde, o pentaleghista, al Senato è stata preceduta da scelte, annunci e quant’altro alquanto infelici. Che si spera siano rapidamente corretti da istruzioni e richiami quanto meno all’opportunità, che deve pur essere compatibile con il “cambiamento” propostosi dai promotori del “contratto” che ha portato alla pur accidentata soluzione della lunga crisi di governo.

            Un governo, e più in particolare un presidente del Consiglio, tanto per dirne una, che non ritiene di mandare uno straccio di ministro in Calabria nel giorno in cui esplode giustamente la rabbia degli immigrati per lo sfruttamento al quale sono sottoposti, a tre l’euro l’ora, e per la fucilazione -ripeto, la fucilazione- di un poveraccio sorpreso fra le lamiere arrugginite di un deposito più abbandonato che sequestrato, un governo, dicevo, e un presidente del Consiglio, che ritiene di disinteressarsene non offre uno spettacolo civile.

            E non è da meno una stampa, aggiungo, che fa lo stesso, espellendo generalmente un fatto del genere dalle prime pagine, a cominciare dal principale giornale del Mezzogiorno, Il Mattino. Il cui direttore Alessandro Barbano, distintosi per la sua linea garantista ma ultimamente anche per la diffidenza verso il governo che stava nascendo, è stato appena rimosso dall’editore. Che stampa giornali nello spazio libero lasciatogli dalle attività di costruttore, finanziere e non so cos’altro.

            Non è uno spettacolo incoraggiante, per quanto il quotidiano Libero abbia smesso per questo di rimproverargli l’intesa di governo con i grillini e lo abbia applaudito con un titolone su tutta la prima pagina, un ministro dell’Interno che comincia creando un incidente diplomatico con la Tunisia. E si fa giustificare dall’ambasciatore italiano con la solita scusa di essere stato frainteso a causa degli altrettanto soliti giornalisti. Che avrebbero riferito “fuori dal contesto” in cui sarebbero state pronunciate le sue parole contro “l’esportazione di galeotti” tunisini in Italia come migranti.

            Nossignore, ministro Salvini, e vice presidente del Consiglio. Continui pure ad andare in giro per uffici, piazze e salotti più o meno televisivi in maniche di camicia per difendersi dal caldo, e dal sudore non contenibile di un fisico che risente, secondo le sue stesse spiegazioni, dei menù elettorali non proprio dietetici, ma cerchi di riflettere di più prima di continuare a comiziare. E, visto che c’è, cerchi anche di coordinare meglio quanti parlano di fisco a nome del partito che guida, visto che nelle ultime ore hanno fatto un po’ troppa confusione tra la famosa flat tax sulle imprese o sulle famiglie.

            Tra i leghisti, a dire il vero, sembra essersi un po’ scatenata una gara con i grillini a chi la spara più grossa contro gli avversari di turno. Roberto Calderoli, per esempio, se l’è presa con le conferenze all’estero che ha  fatto o prenotato Matteo Renzi, tra Cina, Stati Uniti e chissà dov’altro, e ne ha chiesto le dimissioni da senatore per il troppo tempo che sottrarrebbe all’attività parlamentare, ben remunerata, per la quale si è fatto eleggere nella sua Firenze. Ora che l’ex segretario del Pd, ed ex presidente del Consiglio, gli ha rinfacciato la circostanza di non essere mancato a una sola delle sedici votazioni svoltesi nell’aula di Palazzo Madama dall’inizio della diciottesima legislatura, e ha voluto partecipare alla discussione sulla fiducia al nuovo governo, Calderoli dovrebbe quanto meno chiedergli scusa. O dimettersi lui.

            In questa panoramica poco consolante sull’esordio del nuovo governo, e della maggioranza che lo sostiene, ha sorpreso piacevolmente il nuovo guardasigilli Alfonso Bonafede, che ha annunciato al personale del Ministero della Giustizia di non voler disfare per partito preso tutto quello che è stato fatto dai suoi predecessori. Lo dimostri allora con la riforma penitenziaria lasciatagli in eredità dal piddino Andrea Orlando.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

             

Il commissario europeo Moscovici resiste alla corte contro il governo italiano

            A suo modo è stato uno spettacolo quello offerto dalla terza rete televisiva della Rai con l’intervista del pomeriggio domenicale di Lucia Annunziata al commissario europeo agli affari economici e monetari Pierre Moscovici, collegato da Parigi sullo sfondo della solita torre Eiffel.

            Per mezz’ora, che è poi anche il titolo della trasmissione, al netto di quel “più” dedicato ad altri e altro, il povero Moscovici ha dovuto resistere, con un garbo pari alla fermezza, ai tentativi della intervistatrice di metterlo in rotta di collisione col nuovo governo appena formatosi a Roma.

            Più l’intervistato ne parlava con compiacimento e interesse, smanioso di conoscere i nuovi ministri, a cominciare naturalmente da quello dell’Economia, che sarà il suo più diretto e frequente interlocutore, più l’Annunziata -nomen omen, verrebbe da dire- lo incalzava perché esprimesse qualche dubbio, qualche preoccupazione, qualche riserva sul governo Conte. O perché avvertisse qualche prurito o altro fastidio.

            Ad un certo punto, la stessa giornalista ha riconosciuto di esagerare scusandosene e procurandosi da Moscovici come risposta l’assicurazione di essere bene attrezzato e allenato a questo tipo di rapporti, diversamente -aggiungo io- da altri esponenti della Commissione Europea di Bruxelles. Come ha fatto recentemente il commissario tedesco al bilancio, che col primo giornalista a portata di mano  si è lasciata scappare, poi scusandosene senza tuttavia dimettersi perché superprotetto da Berlino, la speranza che gli elettori italiani imparino finalmente a votare bene dai mercati, dubbiosi dell’affidabilità dei nostri titoli di Stato.

            “Ma ci dica allora -ha chiesto alla fine l’Annunziata- quale sarà la linea rossa”, oltre la quale il nuovo governo italiano non potrà evidentemente spingersi senza procurarsi chissà quali ritorsioni e altri tipi di disgrazie. E Moscovici, sempre paziente, le ha spiegato che non c’è alcuna linea rossa e che le cose italiane “si decidono a Roma”, non a Bruxelles o altrove, dove comunque -ha assicurato il commissario europeo- si hanno da tempo, e insieme, la consapevolezza e la comprensione necessarie per i problemi dell’Italia. Che -aggiungerei- non sono i soli dell’Unione, essendovene anche altri, compresi quelli della Francia. Il cui presidente Emmanuel Macron, peraltro e non a caso, è stato il primo a contattare con interesse e cordialità il nuovo presidente  italiano del Consiglio, prima ancora che Giuseppe Conte fosse costretto dal presidente della Repubblica Sergio Mattrella a rinunciare, volendo nominare Paolo Savona ministro dell’Economia. E poi richiamato e nominato grazie allo spostamento strategico -pensate un po’- concordato fra leghisti e grillini, o viceversa, del presunto e pericoloso nemico dell’euro Savona al Ministero -udite, udite- degli affari europei. E’ stato, secondo la logica dell’impuntatura iniziale, come mettere la volpe a guardia del pollaio.

            Lo spettacolino televisivo appena raccontato, con la sommaria ricostruzione delle circostanze conclusive della lunga crisi di governo con cui si è aperta la diciottesima legislatura uscita dalle urne del 4 marzo scorso, è la dimostrazione del ruolo a dir poco improprio che svolge l’informazione in Italia. Essa ha ormai scambiato il vecchio e doveroso compito del “cane da guardia” di fronte al governo di turno, ma anche all’opposizione, per quello del piromane. E’ un po’ come ciò che accade con certe guardie forestali, che appiccano il fuoco per potere poi avere il bisogno di spegnerlo.

            Ed è un po’ quello che stanno facendo anche molti ministri, quelli più in vista, nominati per spegnere i fuochi della campagna elettorale chiusasi a marzo, e finalmente governare, ma ne stanno accendendo altri, oltre ad alimentare i vecchi, partecipando alla grande all’ultima settimana di campagna per le amministrative di domenica prossima in circa 800 Comuni. Cui forse seguiranno dopo quindici giorni una ventina di  ballottaggi.

            Poi arriveranno gli incendi estivi. Non c’è proprio pace in questo povero Paese.

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