Salvini “smaltisce” la pratica degli sbarchi con una svolta clamorosa

            Poco importa, a questo punto, se lo abbia fatto per un calcolo elettorale finalizzato al voto amministrativo in corso mentre annunciava le sue decisioni o per voltare davvero, e definitivamente, pagina nella gestione del fenomeno migratorio, ma Matteo Salvini ha dato uno scossone politico nella palude europea sbarrando i porti italiani alla nave Acquarius. Che con bandiera di Gibilterra cercava di sbarcare a Messina 629 profughi soccorsi, come al solito, in acque libiche. E che il governo di Malta si è rifiutato di accogliere, per quanto i suoi porti fossero i più vicini e sicuri alla nave bloccata dallo stop italiano e infine dirottata  verso Valencia per la disponibilità all’accoglienza offerta, su pressioni della Commissione europea di Bruxelles, dal nuovo governo spagnolo guidato dal socialista Sanchez. 

            La svolta impressa da Salvini nella doppia veste di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, e nelle solite maniche di camicia rivoltate quasi per sottolineare il piglio con cui intende muoversi nell’azione di governo, è stata possibile per la sponda offertagli dai grillini. Ciò è avvenuto con l’allineamento del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, da cui dipende l’agibilità dei porti nazionali, e poi con l’intervento del presidente del Consiglio in persona. Che si è mosso contemporaneamente verso Malta, scrivendo al suo omologo, e verso gli organismi europei con una dichiarazione di protesta che più esplicita non poteva essere contro la linea così penalizzante per l’Italia adottata sino ad ora nella gestione del fenomeno migratorio. Lo ha di recente riconosciuto, d’altronde, persino la cancelliera tedesca.

            Anche il predecessore di Salvini al Viminale, il piddino Marco Minniti, aveva tentato se non di chiudere, almeno di limitare fortemente l’agibilità dei porti italiani, ma si era scontrato, subendo perdite, col suo amico e compagno di partito Graziano Delrio, allora ministro delle Infrastrutture. La musica è dunque cambiata in quel dicastero con l’arrivo dei grillini, per quanti malumori esistano in materia all’interno del movimento delle 5 Stelle, riferibili al presidente della Camera Roberto Fico. Ed  esplosi in pubblico con la rivolta del sindaco pentastellato di Livorno, Filippo Nogarin, contro il  blocco del porto toscano, rimasto tuttavia chiuso.

            La svolta che Salvini è riuscito a imporre a livello di governo sul tema scottante dell’immigrazione gli ha procurato gli elogi e gli incoraggiamenti di Forza Italia e della destra di Giorgia Meloni. Che, pur non avendo rotto l’alleanza con la Lega nelle amministrazioni locali, confermata con pochissime eccezioni  nel turno elettorale di questa primavera, si sono collocate o, peggio ancora, sono state respinte all’opposizione del governo gialloverde: l’una  votando contro la fiducia in Parlamento e l’altra astenendosi.

            In una lettera inviata al Corriere della Sera per annunciare il rinnovamento delle strutture e dello stesso personale politico del suo partito Silvio Berlusconi è tornato a definire “governo contro natura” quello realizzato da Salvini con i grillini, o viceversa, scommettendo quindi sulla sua caduta. Ma nel tempo stesso liquidando come “una diversità di linguaggio con gli elettori” quella esistente tra Forza Italia e la Lega. Che intanto anche nel turno elettorale amministrativo in corso, essendo in programma i ballottaggi a fine mesi nei Comuni dove non si è riusciti a eleggere in prima battuta i sindaci, ha ulteriormente aumentato i vantaggi acquisiti sul partito berlusconiano nel rinnovo delle Camere, più di tre mesi fa.

            La visione ottimistica di Berlusconi sulla capacità di ripresa del centrodestra col suo impegno personale, tradotto nella formula dell’”io sono in campo e ci resterò”, affiancato da un vice presidente, da un comitato esecutivo, da un coordinatore nazionale e da una Consulta composta dalle “personalità migliori del Paese, anche  non iscritte” a Forza Italia, non convince sul Corriere della Sera l’editorialista Angelo Panebianco. Il quale ha scritto che “centrodestra e centrosinistra sono finiti per sempre, Pd e Forza Italia pure”, entrambi bisognosi quanto meno di “nuove leadership”.

               

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