L’Aquarius annebbiato dalla vicenda giudiziaria di Tor di Valle

            Anche il mite, prudente, paziente e chissà cos’altro Sergio Mattarella ha dovuto schierarsi col governo Salvini, pardon Conte, nello scontro imprudentemente cercato da Parigi contro Roma sulla questione degli immigrati. E non solo di quelli in navigazione sull’Aquarius verso la Spagna dopo l’attracco rifiutato dall’Italia e da Malta: una navigazione peraltro assistita, anzi protetta da mezzi e uomini mobilitati dal governo italiano con senso di responsabilità che è disonesto negargli.

            Eppure non è più questa pur notevolissima vicenda-  con tutto quanto potrà ancora produrre a livello europeo, e col dibattito che si è svolto in un’aula del Senato dove Salvini dai banchi del governo ha fatto il mattatore, portandosi appresso con gli applausi tutto intero il centrodestra, e non solo la maggioranza gialloverde-  a dominare la scena politica, e le prime pagine dei giornali.

            I riflettori si sono spostati sull’ultima irruzione giudiziaria: l’indagine sul progetto dello stadio della Roma a Tor di Valle, che ha coinvolto 24 persone e prodotto nove arresti per corruzione e quant’altro.

            Anche nella versione ridotta che fu adottata l’anno scorso dalla giunta a 5 stelle di Virginia Raggi, con interventi personali di Beppe Grillo, il progetto dello stadio ha scatenato i soliti appetiti. Ai quali non si sarebbero sottratti, secondo gli inquirenti, i grillini. E neppure i leghisti, che pure a Roma contano poco ma che ora governano l’Italia con quegli altri. Ma neppure uomini riferibili al Pd e a Forza Italia.

            I due personaggi chiave dell’inchiesta risultano, allo stato delle cose, il costruttore romano Luca Parnasi, finito in galera, e il presidente dell’Acea Luca Lanzalone, un avvocato genovese portato a Roma dai grillini e ora agli arresti domiciliari.

            Consapevole di avere tutti gli occhi puntati sulla prima pagina del suo Fatto Quotidiano, di solide e persino vantate tradizioni giustizialiste nella convinzione dichiarata che il garantismo sia un espediente per colludere con la malavita in senso assai lato, ma anche di simpatie altrettanto solide per i grillini, Marco Travaglio ha sparato ben bene la notizia annunciando “la retata del Cambiamento”: parola, quest’ultima, che è stata adottata dal movimento delle 5 stelle per chiamare enfaticamente il governo contrattato con la Lega.

            “Nei guai M5S, Lega & C”, completa l’annuncio del Fatto Quoridiano, intendendosi naturalmente per soci i soliti piddini e forzisti. “Diversi in che senso ?”, si è infine chiesto sconsolato lo stesso Travaglio nel titolo dell’editoriale che contiene alcuni consigli, se non vogliano dire istruzioni o disposizioni, ai dirigenti del partito grillino, a cominciare -credo- dal “capo” attuale, vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio. Che i bene informati danno per affranto dalla vicenda, ancor più che dalla visibilità crescente dell’altro vice presidente del Consiglio, Salvini. Che invece non si è mostrato per niente in difficoltà per quei 250 mila euro che risulterebbero donati da Parnasi ad una fondazione, o qualcosa di simile, riconducibile al suo partito.

             “La giunta Raggi non è coinvolta”, ha assicurato Travaglio difendendo la sindaca dalle richieste di dimissioni già pervenute e da quelle che dovessero seguire. Ma per Lanzalone il direttore del Fatto Quotidiano ha reclamato la destituzione immediata da presidente dell’Acea. Le dimissioni dell’interessato sono arrivate all’istante, o quasi, non appena la richiesta di Travaglia è stata mediaticamente vidimata non solo dalla sindaca di Rona ma anche da Di Maio.

              Il movimento di Grillo e soprattutto il governo, dove esso è appena arrivato nella convinzione o speranza di guidarlo davvero, dovrebbero invece attivarsi per modificare la legge sul finanziamento dei partiti, e delle fondazioni che li fiancheggiano, eliminando ogni norma o espediente che impedisca l’identificazione di chi versa contributi, a qualsiasi titolo.

             Poi c’è il consiglio o l’istruzione per l’uso degli “agenti sotto copertura” anche nel campo del sostegno economico ai partiti. Ai dettagli potrebbe provvedere, se richiesto, qualche magistrato specializzato in materia, e anche di una certa notorietà.

            Infine Travaglio ha chiesto, anche come misura per prevenire, scoprire e colpire i famosi e soliti conflitti d’interessi, l’istituzione di un’anagrafe patrimoniale per chiunque tocchi danaro pubblico”, pur se truccato -aggiungerei, se fossi Travaglio- come danaro privato. Ce n’è di danaro apparentemente privato ma in realtà pubblico, in Italia ma anche altrove.

Quando i protagonisti della politica si rigenerano come sindaci

Claudio Scajola, se vincerà il ballottaggio del 24 giugno nella sua Imperia, tornando a indossare la fascia tricolore del sindaco conquistata la prima volta a 34 anni, ora che ne ha compiuti 70 a gennaio, si troverà in buona compagnia. Egli allungherà la lista, non molto folta in verità, dei big della politica rigenerati fisicamente, e qualche volta anche politicamente, dall’esperienza locale.

Il caso più famoso è quello di Ciriaco De Mita, che a 94 anni da poco compiuti ancora si diverte a fare il sindaco della sua Nusco, dove ha peraltro dovuto provare di recente la brutta avventura di una rapina notturna in casa, in compagnia della moglie.

Da Piazza del Gesù e da Palazzo Chigi, sommando per un po’ le due maggiori cariche di partito e di governo, risoltesi ai suoi danni come era già accaduto ad Amintore Fanfani, al Municipio del suo paesino di 4000 abitanti in provincia di Avellino. L’ex segretario della Dc non si è sentito minimamente penalizzato nel passaggio. Ha piuttosto ricaricato le batterie dopo le delusioni e le arrabbiature procurategli con la stessa supponenza da tre persone pur così diverse fra loro: Romano Prodi, Walter Veltroni e Matteo Renzi. Che sull’altare del rinnovamento, versione sofisticata della rottamazione, gli hanno praticamente sbattuto in faccia le porte del Pd. Che ora -avrà pensato in cuor suo il mio amico Ciriaco dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso- ne paga le meritate conseguenze. La modestia, si sa, non è mai stata una dote di De Mita, che la buonanima di Gianni Agnelli relegò una volta sarcasticamente fra gli intellettuali non certo attuali della Magna Grecia.

Il buon Clemente Mastella, cresciuto proprio alla scuola di De Mita prima di assurgere nella seconda Repubblica ai vertici dei Ministeri del Lavoro e della Giustizia, rispettivamente col centrodestra e col centrosinistra, è felicemente sindaco di Benevento. La sua Ceppaloni, peraltro vicina, può attenderlo, coi tremila abitanti che non sono forse mai aumentati per non superare la popolazione di Nusco. Scherzo, naturalmente.

Avvolto nella sua fascia tricolore, Mastella ha potuto godersi il flop di tutti gli assalti giudiziari subiti negli anni del governo, quando un procuratore campano al limite del pensionamento ne provocò le dimissioni da guardasigilli. Che a loro volta chiusero la carriera governativa di Prodi e interruppero la legislatura, nel 2008, al suo secondo anno di vita.

La fascia tricolore di sindaco di Palermo fece e rifece le fortune politiche di Leoluca Orlando, come quella di Catania ha consolato a lungo, sino a domenica scorsa, l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco.

Piero Fassino, pago di avere portato i Ds-ex Pci nel Pd undici anni fa, proseguì il suo lungo impegno politico facendo il sindaco della sua Torino. Dove avrebbe ben meritato la conferma se non avesse incrociato la piena grillina con la candidatura, l’elezione e le disavventure di Chiara Appendino.

Politicamente rigeneratrice fu a suo tempo anche l’esperienza di sindaco a Milano per Letizia Moratti, dopo le sue esperienze romane di presidente della Rai e di ministra della Pubblica Istruzione.

Un caso particolarissimo, diciamo pure anomalo, può essere considerato quello di Luigi de Magistris, che ha scaricato sul l’amministrazione e sulla popolazione della sua Napoli la fantasia, l’energia e quant’altro sperimentate, non so francamente in quali percentuali fra il bene e il male, nell’esercizio delle sue funzioni di magistrato.

Quello di Claudio Scajola a Imperia sarà invece, in caso di vittoria il 24 giugno, assai probabile dopo il 35 per cento dei voti raccolto nel primo turno e i quasi sette punti di vantaggio sul concorrente del centrodestra, un vero e proprio fenomeno riparatorio.

Passato praticamente indenne per una serie di vicende giudiziarie che lo avevano isolato politicamente anche nel suo schieramento di conclamato garantismo, quello di centrodestra, l’ex pluriministro ed ex presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti, ha dovuto mettere nel conto dei suoi avversari, candidandosi a sindaco di Imperia, persino o soprattutto Forza Italia: il partito di cui era stato a lungo coordinatore nazionale con un rapporto fiduciario col presidente fondatore Silvio Berlusconi. Che è rimasto inchiodato, diciamo così, a un veto politico -non saprei francamente come chiamarlo diversamente- del governatore forzista della Liguria Giovanni Toti.

A quest’ultimo Scajola non perdona, come si evince dall’intervista rilasciata a Paola Sacchi per Il Dubbio, la definizione di “malattia” riservatagli nel momento della valutazione della sua candidatura a sindaco. E neppure la decisione di usare contro di lui un altro Scajola: il nipote.

Non so, francamente, se sia vero il godimento segreto attribuito a Berlusconi da Ugo Magri, sulla Stampa, per la rivincita che l’ex ministro si è presa su Toti col risultato del primo turno elettorale. Ma lo stesso Scajola ha rivelato di avere ricevuto una telefonata soddisfatta del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Che ha dovuto evidentemente intervenire ancora una volta a sanare, ma alla rovescia, il famoso conflitto d’interessi che vecchi e nuovi avversari contestano al Cavaliere: un conflitto, questa volta, fra i suoi sentimenti personali -credo- e il ruolo di presidente del partito. Come altre volte il conflitto fra gli interessi imprenditoriali di Berlusconi e il ruolo di opposizione al governo, quando gli capita. E gli sta ormai capitando spesso.

 

 

Pubbicato su Il Dubbio

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