Quando i protagonisti della politica si rigenerano come sindaci

Claudio Scajola, se vincerà il ballottaggio del 24 giugno nella sua Imperia, tornando a indossare la fascia tricolore del sindaco conquistata la prima volta a 34 anni, ora che ne ha compiuti 70 a gennaio, si troverà in buona compagnia. Egli allungherà la lista, non molto folta in verità, dei big della politica rigenerati fisicamente, e qualche volta anche politicamente, dall’esperienza locale.

Il caso più famoso è quello di Ciriaco De Mita, che a 94 anni da poco compiuti ancora si diverte a fare il sindaco della sua Nusco, dove ha peraltro dovuto provare di recente la brutta avventura di una rapina notturna in casa, in compagnia della moglie.

Da Piazza del Gesù e da Palazzo Chigi, sommando per un po’ le due maggiori cariche di partito e di governo, risoltesi ai suoi danni come era già accaduto ad Amintore Fanfani, al Municipio del suo paesino di 4000 abitanti in provincia di Avellino. L’ex segretario della Dc non si è sentito minimamente penalizzato nel passaggio. Ha piuttosto ricaricato le batterie dopo le delusioni e le arrabbiature procurategli con la stessa supponenza da tre persone pur così diverse fra loro: Romano Prodi, Walter Veltroni e Matteo Renzi. Che sull’altare del rinnovamento, versione sofisticata della rottamazione, gli hanno praticamente sbattuto in faccia le porte del Pd. Che ora -avrà pensato in cuor suo il mio amico Ciriaco dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso- ne paga le meritate conseguenze. La modestia, si sa, non è mai stata una dote di De Mita, che la buonanima di Gianni Agnelli relegò una volta sarcasticamente fra gli intellettuali non certo attuali della Magna Grecia.

Il buon Clemente Mastella, cresciuto proprio alla scuola di De Mita prima di assurgere nella seconda Repubblica ai vertici dei Ministeri del Lavoro e della Giustizia, rispettivamente col centrodestra e col centrosinistra, è felicemente sindaco di Benevento. La sua Ceppaloni, peraltro vicina, può attenderlo, coi tremila abitanti che non sono forse mai aumentati per non superare la popolazione di Nusco. Scherzo, naturalmente.

Avvolto nella sua fascia tricolore, Mastella ha potuto godersi il flop di tutti gli assalti giudiziari subiti negli anni del governo, quando un procuratore campano al limite del pensionamento ne provocò le dimissioni da guardasigilli. Che a loro volta chiusero la carriera governativa di Prodi e interruppero la legislatura, nel 2008, al suo secondo anno di vita.

La fascia tricolore di sindaco di Palermo fece e rifece le fortune politiche di Leoluca Orlando, come quella di Catania ha consolato a lungo, sino a domenica scorsa, l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco.

Piero Fassino, pago di avere portato i Ds-ex Pci nel Pd undici anni fa, proseguì il suo lungo impegno politico facendo il sindaco della sua Torino. Dove avrebbe ben meritato la conferma se non avesse incrociato la piena grillina con la candidatura, l’elezione e le disavventure di Chiara Appendino.

Politicamente rigeneratrice fu a suo tempo anche l’esperienza di sindaco a Milano per Letizia Moratti, dopo le sue esperienze romane di presidente della Rai e di ministra della Pubblica Istruzione.

Un caso particolarissimo, diciamo pure anomalo, può essere considerato quello di Luigi de Magistris, che ha scaricato sul l’amministrazione e sulla popolazione della sua Napoli la fantasia, l’energia e quant’altro sperimentate, non so francamente in quali percentuali fra il bene e il male, nell’esercizio delle sue funzioni di magistrato.

Quello di Claudio Scajola a Imperia sarà invece, in caso di vittoria il 24 giugno, assai probabile dopo il 35 per cento dei voti raccolto nel primo turno e i quasi sette punti di vantaggio sul concorrente del centrodestra, un vero e proprio fenomeno riparatorio.

Passato praticamente indenne per una serie di vicende giudiziarie che lo avevano isolato politicamente anche nel suo schieramento di conclamato garantismo, quello di centrodestra, l’ex pluriministro ed ex presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti, ha dovuto mettere nel conto dei suoi avversari, candidandosi a sindaco di Imperia, persino o soprattutto Forza Italia: il partito di cui era stato a lungo coordinatore nazionale con un rapporto fiduciario col presidente fondatore Silvio Berlusconi. Che è rimasto inchiodato, diciamo così, a un veto politico -non saprei francamente come chiamarlo diversamente- del governatore forzista della Liguria Giovanni Toti.

A quest’ultimo Scajola non perdona, come si evince dall’intervista rilasciata a Paola Sacchi per Il Dubbio, la definizione di “malattia” riservatagli nel momento della valutazione della sua candidatura a sindaco. E neppure la decisione di usare contro di lui un altro Scajola: il nipote.

Non so, francamente, se sia vero il godimento segreto attribuito a Berlusconi da Ugo Magri, sulla Stampa, per la rivincita che l’ex ministro si è presa su Toti col risultato del primo turno elettorale. Ma lo stesso Scajola ha rivelato di avere ricevuto una telefonata soddisfatta del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Che ha dovuto evidentemente intervenire ancora una volta a sanare, ma alla rovescia, il famoso conflitto d’interessi che vecchi e nuovi avversari contestano al Cavaliere: un conflitto, questa volta, fra i suoi sentimenti personali -credo- e il ruolo di presidente del partito. Come altre volte il conflitto fra gli interessi imprenditoriali di Berlusconi e il ruolo di opposizione al governo, quando gli capita. E gli sta ormai capitando spesso.

 

 

Pubbicato su Il Dubbio

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