Il felice scompiglio creato dal nuovo governo nei giornali italiani

            Mentre il presidente del Consiglio arriva in Canada riuscendo felicemente a conciliare il suo rapporto privilegiato con Trump e le aperture a Putin grazie alle aperture dello stesso Trump al medesimo Putin, e in Italia il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio declassa a “opinioni personali” quelle del suo “garante” e non so cos’altro Beppe Grillo sulla sorte dell’Ilva di Taranto, da non confondere con la quasi omonima Iva di cui lo stesso Di Maio si è occupato con i commercianti sostituendosi al ministro dell’Economia, è quanto meno divertente lo scompiglio che il nuovo governo sta creando anche nei giornali. Dove, per esempio, Marco Travaglio deve difendere in qualche modo il pur “cazzaro verde” Matteo Salvini dagli attacchi furibondi di Repubblica e dintorni, e Alessandro Sallusti deve affrontare un lettore-elettore dichiarato di Forza Italia che contesta l’opposizione di Silvio Berlusconi alla squadra ministeriale gialloverde, preferendo evidentemente l’astensione dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

            Pure Maurizio Belpietro sulla traduzione italiana della Pravda, cioè la Verità, che dirige col solito cipiglio, è costretto a fronteggiare lettori poco convinti dell’atteggiamento da lui assunto nei riguardi del governo spiegando loro che non può esimersi dal riconoscere “il buon senso” cui sono ispirati i propositi enunciati sino ad ora sia da Salvini sia da Di Maio.

            Ma un capitolo a parte merita, vero o artificioso che sia, il confronto o scontro consumatosi sulla prima pagina del Foglio, sotto il titolo rosso e canzonatorio de La Voce del Padrone, fra l’editore e il direttore del quotidiano fondato a suo tempo da Giuliano Ferrara grazie alla generosità del suo amico Silvio Berlusconi. Di cui era stato  ministro dei rapporti col Parlamento  all’esordio dell’avventura politica.

            Il professore Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e proprietario della testata fogliante, subentrato agli originali, ha chiesto e sostenuto comprensione, se non proprio appoggio al nuovo governo, che avrebbe buone carte per cambiare finalmente in meglio questo paese ridotto agli estremi anche da un “sottobosco burocratico” cui non hanno saputo o voluto resistere i predecessori. Il direttore Claudio Cerasa, firmandosi con la solita ciliegina, ha commentato l’intervento dell’editore rivendicando tutta intera “la nostra identità corsara, liberale, eccentrica”, che spinge Il Foglio a guidare sul piano culturale, prima ancora che politico, l’opposizione al governo Conte.

            In un empito encomiabile di sincerità Cerasa ha definito “facile e conformistico” l’argomento di solito usato dai direttori dei giornali per rivendicare la loro autonomia da qualsiasi potere, anche  dell’editore: quello di non avere altri padroni che i lettori.

            In realtà, senza nulla togliere ai meriti professionali degli amici che confezionano ogni giorno Il Foglio, di lettori essi ne hanno troppo pochi perché li possano rendere liberi davvero. Per cui rimangono nella curiosa posizione annunciata dallo stesso Cerasa di “ribelli disciplinati”. Che è l’ennesimo ossimoro della politica, del giornalismo e della cultura italiane.

 

 

Ripreso da La Gazzetta di Arnese 

 

 

Il cambio di governo a Madrid non cambia la questione catalana

Il caso ha voluto che le notizie da Madrid sulla caduta del conservatore Mariano Rajoy, dopo sette anni di guida del governo, e sul ritorno dei socialisti al palazzo della Moncloa con Pedro Sanchez siano arrivate mentre finivo di leggere le “Lettere da Barcellona” di Bobo Craxi, fresche di stampa per le Biblion Edizioni. E molto critiche con Rajoy per la gestione “giudiziaria” della questione catalana. Alla quale il mio amico Bobo era già sensibile di suo, ma si è ancora di più interessato da quando ha accompagnato il figlio Benedetto per quella che ha chiamato “la sua avventura universitaria” a Barcellona. Che Bobo, amandola ancora di più dopo la strage terroristica dell’estate scorsa, vede e desidera più come “la Capitale dell’Europa del Sud” che la Capitale di una Catalogna irrealisticamente indipendente, pur in un’Europa che è sembrata saper risvegliare anche certi vecchi vulcani.

Tanto si è appassionato Bobo alla questione catalana da essersi guadagnato nel bel mezzo della crisi l’invito a cena di un  “mite e ragionevole”  Carles Puigdemont, il leader catalano destinato poi a rifugiarsi all’estero: prima in Belgio e poi in Germania, dove sta tuttavia rischiando di nuovo l’arresto e l’estradizione. E’ nelle carceri spagnole che Rajoy lo avrebbe voluto vedere per ribellione, sedizione e appropriazione indebita, non essendogli bastato il commissariamento della Generalitat catalana dopo il referendum del 1° ottobre dell’anno scorso sull’indipendenza della Catalogna, fronteggiato dal governo spagnolo con la faccia feroce. Un commissariamento peraltro finito subito dopo la caduta di Raioy, sia pure non per suo effetto, essendo stato travolto l’ormai ex premier da una corruzione capillare del suo partito certificata dai giudici dell’Audiencia Nacional.

A Puigdemont, nel corso del lungo e a tratti anche drammatico braccio di ferro con il governo spagnolo, Bobo Craxi ha cercato di dare una mano anche promuovendo e ottenendo in Italia un appello comune con Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, e con Piero Fassino, responsabile della politica estera del Pd, contro “le forzature parlamentari” e “le misure giudiziali e di polizia conseguentemente adottate”, perché né le une né le altre sono “adatte per risolvere una controversia di natura politica”.

Bobo Craxi avrebbe voluto associare anche altri al documento. Ha cercato inutilmente una sponda in Vaticano. Sospetto che abbia provato anche con Silvio Berlusconi, in qualche modo inchiodato però al rapporto di solidarietà politica col partito popolare dell’allora premier spagnolo.

Attrezzato a quell’appello anche per il ruolo di sottosegretario agli Esteri avuto nel secondo governo Prodi, con Massimo D’Alema alla Farnesina, Bobo Craxi non si  è mai fatto comunque illusioni sulla volontà o capacità di ascolto di Raioy. Del quale egli ha scritto alla vigilia dello scorso Natale, scrivendo per l’Haffington Post, che “è un pragmatico cattolico, ma ha l’indole di Maria Antonietta”, convinto da tempo che “il caso catalano si sarebbe “sgonfiato come un soufflé”. Una convinzione -riconosce in un’altra occasione Bobo Craxi- maturata in Rajoy con quella di avere “dalla sua la stragrande maggioranza degli spagnoli che non intendono cedere dinnanzi ad una rottura costituzionale così clamorosa” come l’indipendenza della Catalonia. Ciò lo ha indotto a “un calcolo cinico e non vantaggioso”: cinico per “l’utile elettorale” che poteva derivargli a livello nazionale dalla sconfitta degli indipendentisti catalani, e non vantaggioso perché ha prodotto, fra l’altro, il rafforzamento di un partito minoritario come Ciudadanos “in un punto di riferimento essenziale per una nuova visione della Spagna”.

Ora che Rajoy è uscito di scena, sostituito dal socialista Sanchez, si potrebbe pensare alla possibilità di una svolta politica anche nella gestione della questione catalana. Ma Bobo Craxi, che da socialista conosce bene quelli spagnoli, era prudente prima della caduta di Rajoy sulla loro capacità di cambiare davvero registro, e credo che non abbia nel frattempo cambiato idea. “I socialisti -osserva interloquendo con l’amico Nicola Padovan che se ne dichiara deluso- hanno la base del Sud che mi pare poco incline a concessioni pro-catalane”, anche se il partito “si muove in una direzione più dialogante”.

La questione sembra quindi destinata a rimanere di difficile soluzione. Ma una via d’uscita ragionevole, senza procurare alla Spagna e, più in generale, all’Europa già attraversata da tante crisi danni maggiori di quanti non ne abbiano subiti, si dovrà pur trovare. E all’insegna di un realismo ispirato a Bobo Craxi dall’adagio di un vecchio scrittore catalano, Narcis Oller, cui è intestata una piazza di Gracìa, dove egli ha accompagnato il figliolo a sistemarsi per seguire gli studi. “Dicano quello che vogliono i moralisti, l’ipocrisia -scriveva Oller, morto a Barcellona nel 1930 a 84 anni- è una virtù pubblica, necessaria alla pace e a perpetuare la specie umana. Senza quella non spenderemo tutto all’armeria?”.

“Una via di uscita amichevole e ipocrita potrebbe scongiurare quello che ormai viene definito il choque dei due treni che stanno correndo sullo stesso binario, ma da direzioni opposte: quello del governo spagnolo a difesa della sovranità e della corona, quello della Generalitat catalana, che vuole arrivare sino in fondo e ottenere  un’agognata indipendencia”, scriveva Bobo Craxi sul Dubbio l’anno scorso di questi tempi, prima del referendum del 1° ottobre e delle complicazioni che ne sarebbero derivate.

Strano destino quello del mio amico Bobo. A 28 anni, segretario cittadino del Psi a Milano e consigliere comunale a Palazzo Marino, gli toccò di assistere alla crisi della cosiddetta prima Repubblica italiana, che ebbe come principale vittima, e capro espiatorio, papà Bettino. A 53 anni, da padre di uno studente universitario a Barcellona, partecipa al dramma di un altro paese di questa Europa tormentata. In mezzo a questi traumi europei egli ha vissuto anche le cosiddette primavere arabe, arrivate sino alla Tunisia tanto cara alla sua famiglia e diventate -strada facendo- degli autentici inferni.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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