Forse perché alle prese con l’affare più recente e attuale dello stadio romanista a Tor di Valle, che ha un po’ guastato la festa anche all’esordiente governo a guida formalmente grillina, o forse per non farsi sospettare o accusare di volere favorire il giro ormai decaduto, almeno per adesso, dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi, nessuno dei giornaloni che si contendono i primi posti nella graduatoria delle vendite, o diffusione, ha dato la dignità o visibilità della prima pagina agli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria targata Consip. Il cui ritorno pertanto nelle cronache è stato quasi clandestino.
Eppure si tratta, come ha gridato con allarme in apertura Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dell’”ultima battaglia contro il pm Voodcock”, troppo noto ormai per stare qui a ripercorrerne storia, carriera e quant’altro.
La “battaglia” è in corso nella sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, dove si è appena svolto, come si precisa nel titolo del Fatto Quotidiano, un “inedito confronto Vannoni-Scafarto”.Che non avrebbe “precedenti” in materia, spiega il giornale all’interno, come per avvertire che il pm di Napoli sta forse subendo un trattamento troppo particolare per non essere, diciamo così, segnalato a chi può essere preoccupato della sua sorte.
Vannoni si chiama Filippo ed è un commercialista fiorentino, già consigliere economico di Palazzo Chigi, che in un interrogatorio subìto a Napoli il 21 dicembre 2016 senza assistenza legale, non essendo al momento indagato, disse al pubblico ministero Henry John Voodcock e alla collega Celestina Carcaro, presente l’allora capitano dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto, di avere avvertito l’amministratore delegato della Consip, acronimo della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, di un’indagine a carico suo e di altri per esserne stato informato da Luca Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario e principale collaboratore di Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio.
Come aveva già fatto, non si sa se con gli stessi particolari o con altri, successivamente alla Procura di Roma, subentrata a quella partenopea in un ramo di indagini, Vannoni ha confermato ai consiglieri superiori della magistratura di avere fatto il nome di Lotti arbitrariamente, perché intimidito nell’interrogatorio a Napoli anche con minacce di arresto o allusioni in quel senso.
Messo a confronto con Vannoni, l’allora capitano- ripeto- ma adesso maggiore Sacafarto, finito peraltro nei guai per quell’inchiesta essendo stato accusato dalla Procura di Roma di avere manipolato un rapporto nella parte in cui poteva danneggiare il padre di Matteo Renzi, lo ha contraddetto in tutte le circostanze, o quasi. Non avrebbe ricordato, per esempio, se avesse steso lui il verbale, poi firmato da Voodcock, dell’interrogatorio di Vannoni.
Se ne riparlerà, sempre alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, il 5 luglio con l’audizione dei magistrati della Procura di Roma per concludere, in quella sede, entro lo stesso mese. Almeno così si spera, o si teme, secondo le aspettative, visto che l’organo di autogoverno della magistratura è in scadenza.
Oltre ai grillini sono insorti vignettisti poco o per niente simpatizzanti del Movimento delle 5 Stelle, ma rimasti anch’essi basiti dal primo annuncio di Salvini, aggravato dal rammarico da lui dichiarato di poter espellere solo i rom stranieri, e di doversi invece tenere quelli italiani. Particolarmente impietose sono state le vignette di Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno e di Stefano Rolli sul Secolo XIX, dove il leader leghista è stato rappresentato come un emulo di Mussolini o come un mostro con mano d’artigli.
Chi pertanto reclama, dopo l’esplosione dello scandalo di Tor di Valle e dintorni, e le non sufficienti dimissioni del presidente dell’Acea, che a “pagare” per gli sbagli compiuti siano anche Grillo, Casaleggio, Di Maio, Bonafede, Fraccaro, magari anche la Raggi e via scendendo per li rami, è invitato a fermarsi e a prendersela, semmai, con Nogarin. Il quale così, visto che si trova, paga anche per la tentata insubordinazione al potente alleato di governo Salvini, che nel frattempo continua la sua guerra alla “pacchia”, anzi “superpacchia”, dei soccorsi effettivamente ambigui ai migranti mandati al naufragio da chi ne sfrutta cinicamente la disperazione e la fuga dalle guerre e dalla miseria dei loro paesi. Ed ora, non contento di quel che ha guadagnato in questi anni col traffico di carne umana, si sta arricchendo anche col petrolio di contrabbando, come ha appena rivelato il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro: lo stesso che, fra le proteste e l’incredulità quasi generali, denunciò e cercò di perseguire l’anno scorso la gestione a dir poco opaca dei soccorsi marittimi delle organizzazioni non governative ai migranti.
Le domande impertinenti fra i grillini hanno fatto breccia in un editoriale scritto per la Repubblica da Ezio Mauro, che ha paragonato in qualche modo la carriera, forse finita, di Lanzalone a quella appena cominciata sul piano politico dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui “scoperta” nel mondo universitario e forense è stata coralmente attribuita, fuori e dentro il movimento grillino, proprio ad uno dei tre “moschettieri”: l’attuale guardasigilli Bonafede.
Marco Travaglio si è fatto portavoce nell’editoriale di giornata del suo Fatto Quotidiano della rabbia, dello scoramento, dell’allarme del popolo grillino, sorpreso peraltro anche dalla notizia che il costruttore romano Parnasi -Luca come Lanzalone, ma finito in cella davvero e non agli arresti domiciliari- soleva vantarsi con i suoi interlocutori, magari reduce da una cena con esponenti di punta del movimento delle 5 stelle, di fare lui il governo, mentre altri fingevano o si illudevano di stenderne o averne steso il contratto. “A noi -ha scritto Travaglio con apparente distacco- della sorte delle 5 Stelle importa poco o nulla, ma se anche stavolta le aspettative di cambiare venissero frustate, nessuno altro ci proverà mai più”.
Questa volta Scajola è tornato alla ribalta non certo a sua insaputa, come lui stesso dichiarò di essersi scoperto proprietario di un appartamento con vista sul Colosseo pagato in parte da un imprenditore amico che aveva avuto rapporti con un suo dicastero: una vicenda che gli procurò un dileggio superiore a quello rimediato quando da ministro dell’Interno aveva liquidato in una conversazione privata finita sui giornali come un rompiscatole, o qualcosa del genere, il giuslavorista Marco Biagi. Che, rimasto senza scorta per quanto minacciato, e datosi inutilmente da fare per riaverla, venne assassinato sotto casa a Bologna dai terroristi rossi il 19 marzo 2002.