Il soccorso di Nogarin, e Travaglio, a Grillo e amici per l’affare Lanzarone

            Nell’angosciosa attesa che salti qualcuno dei tanti omissis dalle carte giudiziarie che hanno portato il costruttore romano Luca Parnasi in galera, ed emergano chissà quali e quanti altri fatti imbarazzanti dalla vicenda del progetto dello stadio romanista a Tor di Valle, è partito il soccorso a Beppe Grillo, a Davide Casaleggio e ai “tre moschettieri” pentastellati indicati sino a ieri come gli sponsor, a dir poco, del presidente genovese e ormai dimissionario dell’Acea Luca Lanzarone, finito agli arresti domiciliari per i suoi rapporti con Parnasi. Dai quali sarebbe nata l’associazione corruttiva a delinquere sospettata dagli inquirenti.

            Il soccorso è consistito in una tempestiva intervista del sindaco a 5 stelle di Livorno, Filippo Nogarin, al  Fatto Quotidiano, che gli ha dedicato anche l’editoriale del direttore Marco Travaglio. Il quale, pur di avallare il compito assuntosi dall’intervistato, ha annunciato -come vedremo-  la morte, o quasi, della “società civile” in Italia.

            Nogarin, ormai si sa, è un uomo generoso. Egli si  è speso nei giorni scorsi anche in un tentativo, per quanto rientrato rapidamente su intervento del vice presidente grillino del Consiglio e superministro Luigi Di Maio, di sfida all’altro vice presidente del Consiglio e ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini. Il quale pratica e reclama, secondo le circostanze, la chiusura dei porti italiani alle navi straniere che a fini dichiaratamente umanitari soccorrono in acqua libiche su appuntamento, o quasi, i migranti destinati al naufragio su mezzi fatiscenti dai trafficanti di carne umana.

            Questa volta il sindaco della città portuale della Toscana ha trascorso “notti insonni”, ha raccontato lui stesso, non per i naufraghi respinti da Salvini, ma per i guai involontariamente procurati ai dirigenti del suo partito con “la scoperta”, a suo tempo, di Lanzarone. Già, perché fu appunto lui, Nogarin, a selezionarlo fra tanti  come un avvocato abilissimo a risolvere problemi, che allora erano a Livorno quelli dell’azienda dei rifiuti in fallimento. Fu lui, sempre lui, a segnalare Lanzalone a Grillo, a Casaleggio e ai tre futuri ministri grillini Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro che, occupandosi allora degli enti locali, erano alle prese con le difficoltà della collega di partito e sindaca di Roma Virginia Raggi. Alla quale non parve vero di  potere disporre di tanta buona energia per risolvere la controversia sullo stadio romanista da costruire a Tor di Valle, e di affidare poi per “premio” all’avvocato genovese, come ha spiegato Di Maio, la presidenza di un’azienda energetica come l’Acea, la maggiore fra le partecipate della Capitale d’Italia. E meno male che Lanzalone non sia finito a Palazzo Chigi, al posto di Giuseppe Conte.

            Il Fatto.jpgChi pertanto reclama, dopo l’esplosione dello scandalo di Tor di Valle e dintorni, e le non sufficienti dimissioni del presidente dell’Acea, che a “pagare” per gli sbagli compiuti siano anche Grillo, Casaleggio, Di Maio, Bonafede, Fraccaro, magari anche la Raggi e via scendendo per li rami, è invitato a fermarsi e a prendersela, semmai, con Nogarin. Il quale così, visto che si trova, paga anche per la tentata insubordinazione al potente alleato di governo Salvini, che nel frattempo continua la sua guerra alla “pacchia”, anzi “superpacchia”, dei soccorsi effettivamente ambigui ai migranti mandati al naufragio da chi ne sfrutta cinicamente la disperazione e la fuga dalle guerre e dalla miseria dei loro paesi.  Ed ora, non contento di quel che ha guadagnato in questi anni col traffico di carne umana, si sta arricchendo anche col petrolio di contrabbando, come ha appena rivelato il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro: lo stesso che, fra le proteste e l’incredulità quasi generali, denunciò e cercò di perseguire l’anno scorso la gestione a dir poco opaca dei soccorsi marittimi delle organizzazioni non governative ai migranti.

            In difesa tuttavia del generoso Nogarin, praticamente offertosi come capro espiatorio dell’incidente di Lanzarone, lasciatosi corteggiare e catturare a Roma da Parnasi e amici, e quindi convertitosi al vecchio modo di mescolare politica e affari, si è speso personalmente il direttore del Fatto Quotidiano. Egli ha visto e denunciato nel fallimento etico dell’ex presidente dell’Acea “la prova dell’inquinamento endemico e sistemico della società civile”. Un inquinamento ben superiore ai limiti che Marco Travaglio, bontà sua, attribuisce ai grillini scrivendo della “mancanza di una classe dirigente” e della “disinvoltura nella scelta dei collaboratori”.

           Insomma, non basterebbero neppure le dimissioni riparatrici di Nogarin da sindaco di Livorno. Dovremmo dimetterci tutti dalle professioni e dagli altri ruoli o aspetti della “società civile” della quale osiamo ritenerci partecipi. E così sia.

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