I tre moschettieri del governo alle prese con l’affare Lanzarone, Parnasi ed altri

              I tre moschettieri. Così vengono sarcasticamente chiamati in questi giorni nei corridoi parlamentari, anche da colleghi di partito, il vice presidente del Consiglio, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il ministro dei rapporti col Parlamento e della democrazia diretta Riccardo Fraccaro, anche loro pentastellati. Li si trovano, ritratti insieme al Quirinale con casualità galeotta nelle fotografie scattate in occasione del giuramento, col vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini e la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta.

            Il celebre romanzo ottocentesco d’appendice del francese Alexandre Dumas viene evocato per la comune esperienza che i tre esponenti di governo delle 5 Stelle hanno avuto in Campidoglio e dintorni, quando Beppe Grillo li incaricò di assistere l’esordiente Virginia Raggi nelle sue pene di sindaco di Roma: un’assistenza impietosamente definita commissariamento dai giornali con tanto di titoli in prima pagina. E fu in quelle circostanze che l’inconsapevole Raggi, appena ascoltata tuttavia nella Procura di Roma come persona informata dei fatti, conobbe l’avvocato Luca Lanzalone e si avvalse della sua collaborazione per sbrogliare la matassa del progetto di un megastadio romanista a Tor di Valle.

            Fu, quello di Lanzalone, già sperimentato peraltro dai grillini a Livorno per assistere la giunta pentastellata di Filippo Nogarin, un lavoro così ben fatto, ma soprattutto così apprezzato dai “tre moschettieri” -per dichiarazioni rilasciate dallo stesso Di Maio in questi giorni- da fargli meritare come “premio” la presidenza dell’Acea. Che è l’azienda municipalizzata di Roma -quella della luce e dell’acqua- più in salute e appetibile, per cui fu necessario che alla sua nomina partecipasse la sindaca Raggi.

            Purtroppo, quando già si profilavano per lui altri e più corposi traguardi, come la presidenza della Cassa Depositi e Prestiti, una specie di cassaforte del sistema pubblico, Lanzalone è incorso in guai giudiziari e nelle dimissioni, chieste a furor di “spade”  anche dai tre moschettieri del movimento grillino e del governo cosiddetto “di cambiamento” perché “con noi chi sbaglia paga”, ha detto Di Maio. Per il quale la presunzione di innocenza, o “non colpevolezza”, come si legge nell’apposita norma costituzionale, quando c’è in mezzo la politica “non vale”. E non dovrebbe valere, prendendo alla lettera il vice presidente grillino del Consiglio, neppure per gli altri già coinvolti o in via di coinvolgimento nelle indagini romane, naturalmente condite delle solite intercettazioni telefoniche o ambientali e delle altrettanto solite diffusioni giornalistiche. Pollice verso, quindi, anche per il costruttore romano Luca Parnasi e per tutti quanti da lui aiutati, con versamenti ed altro: nello stesso movimento grillino, nella Lega, nel Partito Democratico e in Forza Italia, sinora.

            Sbaglio per sbaglio, tuttavia, cresce fra i militanti, i simpatizzanti e gli elettori grillini l’elementare domanda se non sia stato uno sbaglio, anch’esso quindi da colpire e da pagare all’istante, quello compiuto dai tre moschettieri nella valutazione di Lanzalone e nel sostegno assicuratogli sino a quando la magistratura non è intervenuta, diciamo così, a fermarlo nelle sue relazioni d’affari o di semplici rapporti amichevoli o politici. Fra i quali vanno annoverati anche incontri, conviviali e non, telefonate e quant’altro in riferimento a tutto ciò che capitava attorno a lor signori, comprese le trattative per la formazione del governo in carica.

            Ezio Mauro.jpgLe domande impertinenti fra i grillini hanno fatto breccia in un editoriale scritto per la Repubblica da Ezio Mauro, che ha paragonato in qualche modo la carriera, forse finita, di Lanzalone a quella appena cominciata sul piano politico dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui “scoperta” nel mondo universitario e forense è stata coralmente attribuita, fuori e dentro il movimento grillino, proprio ad uno dei tre “moschettieri”: l’attuale guardasigilli Bonafede.

           Non so se il cognome basterà al ministro della Giustizia a rasserenare una certa base, anche pentastellata, abituata lungamente a diffidare di tutto e di tutti, e a non fare sconti a nessuno. Possono essere purtroppo devastanti e autolesionistici gli effetti, direi, di una cattiva educazione giustizialista, data o ricevuta che sia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: