Le dimissioni del presidente dell’Acea non risolvono ma aggravano la crisi grillina

            Sarà ben difficile a Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, tutti al governo per le 5 Stelle, placare con le dimissioni di Luca Lanzalone da presidente dell’Acea la sete giustizialista del loro “popolo”. Che si è scoperto all’improvviso, leggendo o sentendo le cronache giudiziarie della vicenda dello stadio romanista progettato a Tor di Valle, “infettato” dal malaffare lungamente contestato agli altri partiti con le pratiche della corruzione intesa in senso lato, comprendendovi promesse o richieste di posti, incarichi e quant’altro, oltre ai soliti versamenti di denaro.

            Reclamate in ordine rigorosamente cronologico dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio e dal vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Di Maio, le dimissioni presentate dal presidente dell’Acea dopo essere finito agli arresti domiciliari per l’inchiesta sul progetto del nuovo stadio romano hanno in qualche modo persino aggravato la posizione dei suoi sponsor. Fra i quali va annoverato anche il potentissimo Davide Casaleggio, uomo chiave -a dir poco- del movimento grillino, pur risultandone formalmente estraneo.

            Se Lanzalone si è dovuto dimettere perché “da noi chi sbaglia paga”, come ha detto Di Maio, molti si sono chiesti e si chiedono perché mai non debbano pagare anche quanti si sono sbagliati a proposito dell’avvocato genovese, scambiato per uno che non creava problemi ma li risolveva. E a fare questo sbaglio sono stati appunto, stando alle cronache sinora non smentite, proprio Casaleggio, segnalandolo a Beppe Grillo o condividendone l’apprezzamento, e Di Maio, Bonafede e Fraccaro mentre si  occupavano degli enti locali per il movimento e furono incaricati di assistere, supportare, controllare, addirittura “commissariare”, come si è lasciato a lungo titolare su tutti i giornali, la sindaca di Roma Virginia Raggi. Della quale sono arcinote le difficoltà, a dir poco, nelle quali si è trovata sin dall’esordio nel suo ufficio capitolino affacciato sui Fori.

            Fra le prime difficoltà della Raggi ci fu proprio l’impatto politico e amministrativo col progetto dello stadio ricevuto in eredità dalla giunta di Ignazio Marino, e ritenuto esageratamente speculativo dai grillini. Che mandarono a Roma proprio Lanzalone perché se ne occupasse, procurandogli in cambio come “premio” -lo ha detto lo stesso Di Maio- il vertice dell’azienda a forte partecipazione comunale dell’acqua e della luce.

           Ora che la vicenda è esplosa giudiziariamente senza coinvolgerla, almeno per il momento, la sindaca si sente “parte lesa” e mostra di non capire perché si reclamino anche le sue dimissioni, come ha fatto su Repubblica uno specialista dell’anti-casta com’è Sergio Rizzo. Che ha così finito per unirsi, secondo la Raggi, alla campagna di genere, diciamo così, di cui lei è vittima dal giorno dell’elezione, trattata -si è doluta nel salotto televisivo di Bruno Vespa, peraltro disertato da Luigi Di Maio- o come “amante” di qualcuno o come una sprovveduta perché donna.

          Travaglio.jpg Marco Travaglio si è fatto portavoce nell’editoriale di giornata del suo Fatto Quotidiano della rabbia, dello scoramento, dell’allarme del popolo grillino, sorpreso peraltro anche dalla notizia che il costruttore romano Parnasi -Luca come Lanzalone, ma finito in cella davvero e non agli arresti domiciliari- soleva vantarsi con i suoi interlocutori, magari reduce da una cena con esponenti di punta del movimento delle 5 stelle, di fare lui il governo, mentre altri fingevano o si illudevano di stenderne o averne steso il contratto. “A noi -ha scritto Travaglio con apparente distacco- della sorte delle 5 Stelle importa poco o  nulla, ma se anche stavolta le aspettative di cambiare venissero frustate, nessuno altro ci proverà mai più”.  

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