Il commissario europeo Moscovici resiste alla corte contro il governo italiano

            A suo modo è stato uno spettacolo quello offerto dalla terza rete televisiva della Rai con l’intervista del pomeriggio domenicale di Lucia Annunziata al commissario europeo agli affari economici e monetari Pierre Moscovici, collegato da Parigi sullo sfondo della solita torre Eiffel.

            Per mezz’ora, che è poi anche il titolo della trasmissione, al netto di quel “più” dedicato ad altri e altro, il povero Moscovici ha dovuto resistere, con un garbo pari alla fermezza, ai tentativi della intervistatrice di metterlo in rotta di collisione col nuovo governo appena formatosi a Roma.

            Più l’intervistato ne parlava con compiacimento e interesse, smanioso di conoscere i nuovi ministri, a cominciare naturalmente da quello dell’Economia, che sarà il suo più diretto e frequente interlocutore, più l’Annunziata -nomen omen, verrebbe da dire- lo incalzava perché esprimesse qualche dubbio, qualche preoccupazione, qualche riserva sul governo Conte. O perché avvertisse qualche prurito o altro fastidio.

            Ad un certo punto, la stessa giornalista ha riconosciuto di esagerare scusandosene e procurandosi da Moscovici come risposta l’assicurazione di essere bene attrezzato e allenato a questo tipo di rapporti, diversamente -aggiungo io- da altri esponenti della Commissione Europea di Bruxelles. Come ha fatto recentemente il commissario tedesco al bilancio, che col primo giornalista a portata di mano  si è lasciata scappare, poi scusandosene senza tuttavia dimettersi perché superprotetto da Berlino, la speranza che gli elettori italiani imparino finalmente a votare bene dai mercati, dubbiosi dell’affidabilità dei nostri titoli di Stato.

            “Ma ci dica allora -ha chiesto alla fine l’Annunziata- quale sarà la linea rossa”, oltre la quale il nuovo governo italiano non potrà evidentemente spingersi senza procurarsi chissà quali ritorsioni e altri tipi di disgrazie. E Moscovici, sempre paziente, le ha spiegato che non c’è alcuna linea rossa e che le cose italiane “si decidono a Roma”, non a Bruxelles o altrove, dove comunque -ha assicurato il commissario europeo- si hanno da tempo, e insieme, la consapevolezza e la comprensione necessarie per i problemi dell’Italia. Che -aggiungerei- non sono i soli dell’Unione, essendovene anche altri, compresi quelli della Francia. Il cui presidente Emmanuel Macron, peraltro e non a caso, è stato il primo a contattare con interesse e cordialità il nuovo presidente  italiano del Consiglio, prima ancora che Giuseppe Conte fosse costretto dal presidente della Repubblica Sergio Mattrella a rinunciare, volendo nominare Paolo Savona ministro dell’Economia. E poi richiamato e nominato grazie allo spostamento strategico -pensate un po’- concordato fra leghisti e grillini, o viceversa, del presunto e pericoloso nemico dell’euro Savona al Ministero -udite, udite- degli affari europei. E’ stato, secondo la logica dell’impuntatura iniziale, come mettere la volpe a guardia del pollaio.

            Lo spettacolino televisivo appena raccontato, con la sommaria ricostruzione delle circostanze conclusive della lunga crisi di governo con cui si è aperta la diciottesima legislatura uscita dalle urne del 4 marzo scorso, è la dimostrazione del ruolo a dir poco improprio che svolge l’informazione in Italia. Essa ha ormai scambiato il vecchio e doveroso compito del “cane da guardia” di fronte al governo di turno, ma anche all’opposizione, per quello del piromane. E’ un po’ come ciò che accade con certe guardie forestali, che appiccano il fuoco per potere poi avere il bisogno di spegnerlo.

            Ed è un po’ quello che stanno facendo anche molti ministri, quelli più in vista, nominati per spegnere i fuochi della campagna elettorale chiusasi a marzo, e finalmente governare, ma ne stanno accendendo altri, oltre ad alimentare i vecchi, partecipando alla grande all’ultima settimana di campagna per le amministrative di domenica prossima in circa 800 Comuni. Cui forse seguiranno dopo quindici giorni una ventina di  ballottaggi.

            Poi arriveranno gli incendi estivi. Non c’è proprio pace in questo povero Paese.

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