Giuseppe Conte ha collezionato voti di fiducia e gaffe, forse un pò troppe….

            La coperta che il vignettista Stefano Rolli ha messo addosso al nuovo presidente del Consiglio lasciandogli fuori i piedi e le spalle è troppo corta non solo per i conti economici del “contratto”, come grillini e leghisti preferiscono chiamare il programma del loro governo, ma anche per molto altro, viste le gaffe che Giuseppe Conte è riuscito ad accumulare nel passaggio parlamentare della fiducia nell’aula di Montecitorio.

           Sul volto e sulle mani del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, ho colto più volte segni di imbarazzo: come quando, per esempio, si è trattenuto dall’uso della campanella del richiamo all’ordine in occasione di uno degli assalti verbali dai banchi del Pd al presidente del Consiglio. Che, volendo solidarizzare con il capo dello Stato per gli attacchi rivoltigli durante la crisi dal pubblico webete delle cinque stelle, spintosi ad evocare la morte per mafia del fratello Piersanti, non era riuscito a ricordarne il nome. Che poi gli è stato gridato dal capogruppo piddino Graziano Delrio fra le urla e gli applausi dei compagni di partito.

            Imbarazzante deve essere stato per Fico anche il momento in cui, a microfono aperto, come si dice in gergo tecnico, il presidente del Consiglio ha chiesto al vice presidente grillino Luigi Di Maio, sedutogli accanto, se potesse dire o no all’assemblea una certa cosa ricevendone un cenno negativo. E consentendo poi ai piddini, in un altro passaggio della seduta, di contestargli scarsa autonomia e di chiedergli di non fare “il pupazzo”.

            Per fortuna accanto al presidente del Consiglio c’era stato in quel momento solo Di Maio, essendo l’altro vice, il leghista Salvini, assente per uno dei suoi tanti, spesso dirompenti impegni mediatici. Altrimenti quella richiesta di consiglio, se non vogliamo chiamarlo permesso, il capo del governo l’avrebbe fatta anche a lui. O gliel’avrebbe fatta in un altro passaggio.

            Ma la gaffe più sconcertante, considerandone la professione di docente universitario di diritto e di avvocato, Conte l’ha fatta parlando dei problemi della giustizia quando si è richiamato al principio costituzionale della “presunzione di colpevolezza”. Che è esattamente il rovescio del secondo comma, come si dice, dell’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. La presunzione quindi cui ha diritto qualsiasi cittadino sotto indagine e processo è di non colpevolezza, se non la si vuole chiamare innocenza.

            Con questo poco consolante viatico si fa una certa fatica ad augurare, come pure è doveroso,  buon viaggio al presidente del Consiglio per gli appuntamenti che lo aspettano all’estero, ora che è nella pienezza delle funzioni assicuratagli dalla fiducia di entrambe le Camere. Spero che il suo esordio internazionale si riveli migliore di quello parlamentare, al netto dei risultati positivi delle votazioni svoltesi prima a Palazzo Madama e poi a Montecitorio.

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