Il Conte del Grillo alla prova dell’umiltà e determinazione promesse al Parlamento

            Giuseppe Conte ha promesso al Senato, chiedendone e ottenendone la fiducia come antipasto di quella in arrivo dalla Camera, “umiltà e determinazione”.

            L’umiltà, mista alla furbizia, il professore e avvocato Conte l’aveva già dimostrata nella cerimonia della campanella a Palazzo Chigi. Quando, rimasto solo davanti alle telecamere dopo il commiato del predecessore Paolo Gentiloni, aveva chiamato a sé i due vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine alfabetico e di voti presi nelle urne, per condividere la festa e ringraziarli di averlo concordemente scelto a rappresentare i loro partiti alla guida del governo.

             I due non se lo erano lasciato chiedere due volte, precipitandosi al suo fianco per dirgli “prego”, ma Salvini a sua volta trascinandosi poi, per la foto finale di gruppo, il nominando sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Che da solo, anche per capacità di lavoro, competenza, astuzia e bonomia, che non guastano mai, vale più di due vice presidenti del Consiglio messi insieme, e di una decina di ministri, sempre insieme.

            La scenetta di Palazzo Chigi si è praticamente ripetuta nell’aula del Senato quando il presidente del Consiglio si è fatto affiancare al banco del governo dai dioscuri della maggioranza grigioverde, tenendolo uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, ed elogiandoli a viva voce per il sacrificio delle loro “legittime ambizioni”. Un sacrificio evidentemente compiuto con la decisione di indicarlo alla presidenza del Consiglio, per non dire imporlo, ad un capo dello Stato che aveva espresso “perplessità” dichiarate poi anche pubblicamente. E ciò ben sapendo -ha aggiunto Conte al Senato parlando sempre dei due suoi due vice e ben ricordando consigli e moniti rivoltigli proprio dal capo dello Stato nel conferirgli l’incarico, poi nel ritirarglielo e infine nel restituirglielo-  le forti prerogative del capo del governo contemplate dall’ormai famoso, anzi famosissimo articolo 95 della Costituzione.

            “Il presidente del Consiglio dei ministri -dice la Costituzione- dirige la politica generale del Governo  e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

            Con quale e quanta determinazione, se pari o inferiore a quella che si aspetta per primo il presidente della Repubblica, originariamente dubbioso -ripeto- della idoneità di una persona sprovvista di esperienza politica, Giuseppe Conte vorrà davvero e riuscirà ad applicare l’articolo 95, potremo vederlo e saperlo solo in futuro, breve o lungo che potrà rivelarsi. Il budino, si sa, va mangiato per conoscerne il sapore.

            Di certo né Di Maio né Salvini hanno aiutato Conte nei pochi giorni trascorsi dalla nomina e dall’insediamento a soddisfare le attese di Mattarella e via scendendo per li rami.

            Il grillino superministro dello sviluppo economico e del lavoro si è addirittura proposto come un nuovo Re Sole, che diceva: lo Stato sono io. Di Maio, in verità, parla al plurale, ma pensando sempre a una parte politica: la sua. Il cosiddetto populismo, di cui peraltro Conte si è sentito orgoglioso, è anch’esso di parte, riguardando per chi lo declama e lo pratica solo un certo tipo di popolo, mai tutto insieme.  

            Non parliamo poi di Salvini, che poco saggiamente, a mio modesto avviso, ha scartato il consiglio di mollare la segreteria della Lega datogli dal collega di partito ed ex governatore della Lombardia Roberto Maroni, che lo ha preceduto al Viminale e sperimentato che un ministro dell’Interno dev’essere per natura il più terzo possibile. Lo ha dimostrato egregiamente Marco Minniti con una gestione del fenomeno dell’immigrazione spesso spiaciuta più al proprio partito, il Pd, che all’opposizione grillina e a quella di centrodestra, da dove gli sono arrivati i pur parchi elogi e riconoscimenti  dello stesso Salvini. Che però non ha voluto raccoglierne le consegne succedendogli, né ha ritenuto di rispondere alla chiamata di auguri fattagli dal predecessore al momento della nomina.

           Questa sconcertante circostanza  è stata rivelata dallo stesso Minniti, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, ad uno sbigottito Paolo Mieli, che ha rivolto a Salvini un pubblico invito a rimediare immediatamente ad un gesto così gratuito di villania politica.  Sarei curioso di conoscere il seguito.

            Temo che non sia solo di natura alimentare la bulimia del nuovo attivissimo ministro dell’Interno, vissuta forse con uguali intensità, imbarazzo e preoccupazione sia dai nuovi che dai vecchi e non ripudiati alleati. I nuovi sono naturalmente i grillini, dei vecchi basterà citare Silvio Berlusconi, omaggiato continuamente da Salvini di telefonate e visite che hanno fatto saltare la mosca al naso al vigilante Marco Travaglio con tanto di domande e di titoli sul Fatto Quotidiano.

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