“Questo matrimonio mi agita, ma è un miracolo”, ha detto Beppe Grillo fra il palco e il retropalco di un suo spettacolo a La Spezia. Il comico genovese non parlava delle nozze inglesi tra il principe Harry e Meghan, che ha incollato ai televisori molti più italiani di quanti egli non riuscirà mai a raccogliere in un teatro o in una piazza durante tutta la sua vita, ma delle nozze politiche italiane fra il suo Luigi Di Maio e il segretario leghista Matteo Salvini. Che hanno acceso la fantasia di Giannelli sul Corriere della Sera accoppiandole praticamente in una vignetta dove proprio Grillo è inconfondibilmente in primo piano, sul cavallo della carrozza che trasporta gli sposi.
Queste nozze, per quanto ancora da certificare con la nascita del governo legastellato nei saloni del Quirinale, dove la coppia è attesa, sia pure in separate udienze, da un presidente della Repubblica che non si sa se più sfibrato o ancora incuriosito, hanno agitato la mente e il cuore anche del vegliardo Eugenio Scalfari. Al quale è finalmente passata la voglia, espressa in più di una trasmissione televisiva, e anche in qualcuno dei suoi appuntamenti domenicali con i lettori di Repubblica, di paragonare il movimento grillino delle 5 stelle a una nuova sinistra, destinata a soppiantare l’esausto Pd, le cui origini Scalfari fa risalire alla buonanima di Enrico Berlinguer. Che penso non si sarebbe invece mai riconosciuto nel partito oggi sotto la reggenza di Maurizio Martina, per quanto l’ex segretario Matteo Renzi non si sia lasciato scappare occasione per partecipare alla venerazione del defunto segretario del Pci, preferendone la memoria a quella di Bettino Craxi nel Pantheon della sinistra riformista italiana.
Eppure la buonanima di Berlinguer fu così poco riformista da lasciare in eredità ai suoi compagni nel 1984 un referendum contro i pur modesti tagli alla scala mobile dei salari appena introdotti dal governo Craxi per fermare un’inflazione che divorava letteralmente i salari. Così poco riformista, ancora, il compianto Berlinguer da scambiare la “grande riforma” costituzionale proposta da Craxi nel 1979, quasi ancora fresco di arrivo alla guida del Psi, per la pericolosa avventura di un emulo del fascismo.
Al netto, comunque, di queste considerazioni storiche dalle quali Scalfari ed anche Matteo Renzi rifuggono quando parlano del Pd e, più in generale, del riformismo italiano, il fondatore di Repubblica ha restituito ai grillini, specie dopo il lungo negoziato di governo con i leghisti, lo spazio che spetta loro di un populismo antieuropeista. Egli ha scritto che il governo legastellato in arrivo, salvo colpi di scena al Quirinale, “con l’Europa non ha nulla da dire, e da fare, ed è anzi antieuropeo, con la sola eccezione di Silvio Berlusconi”. Che, in verità, ha praticamente mandato a quel paese l’alleato Salvini e non fa parte, né direttamente né per qualche interposta persona, sia del governo sia della maggioranza parlamentare che dovrebbe garantirgli la fiducia, e poi la sopravvivenza.
Convinto da tempo, e giustamente, che l’europeismo sia il vero e moderno discrimine fra la sinistra e la destra, Scalfari si è quindi rassegnato a coltivare la speranza che il Pd, dopo la riunione interlocutoria dell’assemblea nazionale appena svoltasi sotto la presidenza del “figurino” Matteo Orfini, esca dalla crisi in cui l’avrebbe fatto precipitare anche Renzi col “morbo della semidittatura”, cioè con quella voglia irrefrenabile di “comandare da solo”, e si affidi ad una guida collegiale -par di capire- che lo riconcili in qualche modo con un elettorato quasi dimezzatosi negli ultimi quattro anni.
Non sono mancati nella lunga omelia laica del fondatore di Repubblica, sotto forma di opinioni rigorosamente personali, e dettati dalla sua lunga esperienza di giornalista e quant’altro, consigli al capo dello Stato per la gestione di quel che rimane della lunga crisi formalmente apertasi con le dimissioni post-elettorali del governo del conte Paolo Gentiloni.
In particolare, oltre a preferire ironicamente il musicista Paolo Conte all’omonimo Giuseppe, il professore universitario di diritto privato che Di Maio vorrebbe proporre come presidente del Consiglio al capo dello Stato, Scalfari ha suggerito di destinare a Palazzo Chigi il leghista Roberto Maroni, già apprezzato ministro dell’Interno e del Lavoro nei governi Berlusconi, e sino a qualche mese fa governatore della vitalissima Lombardia. Ma è di solo qualche giorno fa un’intervista di Maroni in sintonia con la linea di Berlusconi, evidentemente sfuggita al radar di Scalfari, contro il governo legastellato, o gialloverde, negoziato da Salvini con Di Maio.
Ora a rappresentare la ricerca del presidente del Consiglio ancora in corso fra grillini e leghisti basta e avanza l’arguta vignetta di Altan su Repubblica, dove uno dei due attori parla dell’attesa del nome e cognome della persona da sistemare a Palazzo Chigi e l’altro gli chiede se sia davvero sicuro che occorra anche il cognome, e non solo il nome.
Le distanze tra un Salvini che le vignette del Foglio riprendono ormai in tenuta fascista e un Berlusconi sulla cui testa i capelli non si drizzano solo perché sono incollati sono inversamente proporzionali a quelle fra il Cavaliere e Matteo Renzi. Che hanno appena formulato giudizi e preoccupazioni analoghe, per esempio, sulla deriva giustizialista del contratto di governo già acclamato digitalmente dai grillini e passato al Consiglio federale della Lega senza neppure il ricorso ad una votazione, avendo tutti preferito rimettersi da quelle parti al popolo dei gazebo mobilitato in questo week end. Che per fortuna farà riposare un po’ gli speculatori di borsa, scatenatisi contro i titoli dell’ingente debito pubblico italiano da quando i gestanti del nuovo governo hanno fatto sapere e capire che intendono aumentarne ancora la consistenza per cercare di realizzare i loro generosi propositi, diciamo così, sociali: dal cosiddetto reddito di cittadinanza in su, o in giù, come preferite.
Ma la definizione più appropriata, e più in linea anche con quella “del cambiamento” attribuitole dai negoziatori nel titolo del contratto appartiene all’ex guardasigilli e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Che peraltro conosce bene i grillini, frequentandoli a tal punto da essersi guadagnato una consulenza, o qualcosa del genere, dalla sindaca a cinque stelle di Roma Virginia Raggi. Ma anche la sponsorizzazione, per alcune settimane, del fantasioso fondatore del Foglio Giuliano Ferrara come presidente di una compagine ministeriale comprensiva del movimento di Beppe Grillo: una sponsorizzazione che forse gli ha più nuociuto che giovato, vista l’opinione che Giulianone ha dei pentastellati, ben al di là dei “nuovi barbari” intravisti nella redazione del Financial Times.
Tutto questo scrivo per attenermi agli aspetti istituzionali del governo che sta nascendo, ripeto, ormai più per forza d’inerzia o stanchezza che per convinzione dei gestanti, senza entrare quindi negli aspetti politici, o programmatici, come si diceva una volta. A proposito dei quali voglio essere tanto ottimista da attribuire alla troppo giovane età dei negoziatori o gestanti, e quindi alla loro scarsa conoscenza della storia della nostra Repubblica, la stretta giustizialista che hanno concordato in tema, per esempio, di prescrizione proprio nel trentesimo anniversario della morte di Enzo Tortora: il popolare e arciliberale conduttore televisivo sbattuto in galera da innocente con l’accusa di camorra, sostenuta col solito apporto dei soliti pentiti, e destinato ad uscirne solo per i pochi anni che lo speravano dalla morte per un tumore seguito sicuramente alle sue sofferenze fisiche e psichiche. Ma che ne sanno di Tortora i baldanzosi protagonisti del “cambiamento” 2 punto 18? Niente.
In ogni caso -e arriviamo al monito, appunto, partito dal colle più alto di Roma- il presidente della Repubblica “si farà sentire più tardi”, una volta definiti anche i dettagli del programma o contratto, e magari anche prestatosi alla formazione del nuovo governo cercando di conciliare le proposte di Salvini e di Di Maio con le sue prerogative costituzionali nella nomina del presidente del Consiglio e dei ministri. Si farà sentire, “semmai quando si tenterà -ha scritto il quirinalista del Corriere della Sera- di convertire eventuali insensatezze in leggi”.
Le preoccupazioni di Mattarella per la piega che gli sviluppi già troppo contorti della crisi di governo italiana potrebbero prendere si ritrovano nelle solite cronache quirinalizie del Corriere della Sera. Dove si registra l’auspicio “del Colle” per un “cambio di toni” tra “loro”, a Bruxelles, e “noi”. E si condivide il termine “ingerenze” usato da leghisti e grillini, all’unisono, contro chi segue da Bruxelles e dintorni quanto sta accadendo in Italia.
Né l’ironia né il proposito, per niente ironico, annunciato dal presidente della Repubblica, col pretesto di commemorare Luigi Einaudi, di esercitare al meglio le prerogative costituzionali al ritorno del pallino della crisi nelle sue mani, a cominciare dalla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri, hanno tuttavia trattenuto Giuliano Ferrara dalla decisione di saltare sul suo elefantino rosso e di caricare sventolando il Foglio contro “il silenzio del Quirinale” di fronte alla “Costituzione violata”.
certo sospettabile di spirito critico verso il capo dello Stato, ha riconosciuto che nei 70 anni e più della Repubblica italiana i programmi o contratti di governo sono stati generalmente negoziati con i partiti della maggioranza dalla persona a questo scopo incaricata dal capo dello Stato di turno. Che, nel nostro caso, alla fine delle consultazioni aveva invece annunciato personalmente di apprestarsi, visto lo “stallo” perdurante della crisi, alla nomina di un governo di tregua, attrezzato anche per l’evenienza di elezioni anticipate. Alle quali il presidente del Consiglio e i ministri si sarebbero impegnati con lo stesso capo dello Stato a non candidarsi.
I due -ha ammonito Mattarella prendendo come esempio per la sua azione da capo dello Stato quello appunto di Einaudi, il primo presidente della Repubblica vero e proprio avuto dall’Italia- si tolgano dalla testa l’idea di incontrare sul colle più alto di Roma un “notaio”. Nei cui uffici si possa solo depositare e registrare il “contratto” di governo, come Salvini e Di Maio preferiscono chiamare il programma del nuovo esecutivo.
Per effetto di manovre interne ed esterne alla Dc, cui si prestarono in particolare gli alleati socialdemocratici prima annunciando la disponibilità alla fiducia e poi negandola, Piccioni rinunciò. Sorpreso e irritato, non volendosi prestare ad ulteriori manovre di partito, Einaudi senza riaprire le consultazioni convocò a Ferragosto nella sua residenza estiva di capo dello Stato, vicino Roma, il ministro democristiano del Tesoro Giuseppe Pella e gli conferì l’incarico di allestire in tutta fretta il nuovo governo, composto da colleghi di partito e da indipendenti. Cui la Dc concesse la fiducia molto malvolentieri, definendolo freddamente “governo amico”. E rendendogli la vita difficilissima, sino a provocarne le dimissioni il 5 gennaio 1954 col pretesto dei contrasti sulla sostituzione di un ministro.
E’ una musica, quest’ultima del Cavaliere, che inutilmente al Fatto Quotidiano, comunque già guardingo o critico verso l’intesa fra Salvini e Di Maio, hanno cercato di esorcizzare con un titolo provocatorio di prima pagina che grida: “Ora B. è “riabilitato” ma delinquente era e delinquente resta”.
Naturalmente la riabilitazione giudiziaria di Berlusconi ha entusiasmato e incoraggiato il suo partito nella resistenza alla nascita del governo, subìta nel timore di elezioni anticipate con il perdurante handicap -sino all’altro ieri- dell’incandidabilità del Cavaliere, una volta tanto favorito dalla connessione tra iniziative della magistratura e vicende politiche.
Il direttore del Giornale di famiglia di Berlusconi è tuttavia incorso in una clamorosa gaffe contestando praticamente al Tribunale di Sorveglianza di Milano i tempi della decisione, successivi alle elezioni del 4 marzo, quindi preclusivi del diritto del Cavaliere di parteciparvi. Ma l’istanza di riabilitazione è stata depositata solo il 12 marzo. E non poteva essere presentata prima per termini di legge, relativi alla esecuzione della pena, non per disposizione giudiziaria.
Anche se la Procura Generale di Milano dovesse impugnarne l’ordinanza, la riabilitazione e la ricandidabilità di Berlusconi rimarrebbero ugualmente esecutive, per cui la minaccia delle elezioni anticipate affacciatasi prepotentemente sullo scenario della crisi di governo per iniziativa dello stesso presidente della Repubblica, pronto nei giorni scorsi a formare un governo “neutrale” per gestirle, diventa un po’ meno penalizzante per il Cavaliere. Un po’ meno, ripeto, perché certamente continuerebbe a giocare contro di lui e il suo partito, sia pure in misura ridotta, il trend elettorale a favore della Lega all’interno della coalizione di centrodestra.