Mattarella aspetta al varco del Quirinale i dioscuri Matteo Salvini e Luigi Di Maio

            Altro che i “paletti” annunciati dai giornali riferendo dell’intervento del presidente della Repubblica sugli sviluppi della crisi di governo gestiti da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, o viceversa. Che sono impegnati a redigere a Milano “il contratto” fra i loro due partiti.

            Costretto a seguire la vicenda a distanza un po’ dal carattere di blitz della loro iniziativa, mentre lui si accingeva a formare un governo “neutrale” e tecnico per le elezioni anticipate, e un po’ dalle circostanze costituite dai suoi impegni istituzionali fuori Roma, compresa una celebrazione di Luigi Einaudi a Dogliani, Mattarella ha avvertito Salvini e Di Maio che li attende al varco del Quirinale. Dove dovranno riferirgli finalmente sui loro accordi e progetti.

           Il contratto.jpg I due -ha ammonito Mattarella prendendo come esempio per la sua azione da capo dello Stato quello appunto di Einaudi, il primo presidente della Repubblica vero e proprio avuto dall’Italia- si tolgano dalla testa l’idea di incontrare sul colle più alto di Roma un “notaio”. Nei cui uffici si possa solo depositare e registrare il “contratto” di governo, come Salvini e Di Maio preferiscono chiamare il programma del nuovo esecutivo.

            Su quel contratto e sui provvedimenti che conseguiranno il capo dello Stato è deciso a vigilare, sapendo che il governo penta-leghista, metà 5 stelle e metà Carroccio, dovrà guadagnarsi la sua firma -per nulla scontata, quindi- quando presenterà al Parlamento i suoi disegni di legge. E ancor più quando chiederà di decidere con lo strumento urgente del decreto legge. Ma anche le leggi approvate dalle Camere dovranno superare il vaglio del presidente della Repubblica per essere promulgate, essendo rinviabili al Parlamento per “una nuova deliberazione” consentita dall’articolo 74 della Costituzione, come fece Einaudi due volte durante il suo mandato, quando ritenne sforati i limiti del bilancio.

            Ma soprattutto, prima ancora di vigilare sui suoi atti, il presidente della Repubblica dovrà convintamente e autonomamente nominare il presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri per le prerogative assegnategli dall’articolo 92 della Costituzione. E, poiché sulla persona del presidente del Consiglio da indicare e proporre al capo dello Stato i due autori del “contratto” di governo non hanno ancora idee chiare, diciamo così, il capo dello Stato ha ricordato, riconoscendovisi in pieno, il clamoroso precedente einaudiano del 1953.

            Nell’estate di quell’anno, dopo la bocciatura parlamentare dell’ultimo governo di Alcide De Gasperi, si aprì nella Dc, partito di netta e grande maggioranza, il problema della successione al prestigioso leader trentino. Il cui principale collaboratore come vice presidente del Consiglio, Attilio Piccioni, peraltro segretario del partito nelle elezioni storiche del 18 aprile 1948, fu incaricato da Einaudi di formare il governo.

           Pella.jpg Per effetto di manovre interne ed esterne alla Dc, cui si prestarono in particolare gli alleati socialdemocratici prima annunciando la disponibilità alla fiducia e poi negandola, Piccioni rinunciò. Sorpreso e irritato, non volendosi prestare ad ulteriori manovre di partito, Einaudi senza riaprire le consultazioni convocò a Ferragosto nella sua residenza estiva di capo dello Stato, vicino Roma, il ministro democristiano del Tesoro Giuseppe Pella e gli conferì l’incarico di allestire in tutta fretta il nuovo governo, composto da colleghi di partito e da indipendenti. Cui la Dc concesse la fiducia molto malvolentieri, definendolo freddamente “governo amico”. E rendendogli la vita difficilissima, sino a provocarne le dimissioni il 5 gennaio 1954 col pretesto dei contrasti sulla sostituzione di un ministro.

            Neppure la caduta del governo Pella, diventato nel frattempo popolare per la gestione assai ferma della questione del ritorno di Trieste all’Italia, praticamente sottrattaci alla fine della seconda guerra mondiale, fu naturalmente gradita da Einaudi. Che, seguendo questa volta le indicazioni dello scudo crociato, nominò un governo interamente democristiano presieduto dall’emergente e ambiziosissimo Amintore Fanfani, bocciato però al suo esordio parlamentare e rimasto pertanto in carica meno di un mese. Esso fu sostituito il 10 febbraio del 1954 dal primo governo del democristiano Mario Scelba, ma dopo che Einaudi aveva inutilmente tentato di rimettere in pista Piccioni, per quanto già angustiato da un problema familiare destinato ad esplodere il 19 settembre successivo, quando egli fu costretto a dimettersi da ministro degli Esteri di Scelba per l’imminente arresto del figlio Piero, accusato di concorso nell’omicidio di Wilma Montesi: una giovane trovata morta sulla spiaggia di Torvajanca dopo un festino.

            Piero Piccioni fu poi assolto con formula piena, ma il padre nel frattempo, pur tornando poi al governo con importanti funzioni ministeriali, aveva perduto la corsa alla successione a De Gasperi.

            Per tornare ai nostri giorni, i problemi di Salvini e Di Maio, o viceversa, non si esauriscono tuttavia nei rapporti con Mattarella sulla scelta del presidente del Consiglio e dei ministri. Sono cadute come macigni sulla strada del nuovo governo anche la riabilitazione giudiziaria di Silvio Berlusconi, decisa dal Tribunale di Sorveglianza di Milano dopo la condanna di cinque anni fa per frode fiscale, la sua immediata ricandidabilità, che potrebbe riaprirgli le porte del Parlamento anche a breve, senza neppure le elezioni anticipate, bastando e avanzando quelle suppletive se per fargli posto dovesse dimettersi un deputato o un senatore del suo partito eletto in un collegio uninominale il 4 marzo scorso, e il monito già rivolto dal Cavaliere all’alleato Savini. Cui Berlusconi ha consigliato di “riflettere bene” sugli accordi in corso con Di Maio, da lui non condivisi, perché adesso “tutto è cambiato”.

          Il Fatto.jpg  E’ una musica, quest’ultima del Cavaliere, che inutilmente al Fatto Quotidiano, comunque già guardingo o critico verso l’intesa fra Salvini e Di Maio, hanno cercato di esorcizzare con un titolo provocatorio di prima pagina che grida: “Ora B. è “riabilitato” ma delinquente era e delinquente resta”.

           il lmanifesto .jpg Naturalmente la riabilitazione giudiziaria di Berlusconi ha entusiasmato e incoraggiato il suo partito nella resistenza alla nascita del governo, subìta nel timore di elezioni anticipate con il perdurante handicap -sino all’altro ieri- dell’incandidabilità del Cavaliere, una  volta tanto favorito dalla connessione tra iniziative della magistratura e vicende politiche.

        Sallusti.jpg    Il direttore del Giornale di famiglia di Berlusconi è tuttavia incorso in una clamorosa gaffe contestando praticamente al Tribunale di Sorveglianza di Milano i tempi della decisione, successivi alle elezioni del 4 marzo, quindi preclusivi del diritto del Cavaliere di parteciparvi. Ma l’istanza di riabilitazione è stata depositata solo il 12 marzo. E non poteva essere presentata prima per termini di legge, relativi alla esecuzione della pena, non per disposizione giudiziaria.

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