La pazienza di Mattarella messa alla prova da due maleducati di talento…

Giuliano Ferrara ha un po’ esagerato, per l’irruenza che lo distingue, a scrivere sul Foglio di “Costituzione violata” commentando gli sviluppi della lunga crisi di governo, e prendendosela anche col presidente della Repubblica, pur al netto del solito riguardo personale.

La crisi, di certo, ha avuto un corso assai particolare, spesso anomalo. Lo stesso Matteo Salvini, uscito dallo studio del capo dello Stato per riferire sulle trattative di governo condotte con Luigi Di Maio tra Roma e Milano, ha parlato di “irritualità”. Ed anche il capo del movimento delle 5 stelle aveva chiesto comprensione ai giornalisti, e forse anche allo stesso presidente della Repubblica, il giorno precedente vantandosi di stare scrivendo addirittura “la Storia”, con la maiuscola, e non solo quella, con la minuscola, di una crisi di governo.

Di Salvini e Di Maio si può dire – come disse una volta l’allora direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli di Matteo Renzi, che da Palazzo Chigi lo sommergeva di messaggini di protesta per il trattamento che gli riservava il più diffuso giornale italiano- che si siano mossi in questa crisi come “maleducati di talento”.

Più che la Costituzione, essi hanno violato il galateo istituzionale aprendo, anzi riprendendo i loro contatti per il nuovo governo senza esserne stati incaricati dal capo dello Stato. Che aveva concluso il suo secondo e infruttuoso giro di consultazioni al Quirinale lamentando lo “stallo” in cui la crisi permaneva a due mesi di distanza dalle elezioni del 4 marzo, e annunciando il proposito di nominare un governo “neutrale” per la gestione di elezioni anticipate anche in uno scenario estivo inedito nella storia della Repubblica: un governo -aveva precisato Sergio Mattarella- ai cui ministri sarebbe stato chiesto l’impegno di non presentarsi candidati al rinnovo delle Camere.

Di quel governo, dandone quindi ormai per scontata la formazione, Mattarella aveva detto anche che si sarebbe dimesso se i partiti avessero poi trovato un accordo politico, costitutivo di una maggioranza. Ma Salvini e Di Maio, pur essendosi incontrati ufficialmente per indicare nella seconda domenica di luglio la data da essi preferita per le elezioni anticipate, aprirono il tavolo delle trattative. Al cui annuncio il presidente della Repubblica, complici anche alcuni impegni istituzionali che lo stavano allontanando dal Quirinale, reagì con la cortesia del silenzio, cioè con una silenziosa- ripeto- presa d’atto, autorizzando i suoi uffici a tenere i contatti opportuni con i dioscuri della potenziale maggioranza incaricatisi da soli di tentare l’intesa.

Cos’altro, del resto, avrebbe potuto o dovuto fare Mattarella? Procedere lo stesso alla formazione del governo “neutrale”, e tecnico, per la gestione di elezioni anticipate che nel frattempo si erano allontanate dallo scenario politico con la pur “irrituale” iniziativa assunta dal segretario della Lega e dal suo quasi omologo del movimento di Beppe Grillo? Ma ciò lo avrebbe esposto inevitabilmente al sospetto, anzi all’accusa di volere a quel punto forzare lui la gestione della crisi. E cominciò così una fase di tolleranza scambiata dal mio amico Giuliano Ferrara per qualcos’altro.

Non per gusto dell’ossimoro, ma per il rispetto che si deve ai fatti, va detto che la tolleranza di Mattarella è stata alquanto nervosa. E di un nervosismo per niente nascosto. Lo dimostra il discorso da lui pronunciato a Dogliani celebrando il primo presidente vero e proprio della Repubblica: il liberale Luigi Einaudi. Al cui esempio Mattarella si è richiamato per ricordare ai dioscuri delle trattative di governo, nel frattempo trasferitisi a Milano, le sue prerogative costituzionali sulla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri, anche in difformità dalle indicazioni dei gruppi o dei partiti di maggioranza. Come accadde appunto a Einaudi nel 1953 spazientendosi delle lotte interne alla Dc per la successione al leader storico Alcide De Gasperi, di cui le Camere avevano appena bocciato l’ultimo governo, senza neppure consentirgli di muovere i primi passi. Fallito un primo tentativo di Attilio Piccioni, il capo dello Stato chiamò in tutta fretta  nella sua residenza estiva l’allora ministro del Tesoro Giuseppe Pella e gli fece fare un governo a Ferragosto che la Dc liquidò come “amico”. Esso durò poco, ma abbastanza per  gestire la pratica  internazionale del ritorno di Trieste all’Italia e guadagnarsi una popolarità che il suo partito non gli perdonò mai.

Di Einaudi il presidente Mattarella ha ricordato come esempio anche le pulci che soleva fare alle decisioni del governo e alle leggi, rinviandone due alle Camere per sforamento del bilancio. Ma soprattutto il presidente in carica ha rivendicato, con la citazione dell’articolo 87 della Costituzione, l’’”autorizzazione” che gli spetta per la presentazione di qualsiasi disegno di legge del governo al Parlamento, da non potersi quindi considerare più scontata, come sinora costituzionalisti e politici erano abituati a ritenere.

Non escludo, francamente, che siano stati proprio questi richiami di Mattarella, magari uniti al pieno recupero dell’agibilità politica di Silvio Berlusconi, con la riabilitazione decisa dal tribunale di sorveglianza di Milano, a rendere Salvini più prudente all’interno della coalizione di centrodestra, o più esigente, come gradite, nelle trattative di governo con Di Maio. A tal punto prudente, o esigente, da fare ricomparire nello scenario della crisi la prospettiva di elezioni anticipate, che a questo punto però sembrano scongiurate nella stagione estiva.

Il galateo istituzionale prima o dopo può prendersi le sue rivincite.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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