Sollievo a Palazzo per il (quasi) scampato pericolo di elezioni anticipate, e al caldo

            Più crescono le preoccupazioni in Europa, in particolare fra Berlino, Bruxelles e Parigi, per le trattative di governo in corso a Roma fra grillini e leghisti, più sale paradossalmente nei palazzi tipici della politica, quali sono quelli del Parlamento, il sollievo per come procede l’incarico che il segretario della Lega Matteo Salvini, rigorosamente in maniche di camicia, si è dato da solo dopo una sessantina di giorni di crisi, informando telefonicamente il presidente della Repubblica, che glielo aveva negato.

           E’ un incarico, in verità, non da presidente del Consiglio, perché ad una simile carica Salvini non ambisce più in questo momento, al pari del giovane con cui sta negoziando la formazione del nuovo governo, cioè il grillino Luigi Di Maio. E’ forse un pre-incarico, di quelli che il capo dello Stato concede quando non si fida troppo dell’interessato, e delle circostanze, e lo concede sapendo che può revocarlo in ogni momento. O un incarico esplorativo, di quelli che hanno già contrassegnato questa crisi, affidati da Mattarella ai presidenti prima del Senato e poi della Camera, perché nessuno dei due potesse ingelosirsi dell’altro.

            Il sollievo, anzi la felicità nei palazzi parlamentari è tutto da scampato pericolo -si spera tanto a destra quanto a sinistra, ma pure in quel che resta del centro- dopo il fantasma delle elezioni anticipate allungato sulla crisi dallo stesso presidente della Repubblica alla fine del terzo giro delle sue consultazioni. Elezioni addirittura d’estate, a gestire le quali era stato destinato uno smilzo governo più o meno “neutrale” e “tecnico” che il capo dello Stato ha congelato quando Salvini si è presa la palla e, scambiandosela con Di Maio, ha cominciato a giocare la partita della crisi consegnando una bandierina da guardalinee all’alleato elettorale Silvio Berlusconi. Che se l’è presa: si vedrà se più per disinvoltura, per paura o per astuzia, sperando magari che la partita resti al livello di un allenamento.

            L’arbitro, suo malgrado, resta naturalmente il capo dello Stato, tanto generoso e paziente, dopo l’impaziente minaccia delle elezioni anticipate, da avere concesso anche i tempi supplementari di fine settimana chiesti per telefono da Salvini. Che è stato tuttavia ammonito -questo va riconosciuto- a non esagerare sulla strada del cosiddetto “sovranismo”, considerato da Mattarella “suggestivo ma inattuabile”, e “ingannevole”. Si tolgano quindi dalla testa, lo stesso Salvini e Di Maio, e il presidente del Consiglio che dovessero entrambi proporre al Quirinale, di giocare a pallone anche con i vincoli europei di cui Mattarella si sente garante. E conta di dimostrarlo se e quando nominerà, toccandone ancora a lui il compito, il capo del governo e i ministri.

         Breda.jpg   C’è tuttavia qualcosa in più che il capo dello Stato ha voluto far sapere affidando il messaggio al solito Marzio Breda, il quirinalista principe del Corriere della Sera. Il quale ha scritto, testualmente, con parole che confesso di non saper decifrare o interpretare, nonostante la pratica fattami in questa materia in una sessantina d’anni di mestiere giornalistico: “A varo avvenuto”, naturalmente del governo grilloleghista o gialloverde, come preferiscono i cultori dei colori dei partiti, il presidente della Repubblica “si preoccuperà di “dare forma” alla lotta politica nei limiti di quanto la cornice istituzionale può permetterglielo”.

 

 

 

 

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Salvini si è preso da solo l’incarico negatogli al Quirinale e tratta con Di Maio

             Se tutto finirà davvero con la formazione di un governo bicolore grilloleghista, e la più o meno rassegnata astensione parlamentare dei forzisti di Silvio Berlusconi; se risulterà vera e soprattutto riuscita, e non falsa com’era apparsa in un primo momento, ”la trattativa” riaperta all’improvviso da Matteo Salvini con Luigi Di Maio, e lo stesso Berlusconi, trattativa al singolare, come l’ha sparata il manifesto nel titolo di copertina di prima pagina alludendo a quella fra lo Stato e la mafia di un quarto di secolo fa, appena il manifesto.jpgaccreditata da una sentenza di primo grado in Corte d’Assise a Palermo; se tutto questo accadrà risparmiando agli italiani le elezioni anticipate d’estate, qualcuno dovrà appendere a un soffitto del Quirinale, come nella Torre Ghirlandina di Modena, un bel secchio. Magari dipinto di giallo e di verde, che sono i colori dei grillini e dei leghisti.

            Gli sviluppi davvero imprevisti della lunga crisi di governo- imprevisti dallo stesso presidente della Repubblica e dai membri del governo “neutrale” ch’egli aveva preannunciato, o minacciato, prevedibilmente già contattando gli interessati- sembrano ispirati al poema eroicomico della Secchia rapita di Alessandro Tassoni, pubblicato in edizione definitiva a Venezia nel lontanissimo 1630.

            Assomiglia appunto alla secchia di Tassoni, cui i modenesi si assetarono inseguendo i bolognesi e facendone un trofeo di guerra, l’incarico che Salvini aveva reclamato inutilmente durante le consultazioni al Quirinale per conto del centrodestra. Negatogli dal capo dello Stato per paura che il segretario leghista gli facesse brutti scherzi improvvisando un governo con cui farsi battere dalle Camere e gestire lui, o altri al suo posto, le elezioni anticipate, Salvini quell’incarico se l’è preso o attribuito da solo aprendo una “trattativa” col proprio alleato Berlusconi e con Di Maio per la formazione di un governo per niente elettorale, guidato da persona ancora da designare al capo dello Stato.

            Sergio Mattarella, dal canto suo, pago forse del diritto riconosciutogli di nominare lui il presidente del Consiglio, e magari anche di scegliere personalmente almeno alcuni dei ministri, forse i più importanti, ha fatto buon viso a cattivo gioco, come si dice. Ed ha accordato a Salvini il tempo necessario per cercare di chiudere l’operazione. In ciò il presidente della Repubblica è stato favorito da un impegno istituzionale a Firenze, che lo ha allontanato per un giorno dal Quirinale.

           Giannelli.jpg Le ore più difficili e tese di questa vigilia di soluzione della crisi sono sicuramente quelle di Berlusconi, efficacemente rappresentate dalla vignetta di Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera. Dove un’impietosa clessidra trasferisce la forza e le stesse sembianze del Cavaliere in quelle di Salvini: l’imgombrante alleato elettorale che non lo ha sorpassato solo nelle urne del 4 marzo scorso.

            Ma altrettanto difficili, a parziale consolazione del Cavaliere, e di chi ancora lo incita alla resistenza, cioè all’opposizione, come ha fatto Vittorio Feltri in un’accorata lettera aperta su Libero, sono le ore che si vivono nel giornale piò simbiotico, diciamo così, con i grillini: il Fatto Quotidiano. Dove hanno inutilmente caldeggiato l’accordo di governo fra i pentastellati e il Pd e denunciano adesso, con tanto di nero in prima pagina, “i giochi Il Fatto.jpgpericolosi” fra Salvini e Di Maio. Giochi aggravati dal contributo tanto misterioso quanto inquietante che, secondo Marco Travaglio, potrebbe venire dal solito “delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto” di nome Silvio e cognome Berlusconi. Che Di Maio ha cercato intanto con qualche pubblica dichiarazione nelle ultime ore di togliere dalla testa della graduatoria dei mali italiani in cui l’aveva messo nelle settimane scorse.

            “Una pagliacciata mai vista neppure in Italia”, ha commentato e sentenziato il direttore del Fatto Quotidiano. Anzi, una cosa “oscena, nel senso di fuori scena”: almeno quella assegnata da Travaglio al movimento grillino e evidentemente tradita dai dirigenti.

            Per i signori di una certa età si può avvertire la sensazione di tornare giovani, quando Mao diceva che “grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”.

 

 

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Ma quanti governi sono nati d’estate nelle legislature repubblicane….

Si, lo so. Con i tempi che corrono, mentre in questa primavera inoltrata e alquanto capricciosa, in tutti i sensi, i presunti vincitori delle elezioni del 4 marzo scorso  continuano a trattare più o meno dietro le quinte ma sono anche tentati dalle elezioni anticipate a luglio, può sembrare patetico il rimpianto delle vecchie estati quasi felici di un vecchio cronista politico. Patetico e un po’ anche da scansafatiche. Eppure  le estati politiche che ho vissute e raccontate non sono state per niente da pelandrone.

Mi sono fatto i conti e ho scoperto che ben 22  dei 61 governi succedutisi nelle 18 legislature della Repubblica, cioè nei 70 anni trascorsi dalle storiche elezioni del 18 aprile 1948, sono nati d’estate, tutti a chiusura di lunghe e faticose crisi.

Nacque il 26 luglio 1951 il settimo e penultimo governo di Alcide De Gasperi. L’ultimo invece nacque e morì fra il 16 e il 28 luglio del 1953, sostituito il 17 agosto da un governo del democristiano Giuseppe Pella improvvisato da uno spazientissimo presidente della Repubblica di nome Luigi Einaudi, fra lo stupore e le proteste della Dc. Che poi l’avrebbe fatta pagare cara a entrambi: all’”amico” Pella notabilizzandolo e a Einaudi negandogli la rielezione al Quirinale due anni dopo.

Il governo centrista di Antonio Segni nacque il 6 luglio del 1955, il secondo governo di Amintore Fanfani il 1° luglio 1958, dopo il tonfo del primo, sfiduciato all’esordio  parlamentare nel 1954.

Anche il terzo governo Fanfani, quello delle “convergenze parallele” immaginate dall’allora segretario della Dc Aldo Moro per preparare la svolta del centrosinistra, nacque in estate, il 26 luglio 1960, dopo i tumulti provocati dal governo di Fernando Tambroni. Così anche il primo governo dichiaratamente “balneare” di Giovanni Leone il 21 luglio 1963, e il secondo il 24 giugno 1968, entrambi per attendere il si dei socialisti, rispettivamente  all’ingresso e al ritorno al governo con i democristiani.

Il secondo governo di centro sinistra di Moro nacque il 22 luglio 1964, a chiusura di una crisi in cui il vice presidente socialista del Consiglio Pietro Nenni annotò nei diari “rumori di sciabole”: quelle del generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, convocato al Quirinale dal presidente della Repubblica Segni per rassicurarlo della tenuta dell’ordine pubblico nel caso di un’interruzione del centrosinistra. Di quella convocazione, rinfacciatagli in un alterco da Giuseppe Saragat, destinato peraltro a succedergli, Segni sarebbe quasi morto a crisi conclusa, colto da un ictus invalidante.

D’estate, il 5 agosto, 1969, nacque anche il secondo governo di centro sinistra di Mariano Rumor dopo la tempestosa fine dell’unificazione socialista del 1966, e mentre nasceva la cosiddetta strategia della tensione. Che esplose il 12 dicembre 1969 con la bomba nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

D’estate, il 6 agosto 1970, nacque il governo di centrosinistra di Emilio Colombo, destinato a cadere nel 1972, dopo l’elezione di Leone al Quirinale con una maggioranza di centrodestra. Che sarebbe diventata maggioranza anche di governo nell’estate di quello stesso anno.

Nell’estate successiva, quella del 1973, dopo un accordo fra le correnti democristiane raggiunto nello studio del presidente del Senato Fanfani, a Palazzo Giustiniani, alle spalle di un congresso di partito non ancora aperto, si tornò al centro sinistra con Rumor a Palazzo Chigi e lo stesso Fanfani alla segreteria della Dc. Che era però destinata ad essere travolta, insieme col centrosinistra, dalla sconfitta referendaria sul divorzio nel 1974 e dai successivi “equilibri più avanzati” reclamati dai socialisti di Francesco De Martino. E tradottisi, nell’estate del 1976, nella stagione della “solidarietà nazionale” concordata fra la Dc di Moro e il Pci di Enrico Berlinguer.

Fu sempre d’estate, tre anni dopo, che fu concepita la stagione del “pentapartito”, esteso dai liberali ai socialisti, sia pure a fasi alterne, col primo governo di Francesco Cossiga. E dopo lo spavento procurato alla Dc dal presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini conferendo l’incarico di presidente del Consiglio al segretario del Psi Bettno Craxi. Che sarebbe comunque arrivato a Palazzo Chigi, alla guida di un pentapartito completo, nell’estate del 1983: il 4 agosto.

Sempre d’estate, tre anni dopo, sarebbero cominciate le spallate del segretario della Dc Ciriaco De Mita alla presidenza socialista del Consiglio reclamando la famosa “staffetta”, deviata alla fine verso le elezioni anticipate del 1987.

D’estate, il 22 luglio 1989, nacque il sesto e penultimo governo di Giulio Andreotti, destinato ad essere il penultimo anche della cosiddetta prima Repubblica, travolta nell’estate del 1992 dalla ghigliottina giudiziaria di “Mani pulite” e dalle stragi di mafia.

L’ultimo governo vero e proprio della prima Repubblica fu quello del socialista Giuliano Amato, nato il 28 giugno 1992 e sostituito nella primavera del 1993 dal governo di transizione alla seconda Repubblica affidato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro  all’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi.

Poi le estati divennero sostanzialmente piatte sul piano politico, salvo quella del 2011, quando una crisi economica e finanziaria spianò la strada in autunno al governo tecnico di Mario Monti.

Ora, con un’estate alle porte sotto minaccia o rischio addirittura di elezioni anticipate, sia pure tra alti e bassi che hanno spiazzato lo stesso presidente della Repubblica, può risultare comprensibile -credo- il rimpianto delle vecchie e pur faticose estati politiche di un vecchio cronista. Che ricorda tra i momenti più duri d’estate quelli del 1968, quando si travestì da bagnante a Terracina per fare la posta a Moro, con la complicità del caposcorta Oreste Leonardi, per carpirne le riflessioni dopo l’allontanamento da Palazzo Chigi, e sulla strada dell’opposizione all’interno della pur sua Dc: un Moro tanto immerso nelle riflessioni e delusioni, quasi di esiliato, da conservare l’abito da passeggio sotto l’ombrellone. A 40 anni dalla morte lo ricordo ancora in modo struggente.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Davanti alla crisi finisce la pazienza anche dei mercati, dopo quella di Mattarella

            Dopo la pazienza del presidente della Repubblica, e forse anche per effetto del suo esaurimento, davanti alla crisi di governo sembra finita anche la pazienza dei mercati, come si dice un po’ troppo genericamente o ipocritamente, per non chiamare per nome quelli che ne abusano, cioè gli speculatori.

            E’ tornato sulla scena, per nulla trattenuto dall’annuncio di un governo “neutrale” in arrivo per la gestione delle elezioni anticipate, estive, autunnali o primaverili che potranno rivelarsi, il fantasma di mister Spread, che è il differenziale fra i titoli di Stato italiani e tedeschi. Fantasma, poi, fino ad un certo punto perché  salendo esso produce effetti per niente immaginari, cioè il deprezzamento dei titoli del già troppo ingente debito pubblico italiano, per cui costerà di più rinnovarli alla loro scadenza, come sarà necessario fare per le condizioni della nostra economia, e della nostra società intesa in senso lato,  non solo politico.

            Alla ricomparsa di questo maledetto mister Spread i partiti, a cominciare da quelli prevalsi nelle elezioni del 4 marzo, cioè i grillini a sinistra e i leghisti a destra, con tutte le approssimazioni che meritano questi vecchi punti di riferimento, hanno fatto spallucce. Anzi, di peggio. Hanno reclamato ancora di più elezioni ravvicinate, che è come dare lo zucchero a un malato di diabete, fingendo peraltro di essere ancora disposti a trattare per una soluzione “politica” della crisi, non tecnica o “neutrale” come nelle riflessioni e decisioni del capo dello Stato.

            La finzione di questa disponibilità di grillini e leghisti a trattare, rovesciando su Mattarella la responsabilità dello stallo della crisi, sta nella lingua un po’ troppo biforcuta della Lega. Il cui segretario Matteo Salvini, nuovo leader peraltro del centrodestra, ha appena confermato al Messaggero di non volere rompere con l’alleato Silvio Berlusconi, invitato invece pubblicamente dal plenipotenziario dello stesso Salvini, il capogruppo alla Camera Giancarlo Giorgetti, a fare il cosiddetto passo indietro reclamato dai grillini, lasciandosi chiudere in uno sgabuzzino più o meno arieggiato.

           Schermata 2018-05-09 alle 07.08.41.jpg Questa finzione, a dir poco, ha aumentato naturalmente l’impazienza del capo dello Stato, apparso “irritato” al quirinalista più accreditato, che è Marzio Breda, del Corriere della Sera. Il quale ne ha riferito anche il duro giudizio espresso sull’annuncio della sfiducia annunciato da grillini e leghisti, e di malavoglia anche dai forzisti di Berlusconi, al governo “neutrale” in cantiere al Quirinale: un annuncio “brutale e poco rispettoso” delle prerogative del capo dello Stato. E -aggiungerei-  dell’unità nazionale che il presidente della Repubblica rappresenta per esplicito dettato dell’articolo 87 della Costituzione, anche quando egli assume decisioni o formula valutazioni non condivise da tutti.

            Ciò è accaduto, per esempio, quando Sergio Mattarella ha negato alla coalizione di centrodestra il passaggio di un tentativo di soluzione della crisi, giocando sulla distinzione -come ha scritto sempre Breda sul Corriere– fra “l’incarico” che gli avrebbe chiesto Salvini nelle consultazioni e il “pre-incarico” che lui al massimo avrebbe potuto o voluto concedergli. E comunque non gli ha dato, senza neppure dargli il tempo di rifiutarlo, almeno stando alle cronache.

           Se poi i verbali delle consultazioni al Quirinale contenessero altro, il discorso naturalmente cambierebbe. Ma non cambierebbe comunque lo sviluppo al quale ormai  Mattarella ha destinato la crisi con la formazione di un governo scelto da lui stesso in piena autonomia, dal presidente del Consiglio ai ministri, e a qualsiasi costo.

           

Lo spettacolo inedito, e in diretta televisiva, di un aborto di legislatura

            Quei militari schierati nella Loggia delle Vetrate, al Quirinale, sullo sfondo del capo dello Stato impegnato ad esporre le sue riflessioni sugli sbocchi della lunga crisi di governo gestita per più di sessanta giorni, erano francamente di troppo. Essi avrebbero dovuto dismettere le divise per indossare camici da medici o infermieri. Lo spettacolo in corso, inedito nella lunga storia della Repubblica, era quello dell’aborto, in diretta  televisiva, della legislatura concepita dagli elettori nelle urne del 4 marzo.

            La diciottesima legislatura ha avuto la forza di produrre solo i suoi vertici parlamentari, in una logica spartitoria improvvisata dai presunti “vincitori” delle elezioni, i grillini a sinistra e i leghisti a destra, ma nulla di più. Non certo un governo in quel perimetro politico, o in un altro ugualmente politico, con i leghisti sostituiti dal Pd. Pertanto il capo dello Stato, passando dal massimo della pazienza al massimo dell’impazienza, ha deciso di fare di testa sua, usando le prerogative costituzionali al massimo dell’espansione di quella fisarmonica alla quale i tecnici sono soliti paragonare il polmone politico del presidente della Repubblica.

            Piuttosto che imboccare la strada delle elezioni anticipate col governo dimissionario di Paolo Gentiloni, forse perché lo stesso Gentiloni potrebbe diventare nel suo partito il candidato ufficiale alla presidenza del Consiglio nella campagna elettorale, Mattarella ha deciso di costituire un governo del tutto nuovo e inedito, come lo spettacolo dell’aborto della legislatura in diretta televisiva. E’ il governo che lui ha voluto definire “neutrale”, pensando di potere garantire questa neutralità con una particolarissima regola di ingaggio, diciamo così, del presidente del Consiglio e dei ministri: ai quali, scegliendoli personalmente uno ad uno, chiederà l’impegno a non candidarsi in alcun modo alle elezioni. Come invece fece con i suoi tecnici, veri o presunti, Mario Monti nel 2013 sorprendendo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che pure l’aveva nominato preventivamente senatore a vita proprio per metterlo al riparo da una tentazione del genere. E non solo per garantirgli un minimo di immunità parlamentare in uno scenario giudiziario come quello italiano, in cui il primo pretorino d’assalto può abbattere come un birillo anche un capo di governo.

            Un governo “neutrale” è un po’ un ossimoro, perché esso è necessariamente parte, non tutto, in un sistema parlamentare quale ancora è il nostro. Deciso  dal capo dello Stato al termine, o nel mezzo, di una lunga crisi sfuggita anche alle esplorazioni dei presidenti delle Camere, un governo del genere potrebbe essere chiamato “di cortesia” nei riguardi dello stesso presidente della Repubblica. Una cortesia chiesta naturalmente dal capo dello Stato mandando il Gabinetto ministeriale in Parlamento per il passaggio obbligatorio della fiducia. Mancando la quale, però, il governo diventa automaticamente di “scortesia” al presidente della Repubblica, come già si delinea, prima ancora di essere formato, vista la maggioranza dei no annunciata da leghisti e grillini.

            D’altronde, e curiosamente, lo stesso Mattarella nel momento di annunciare il “suo” governo ne conosceva la sorte. Presentato come una forma provvisoria, immaginata a sua volta con scadenza a fine anno per votare nella primavera del 2019, ma liquidabile al primo comparire di una maggioranza politica finalmente raggiunta fra i partiti rappresentati in Parlamento, il governo “neutrale” dovrebbe automaticamente dimettersi se ottenesse la fiducia, che è di per sé una fiducia politica, per quanti altri aggettivi gli specialisti di turno possano coniare.

            Ora che sembra prevalso quello che l’indimenticabile Giovanni Sartori definiva sarcasticamente “il rivotismo”, la presunzione cioè di risolvere i problemi  della cosiddetta governabilità, anche di sistema, rimandando gli italiani alle urne prima delle scadenze ordinarie, e per giunta adottando ogni volta una legge elettorale diversa, la cosa che sembra interessare di più è la data del voto. A luglio, in piena estate, come reclamano insieme leghisti e grillini? In autunno, come raccomanda Berlusconi? Nella primavera dell’anno prossimo, come preferirebbe Mattarella? Speriamo che nella foga delle polemiche, e degli interessi di parte, nessuno dimentichi che la scelta della data delle elezioni spetta per legge al Consiglio dei Ministri, cioè al governo “neutrale” che Mattarella si è proposto di formare. E alla cui deliberazione quindi lui per primo sarebbe obbligato con la controfirma del relativo decreto, a meno di un clamoroso dissenso.

 

 

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Ma perché a Mattarella non piace più una tregua affidata a Gentiloni ? Misteri del Colle

            Chi ha visto il presidente del Consiglio dimissionario ma pur sempre disponibile Paolo Gentiloni nel salotto televisivo di Fabio Fazio, al posto rumorosamente lasciato la domenica prima da Matteo Renzi abbassando la saracinesca ad un’intesa di governo col Pd, si sarà chiesto perché mai il capo dello Stato sia tentato da un governo di tregua, a tempo e quant’altro diverso da quello di cui già dispone così comodamente. E che è quello appunto uscente, al quale i grillini, ormai rassegnati alla rinuncia a Palazzo Chigi dopo due mesi e più di tentativi falliti di conquistarlo, avevano appena annunciato con una intervista televisiva di Luigi Di Maio di essere disposti a concedere una proroga per gli adempimenti economici più urgenti, in attesa di votare in autunno.

            Perché, appunto, il capo dello Stato sembra essersi incaponito, come ha lasciato capire l’insospettabile quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, per allestire un altro governo di tregua, di qualche mese forse più lunga, riempiendo i suoi cassetti di curricula per “una serie di nomi adatti, uomini e donne, ai Ministeri chiave”, come ha scritto lo stesso Breda? Perché mai “la scettica attesa” sul Colle, sempre per restare alle parole del quirinalista del Corriere, si è estesa anche a carico del governo Gentiloni, abituato a maneggiare i dossier che altri dovrebbero cominciare a studiare pensando alle scadenze più vicine e urgenti, a livello interno e internazionale? E non solo a carico di quel governo concordato fra grillini e leghisti che l’ormai ex aspirante pentastellato a Palazzo Chigi ha offerto al Carroccio purché si decida a rompere con Silvio Berlusconi. Che naturalmente non ha nessuna voglia di farsi scaricare dall’alleato leghista, per quante vaschette di gelato sembra abbia preso l’abitudine di portargli negli appuntamenti ad Arcore o a Palazzo Grazioli il segretario della Lega, conoscendone la golosità.

            A questo punto, salvo collassi finali del Cavaliere o una riedizione fuori stagione delle idi di marzo, con Salvini deciso come Bruto a pugnalare il suo Cesare, l’ostinazione di Mattarella, o degli “intimi”, come altre volta sono stati definiti i suoi consiglieri sulle colle più alto di Roma, per un governo del Presidente tutto suo, dall’a alla zeta, da prendere o lasciare da parte delle Camere, anche a costo di votare con gli italiani ancora in ferie, avrebbe bisogno di una spiegazione trasparente. Ma soprattutto convincente:  più del silenzio opposto, almeno sinora, alle ricorrenti e inquietanti voci che hanno attribuito al capo dello Stato una preferenza per l’intesa di governo fra grillini e Pd intravista come esploratore a suo tempo, ormai, dal presidente della Camera Roberto Fico.

Col fiato sospeso, fra il Quirinale e Arcore, all’ultima curva della crisi

            Sono almeno in due a vivere con una certa ansia la vigilia dell’ultimo giro di consultazioni organizzato al Quirinale dal presidente della Repubblica per cercare di togliere dallo “stallo” la crisi di governo.

             Uno è lo stesso presidente Sergio Mattarella, che si è ormai fatta l’idea della personalità da chiamare per affidargli la guida di un governo di tregua, di decantazione e quant’altro, col decreto di scioglimento delle Camere in tasca, come si dice in gergo tecnico. Con ciò lasciando alle stesse Camere il diritto di scegliere la data del loro decesso: se già in estate, negando la fiducia, perché gli italiani rivotino in autunno, o alla fine dell’anno, dopo l’approvazione della nuova legge di bilancio, perché gli italiani possano votare nella primavera del 2019, magari anche con una nuova legge elettorale: l’ennesima dal 1993, quando si uscì dal sistema proporzionale della cosiddetta prima Repubblica.

            Il presidente della Repubblica è stato informato per le vie brevi dai suoi consiglieri che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno ripreso i contatti per tentare un’intesa anch’essi su una tregua, ma concordata soprattutto fra di loro, non imposta dal Quirinale, sempre a sbocco elettorale più o meno ravvicinato.

            Comprensibile è l’ansia di Mattarella. Che, avendo visto le macerie, o quasi, prodotte da quei due più o meno insieme nei 60 giorni e più trascorsi dalle elezioni del 4 marzo, tra aperture finte e vere, negoziati a mezzo stampa o consiglieri, minacce e insulti, diffida molto della loro capacità di concepire una proposta realistica e praticabile, attorno a un nome “terzo” da essi stessi concordato per Palazzo Chigi.

            Altrettanto comprensibile è l’ansia di Silvio Berlusconi, che si sarà riconosciuto nella impietosa vignetta sulla prima pagina del Secolo XIX, in cui lui è pronto per la cottura nel “forno” riaperto da Salvini: l’alleato di cui il Cavaliere ha visto crescere ulteriormente la forza nelle elezioni regionali successive al 4 marzo, e che sente e vede aggirarsi per casa sempre più minacciosamente. Rompe o non rompe?, si chiederà l’ex presidente del Consiglio a proposito del segretario leghista dopo avergli dato l’appuntamento preparatorio dell’incontro che le delegazioni del centrodestra avranno unitariamente domani con Mattarella, all’uscita della delegazione grillina sulla loggia delle Vetrate? Mah, vai a capirlo o prevederlo?

            Ma l’ansia del Cavaliere riguarda da almeno 24 ore anche gli umori e i retropensieri del capo dello Stato, nei cui riguardi è cessata non a caso l’attesa fiduciosa del Giornale  di famiglia dello stesso Cavaliere. Il cui direttore, Alessandro Sallusti, ha appena scritto: “O Mattarella si arrende all’idea di affidare al centrodestra il tentativo di formare una maggioranza, oppure saranno affari suoi uscire dallo stallo”. E, rivolto a Salvini scomodando addirittura la seconda guerra mondiale, ha aggiunto: “O si marcia uniti, come fecero gli alleati lasciando da parte invidie e gelosie, oppure si perderà tutti (meno Mattarella e Di Maio, sai che soddisfazione)”.

Il timore, anzi l’incubo di una convergenza fra Mattarella e Di Maio si deve essere affacciato ad Arcore e dintorni già nei pur pochi giorni in cui è rimasta sul tappeto l’ipotesi di una trattativa di governo fra grillini e Pd, sostenuta dagli antirenziani con la necessità presunta, e non smentita al Quirinale, di assecondare l’attesa o la fiducia del presidente della Repubblica. Per cui quel guastafeste di Renzi è stato accusato di essersi messo di traverso anche al capo dello Stato.

           Breda su Mattarella.jpgPoi deve essere stato avvertito anche ad Arcore come un macigno una specie di messaggio, diciamo così, arrivato dagli “intimi” del presidente della Repubblica, come li ha chiamati il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda riferendone così le riflessioni sulle pesanti perdite subite domenica scorsa dai grillini in Friuli-Venezia Giulia rispetto al risultato del 4 marzo, e a tutto vantaggio del centrodestra, dei leghisti in particolare: “Che cosa significa il forte calo dei 5 stelle? Che in questa fase chiunque si spende per governare, come appunto i 5 stelle, è penalizzato dal corpo elettorale?”, e via discorrendo ancora per lamentare la cattiva sorte riservata alla presunta moderazione governativa di Di Maio e amici.             

            Bisogna riconoscere che una simile lettura dei risultati elettorali in Friuli-Venezia Giulia tradisce un po’ troppa fiducia nei grillini da parte degli “intimi” -ripeto- del Quirinale, cioè del presidente della Repubblica, si spera a completa insaputa dello stesso presidente.  Al quale tuttavia Eugenio Scalfari ha appena proposto di pensare, per la guida del governo di tregua, al presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky: l’unico, secondo lui, in grado di guadagnarsi il rispetto e la fiducia, o l’astensione, dei grillini.

Che ne direste di Roberto Maroni per il governo di tregua in arrivo ?

            Il governo di tregua, di attesa, di decantazione o comunque si finirà per chiamare quello che è maturato nelle riflessioni del presidente della Repubblica, dopo più di due mesi dalle elezioni che avevano terremotato il 4 marzo il panorama politico e montato troppo la testa soprattutto ai grillini, convinti di avere ormai conquistato Palazzo Chigi come la Bastiglia per il loro Luigi Di Maio, è ormai appeso solo agli ultimi umori di Matteo Salvini.

            Il segretario leghista, nuovo leader del centrodestra rassegnatamente riconosciuto, tra un’insofferenza e l’altra, da un Silvio Berlusconi in edizione concava, specie dopo l’exploit friulano del Carroccio a fine aprile, finge di cercare ancora un’intesa col movimento delle 5 stelle, questa volta anche per un governo di decantazione. Ma, appunto, finge, non di più, forse per togliersi il gusto di vedere friggere Di Maio nel poco, pochissimo olio rimastogli nel tegame.

            In realtà, Salvini cerca di trattare sino all’ultimo momento, cioè sino al giro delle consultazioni al Quirinale fissato per lunedì, la fisionomia precisa del governo d’attesa al quale sa che non potrà rifiutare l’appoggio senza rompere questa volta davvero con Berlusconi. Che, per quanto indebolito, gli è pur sempre utile per portare avanti e consolidare del tutto la trazione leghista del centrodestra, e i sommovimenti che potrebbero derivarne altrove.

            L’idea di un governo d’attesa, o simile, affidato ad una personalità estranea alla politica, esperta più di economia che di partiti, di caratura sostanzialmente tecnica, è troppo lontana dall’immagine che Salvini ha voluto dare al “suo” centrodestra. Egli preferirebbe una soluzione più politica, appunto: non un economista, non un professore, anche se non un parlamentare, un “non eletto”, ha detto testualmente ai suoi amici di partito, e poi anche fuori dal partito.

            E chi potrebbe essere questo “non eletto” da consigliare, sussurrare, proporre all’ormai impaziente presidente della Repubblica, che era disposto a tirarla per le lunghe con la crisi ma non così tanto da fare uscire il Paese, che pur lui è chiamato a rappresentare dalla Costituzione, fuori da ogni scenario? Vi dice nulla il nome o la figura ormai inconfondibile di Roberto Maroni, Bobo per gli amici ?

             Da qualche settimana egli è una specie di disoccupato di lusso della politica, avendo voluto rinunciare spontaneamente a ricandidarsi alla guida della regione Lombardia e meno spontaneamente, in verità, a candidarsi per un ritorno in Parlamento, come ai tempi in cui gli riuscì di fare con Berlusconi il ministro dell’Interno e poi del Lavoro, e di nuovo dell’Interno, lasciandovi un buon ricordo di ordine ed efficienza. Lui, poi, che con l’ordine aveva avuto in gioventù qualche problema, trascorrendo le notti in auto col suo amico Umberto Bossi per andare ad imbrattare i ponti stradali e autostradali di vernice nera con cui scrivere slogan nordisti o antimeridionalisti, tipo “Forza Etna”.

             Fu proprio per un secchio di vernice rovesciato da Bossi nell’auto di Maroni, sfuggendo entrambi all’inseguimento di alcune guardie, che si rafforzò fra i due un sodalizio resistito poi a tutto: anche al tentativo opposto alla fine del 1994 da Maroni alla clamorosa decisione presa da Bossi con l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro di rovesciare il primo governo del Cavaliere. Dove già Maroni aveva compiuto l’imprudenza, agli occhi di Bossi, di condividere un decreto legge contro le manette facili degli anni di “Mani pulite”: un decreto già firmato dal capo dello Stato ma letteralmente abbattuto dalla rivolta pubblica del capo della Procura di Milano e dei suoi sostituti.

             Maroni non può proprio considerarsi un convinto sostenitore della linea politica impressa alla Lega e al centrodestra da Salvini, che lo ha sempre sospettato di avere un rapporto troppo privilegiato e personale con Berlusconi. Ma l’ex ministro è per sempre rimasto un leghista, amatissimo dal suo “popolo”, stimato anche fuori dal suo partito, e non solo nell’area del centrodestra. Salvini, cresciuto nel frattempo di suo il 4 marzo e dopo, non ha proprio motivi per temere una “riserva” leghista del genere. Che sembra fatta anzi su misura per guidare un governo di decantazione sostenuto dalla Lega. Resta solo da convincere naturalmente il presidente della Repubblica…

Il Pd è passato dalla resa dei conti alla resa del reggente Martina

            Doveva essere la resa dei conti, secondo le previsioni o le speranze degli avversari di Matteo Renzi, e dei sostenitori di un’intesa di governo con le 5 stelle. Ma la riunione della direzione del Pd si è risolta nella resa del segretario reggente, Maurizio Martina, e di quanti lo avevano spinto verso la trattativa con i grillini. Che pertanto non si aprirà neppure, per cui il presidente della Repubblica ha convocato per lunedì prossimo al Quirinale tutti i partiti per un terzo e ultimo giro di consultazioni dall’esito ormai scontato.

            Sergio Mattarella ha  maturato la convinzione di promuovere la formazione di un governo di attesa o di tregua per gli adempimenti più urgenti, specie di natura economica, diverso da quello ereditato dalla scorsa legislatura e presieduto da Paolo Gentiloni. Toccherà ai partiti decidere quanto farlo durare: se fino all’autunno, per le elezioni anticipate reclamate a gran voce dai cosiddetti vincitori del 4 marzo, cioè grillini e leghisti, o fino alla primavera dell’anno prossimo, quando vi sarà forse il tempo per cambiare anche la legge elettorale. O ancora più avanti, se verrà anche ad altri, e non solo a Renzi, la voglia o la tentazione di rimettere mano alla Costituzione, trovandoci da tempo in una crisi di sistema da cui non si potrà uscire solo cambiando la legge elettorale ogni volta che si  vota.

            Chi vorrà le elezioni già in autunno dovrà assumersi la responsabilità anche di destinare il Paese al cosiddetto esercizio provvisorio, diventando assai problematica l’approvazione di una nuova legge di bilancio entro la fine dell’anno, e di fare scattare un aumento dell’Iva inserito da tempo nei conti italiani come una specie di bomba ad orologeria.

            I più delusi, irritati e minacciosi per la piega presa dalla crisi di governo dopo due mesi e più dalle elezioni sono i grillini e i loro fiancheggiatori politici e mediatici, che avevano visto nel Pd, uscito assai malconcio dalle urne, la vittima ideale fingendo invece di volerlo salvare: loro, poi, che si erano spesi contro l’allora partito di maggioranza per tutta la scorsa legislatura.  Avrebbe dovuto essere il Pd, in particolare, a consentire la partenza di un governo a 5 stelle, saltandovi anche dentro con qualche ministro inevitabilmente di copertura, vista la sproporzione di forza parlamentare fra i due firmatari dell’eventuale “contratto”.

             Il Fattojpg.jpgIl titolo di giornale più emblematico della delusione e dell’irritazione del mondo politico a 5 stelle è quello del Fatto Quotidiano. Che se la prende con la “resa ai piedi Renzi” di “Martina & C”. E riferisce di un “Mattarella furioso”, non però per i due mesi trascorsi inutilmente dalle elezioni ma per la mancata intesa fra 5 stelle e Pd, come se lui avesse perorato una simile soluzione della crisi. E non si fosse invece limitato ad aspettare un negoziato intravisto in veste da esploratore dal presidente della Camera Roberto Fico. Col quale Martina si era spinto di suo, sopravvalutandosi, o sottovalutando la forza della resistenza di Renzi, non per rispondere a richieste o attese del capo dello Stato.

            Su questo aspetto della tortuosa vicenda della lunga crisi di governo si continua forse a pasticciare un po’ troppo, anche a costo di compromettere l’immagine  del presidente della Repubblica. Che naturalmente deciderà, a questo punto, solo lui se e come intervenire per chiarire il suo ruolo, e magari non lasciarlo ancora deformare da qualche retroscenista più o meno interessato.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

Salvini e Di Maio, o viceversa: dal corteggiamento alle querele….

            Quei due –Luigi Di Maio e Matteo Salvini- non ce l’hanno mai raccontata giusta, diciamo la verità. Neppure quando davano rapidamente le carte, all’apertura della diciottesima legislatura, per distribuire presidenze, vice presidenze e quant’altro nelle nuove Camere. O quando promettevano, tendendosi però sempre ad una certa distanza fisica, mai incontrandosi davanti ad uno straccio di fotografo, che insieme avrebbero fatto “grandi cose”.

            Non deve stupire più di tanto, perciò, se dopo due mesi di manfrine, di mosse e contromosse, di finte e simili, i due siano ai materassi: l’uno accusando l’altro di averlo praticamente imbrogliato e portando la fine la mano sulla pistola del solito annuncio di una querela. Come ha appena fatto Salvini, accusato da Di Maio di essere al soldo di Silvio Berlusconi a tal punto da non potersi permettere un’altra campagna elettorale, per quanto la reclami o la minacci pure lui come sbocco di una crisi ormai ben al di sotto dello stallo denunciato dal presidente della Repubblica.

            Solo lo spettacolo del Pd, paralizzato dai soliti contrasti interni, e dalla capacità delle sue correnti di moltiplicarsi quanto meno voti prendano, tiene un po’ testa a quello dello scontro esploso fra grillini e leghisti. Che un po’ tutti scambiammo forse troppo frettolosamente il 4 marzo scorso per i vincitori delle elezioni: gli uni per avere preso da soli il 32 per cento dei voti e gli altri per avere sorpassato nella coalizione di centrodestra il partito del Cavaliere guadagnandosi la leadership dell’alleanza, ulteriormente rafforzata nelle elezioni regionali friulane di fine aprile.

            Ho una certa esperienza di amori politicamente e culturalmente vacui, durati lo spazio solo di qualche mese, per averli già raccontati e persino vissuti per i rapporti personali che avevo con i protagonisti.

            Aldo Moro e Paolo Taviani, per esempio, sembravano diventati nel 1967 nella Dc la coppia dei nuovi equilibri politici: l’uno difendendosi a Palazzo Chigi dall’assedio dei “dorotei” di Mariano Rumor e l’altro, potente ministro dell’Interno, fondando una correntina di “pontieri” da fare intervenire a tempo debito a favore del presidente del Consiglio. Che invece al momento giusto se li trovò contro, da essi scacciato all’opposizione interna. Moro li tacciò al congresso di “operoso silenzio” contro di lui. Dieci anni dopo i due ancora polemizzavano tra di loro: l’uno, ormai prigioniero delle brigate rosse, che reclamava la testimonianza di Taviani, scrivendo a Cossiga, sulla strada di un negoziato per liberare ostaggi in occasione di sequestri, e l’altro che lo smentiva.

            Nel 1983 lasciai Il Giornale di Indro Montanelli anche a causa di una simpatia politica, ed anche umana, improvvisamente esplosa tra lo stesso Montanelli e l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che era riuscito a rendere il mio allora direttore ancora più diffidente di quanto già non fosse per ragioni di carattere verso Bettino Craxi.

            Dopo che me ne andai dal Giornale in buona compagnia, quella di Enzo Bettiza, mi consolai vedendo arrivare Craxi a Palazzo Chigi grazie all’intesa con un De Mita dimagrito di voti nelle urne, e poi vedendo De Mita querelare Montanelli per essersi sentito dare da lui del camorrista.

            Gli amori quindi in politica sono sempre stati quelli che sono, cioè precari. Salvini e Di Maio, e viceversa, lo confermano, se mai è stato davvero amore quello un po’ clandestino, senza mai un incontro diretto fra di loro, raccontato per due mesi dalle cronache e retroscena dei giornali.

            Ci vorrà ben altro, a questo punto, per togliere la crisi di governo dallo stallo e per ricaricare non so se più la fantasia o la pazienza del presidente della Repubblica. Che, scampato per ragioni tecniche al rischio di elezioni anticipate già a fine giugno, penserà  al Parlamento nei prossimi mesi  con fondata preoccupazione recitando al futuro le famose rime di Giuseppe Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Si starà come d’autunno…..

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