Più crescono le preoccupazioni in Europa, in particolare fra Berlino, Bruxelles e Parigi, per le trattative di governo in corso a Roma fra grillini e leghisti, più sale paradossalmente nei palazzi tipici della politica, quali sono quelli del Parlamento, il sollievo per come procede l’incarico che il segretario della Lega Matteo Salvini, rigorosamente in maniche di camicia, si è dato da solo dopo una sessantina di giorni di crisi, informando telefonicamente il presidente della Repubblica, che glielo aveva negato.
E’ un incarico, in verità, non da presidente del Consiglio, perché ad una simile carica Salvini non ambisce più in questo momento, al pari del giovane con cui sta negoziando la formazione del nuovo governo, cioè il grillino Luigi Di Maio. E’ forse un pre-incarico, di quelli che il capo dello Stato concede quando non si fida troppo dell’interessato, e delle circostanze, e lo concede sapendo che può revocarlo in ogni momento. O un incarico esplorativo, di quelli che hanno già contrassegnato questa crisi, affidati da Mattarella ai presidenti prima del Senato e poi della Camera, perché nessuno dei due potesse ingelosirsi dell’altro.
Il sollievo, anzi la felicità nei palazzi parlamentari è tutto da scampato pericolo -si spera tanto a destra quanto a sinistra, ma pure in quel che resta del centro- dopo il fantasma delle elezioni anticipate allungato sulla crisi dallo stesso presidente della Repubblica alla fine del terzo giro delle sue consultazioni. Elezioni addirittura d’estate, a gestire le quali era stato destinato uno smilzo governo più o meno “neutrale” e “tecnico” che il capo dello Stato ha congelato quando Salvini si è presa la palla e, scambiandosela con Di Maio, ha cominciato a giocare la partita della crisi consegnando una bandierina da guardalinee all’alleato elettorale Silvio Berlusconi. Che se l’è presa: si vedrà se più per disinvoltura, per paura o per astuzia, sperando magari che la partita resti al livello di un allenamento.
L’arbitro, suo malgrado, resta naturalmente il capo dello Stato, tanto generoso e paziente, dopo l’impaziente minaccia delle elezioni anticipate, da avere concesso anche i tempi supplementari di fine settimana chiesti per telefono da Salvini. Che è stato tuttavia ammonito -questo va riconosciuto- a non esagerare sulla strada del cosiddetto “sovranismo”, considerato da Mattarella “suggestivo ma inattuabile”, e “ingannevole”. Si tolgano quindi dalla testa, lo stesso Salvini e Di Maio, e il presidente del Consiglio che dovessero entrambi proporre al Quirinale, di giocare a pallone anche con i vincoli europei di cui Mattarella si sente garante. E conta di dimostrarlo se e quando nominerà, toccandone ancora a lui il compito, il capo del governo e i ministri.
C’è tuttavia qualcosa in più che il capo dello Stato ha voluto far sapere affidando il messaggio al solito Marzio Breda, il quirinalista principe del Corriere della Sera. Il quale ha scritto, testualmente, con parole che confesso di non saper decifrare o interpretare, nonostante la pratica fattami in questa materia in una sessantina d’anni di mestiere giornalistico: “A varo avvenuto”, naturalmente del governo grilloleghista o gialloverde, come preferiscono i cultori dei colori dei partiti, il presidente della Repubblica “si preoccuperà di “dare forma” alla lotta politica nei limiti di quanto la cornice istituzionale può permetterglielo”.
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accreditata da una sentenza di primo grado in Corte d’Assise a Palermo; se tutto questo accadrà risparmiando agli italiani le elezioni anticipate d’estate, qualcuno dovrà appendere a un soffitto del Quirinale, come nella Torre Ghirlandina di Modena, un bel secchio. Magari dipinto di giallo e di verde, che sono i colori dei grillini e dei leghisti.
Le ore più difficili e tese di questa vigilia di soluzione della crisi sono sicuramente quelle di Berlusconi, efficacemente rappresentate dalla vignetta di Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera. Dove un’impietosa clessidra trasferisce la forza e le stesse sembianze del Cavaliere in quelle di Salvini: l’imgombrante alleato elettorale che non lo ha sorpassato solo nelle urne del 4 marzo scorso.
pericolosi” fra Salvini e Di Maio. Giochi aggravati dal contributo tanto misterioso quanto inquietante che, secondo Marco Travaglio, potrebbe venire dal solito “delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto” di nome Silvio e cognome Berlusconi. Che Di Maio ha cercato intanto con qualche pubblica dichiarazione nelle ultime ore di togliere dalla testa della graduatoria dei mali italiani in cui l’aveva messo nelle settimane scorse.
Questa finzione, a dir poco, ha aumentato naturalmente l’impazienza del capo dello Stato, apparso “irritato” al quirinalista più accreditato, che è Marzio Breda, del Corriere della Sera. Il quale ne ha riferito anche il duro giudizio espresso sull’annuncio della sfiducia annunciato da grillini e leghisti, e di malavoglia anche dai forzisti di Berlusconi, al governo “neutrale” in cantiere al Quirinale: un annuncio “brutale e poco rispettoso” delle prerogative del capo dello Stato. E -aggiungerei- dell’unità nazionale che il presidente della Repubblica rappresenta per esplicito dettato dell’articolo 87 della Costituzione, anche quando egli assume decisioni o formula valutazioni non condivise da tutti.
Poi deve essere stato avvertito anche ad Arcore come un macigno una specie di messaggio, diciamo così, arrivato dagli “intimi” del presidente della Repubblica, come li ha chiamati il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda riferendone così le riflessioni sulle pesanti perdite subite domenica scorsa dai grillini in Friuli-Venezia Giulia rispetto al risultato del 4 marzo, e a tutto vantaggio del centrodestra, dei leghisti in particolare: “Che cosa significa il forte calo dei 5 stelle? Che in questa fase chiunque si spende per governare, come appunto i 5 stelle, è penalizzato dal corpo elettorale?”, e via discorrendo ancora per lamentare la cattiva sorte riservata alla presunta moderazione governativa di Di Maio e amici.
Il titolo di giornale più emblematico della delusione e dell’irritazione del mondo politico a 5 stelle è quello del Fatto Quotidiano. Che se la prende con la “resa ai piedi Renzi” di “Martina & C”. E riferisce di un “Mattarella furioso”, non però per i due mesi trascorsi inutilmente dalle elezioni ma per la mancata intesa fra 5 stelle e Pd, come se lui avesse perorato una simile soluzione della crisi. E non si fosse invece limitato ad aspettare un negoziato intravisto in veste da esploratore dal presidente della Camera Roberto Fico. Col quale Martina si era spinto di suo, sopravvalutandosi, o sottovalutando la forza della resistenza di Renzi, non per rispondere a richieste o attese del capo dello Stato.