Col fiato sospeso, fra il Quirinale e Arcore, all’ultima curva della crisi

            Sono almeno in due a vivere con una certa ansia la vigilia dell’ultimo giro di consultazioni organizzato al Quirinale dal presidente della Repubblica per cercare di togliere dallo “stallo” la crisi di governo.

             Uno è lo stesso presidente Sergio Mattarella, che si è ormai fatta l’idea della personalità da chiamare per affidargli la guida di un governo di tregua, di decantazione e quant’altro, col decreto di scioglimento delle Camere in tasca, come si dice in gergo tecnico. Con ciò lasciando alle stesse Camere il diritto di scegliere la data del loro decesso: se già in estate, negando la fiducia, perché gli italiani rivotino in autunno, o alla fine dell’anno, dopo l’approvazione della nuova legge di bilancio, perché gli italiani possano votare nella primavera del 2019, magari anche con una nuova legge elettorale: l’ennesima dal 1993, quando si uscì dal sistema proporzionale della cosiddetta prima Repubblica.

            Il presidente della Repubblica è stato informato per le vie brevi dai suoi consiglieri che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno ripreso i contatti per tentare un’intesa anch’essi su una tregua, ma concordata soprattutto fra di loro, non imposta dal Quirinale, sempre a sbocco elettorale più o meno ravvicinato.

            Comprensibile è l’ansia di Mattarella. Che, avendo visto le macerie, o quasi, prodotte da quei due più o meno insieme nei 60 giorni e più trascorsi dalle elezioni del 4 marzo, tra aperture finte e vere, negoziati a mezzo stampa o consiglieri, minacce e insulti, diffida molto della loro capacità di concepire una proposta realistica e praticabile, attorno a un nome “terzo” da essi stessi concordato per Palazzo Chigi.

            Altrettanto comprensibile è l’ansia di Silvio Berlusconi, che si sarà riconosciuto nella impietosa vignetta sulla prima pagina del Secolo XIX, in cui lui è pronto per la cottura nel “forno” riaperto da Salvini: l’alleato di cui il Cavaliere ha visto crescere ulteriormente la forza nelle elezioni regionali successive al 4 marzo, e che sente e vede aggirarsi per casa sempre più minacciosamente. Rompe o non rompe?, si chiederà l’ex presidente del Consiglio a proposito del segretario leghista dopo avergli dato l’appuntamento preparatorio dell’incontro che le delegazioni del centrodestra avranno unitariamente domani con Mattarella, all’uscita della delegazione grillina sulla loggia delle Vetrate? Mah, vai a capirlo o prevederlo?

            Ma l’ansia del Cavaliere riguarda da almeno 24 ore anche gli umori e i retropensieri del capo dello Stato, nei cui riguardi è cessata non a caso l’attesa fiduciosa del Giornale  di famiglia dello stesso Cavaliere. Il cui direttore, Alessandro Sallusti, ha appena scritto: “O Mattarella si arrende all’idea di affidare al centrodestra il tentativo di formare una maggioranza, oppure saranno affari suoi uscire dallo stallo”. E, rivolto a Salvini scomodando addirittura la seconda guerra mondiale, ha aggiunto: “O si marcia uniti, come fecero gli alleati lasciando da parte invidie e gelosie, oppure si perderà tutti (meno Mattarella e Di Maio, sai che soddisfazione)”.

Il timore, anzi l’incubo di una convergenza fra Mattarella e Di Maio si deve essere affacciato ad Arcore e dintorni già nei pur pochi giorni in cui è rimasta sul tappeto l’ipotesi di una trattativa di governo fra grillini e Pd, sostenuta dagli antirenziani con la necessità presunta, e non smentita al Quirinale, di assecondare l’attesa o la fiducia del presidente della Repubblica. Per cui quel guastafeste di Renzi è stato accusato di essersi messo di traverso anche al capo dello Stato.

           Breda su Mattarella.jpgPoi deve essere stato avvertito anche ad Arcore come un macigno una specie di messaggio, diciamo così, arrivato dagli “intimi” del presidente della Repubblica, come li ha chiamati il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda riferendone così le riflessioni sulle pesanti perdite subite domenica scorsa dai grillini in Friuli-Venezia Giulia rispetto al risultato del 4 marzo, e a tutto vantaggio del centrodestra, dei leghisti in particolare: “Che cosa significa il forte calo dei 5 stelle? Che in questa fase chiunque si spende per governare, come appunto i 5 stelle, è penalizzato dal corpo elettorale?”, e via discorrendo ancora per lamentare la cattiva sorte riservata alla presunta moderazione governativa di Di Maio e amici.             

            Bisogna riconoscere che una simile lettura dei risultati elettorali in Friuli-Venezia Giulia tradisce un po’ troppa fiducia nei grillini da parte degli “intimi” -ripeto- del Quirinale, cioè del presidente della Repubblica, si spera a completa insaputa dello stesso presidente.  Al quale tuttavia Eugenio Scalfari ha appena proposto di pensare, per la guida del governo di tregua, al presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky: l’unico, secondo lui, in grado di guadagnarsi il rispetto e la fiducia, o l’astensione, dei grillini.

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