Addio a Gianni Prandini, uomo leale e innocente tritato dalla follia di Tangentopoli

Mentre i grillini continuano a festeggiare la loro vittoria elettorale, per quanto mutilata dalla mancanza della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, promettendo la “terza Repubblica”, quella “dei cittadini”, come la chiama l’aspirante presidente del Consiglio Luigi  Di Maio, si è spento nella sua casa di Lonato, nel Bresciano, uno degli ultimi protagonisti e vittime, insieme, della prima Repubblica. E’ il mio amico -lo dico subito, per la trasparenza dovuta ai lettori- Gianni Prandini, col quale ho condiviso, come scherzavamo fra di noi, la corsa verso gli 80 anni. Che si è purtroppo chiusa per lui a circa 22 mesi dal traguardo.

Tangentopoli esplose, nel 1992, quando Prandini guidava il Ministero dei Lavori Pubblici: il più rischioso ed esposto sul fronte del finanziamento irregolare dei partiti. Ai quali arrivavano contributi, senza distinzione fra maggioranza e opposizioni, dalle imprese che solevano spartirsi gli appalti a tavolino, con gare cui si preparavano senza bisogno che qualcuno in alto commettesse imbrogli per fargliele vincere.

Erano contributi non volontari ma volontarissimi, che nelle Procure della Repubblica, a cominciare da quella pilota di Milano, scambiarono per contributi estorti perché così dicevano gli imprenditori convocati, o spontaneamente in fila davanti alle porte giudiziarie, smaniosi di raccontare la loro verità. Così essi riuscivano spesso a giustificare anche volgari ammanchi aziendali, e a scaricare bancarotte fraudolente sulla solita politica vorace, pronta a dissanguare persino i moribondi.

In quel clima allucinante, con le strade e le piazze invase da manifestanti che chiedevano ai magistrati di farli sognare smanettando gli antipatici  o nemici di turno, Prandini fu sommerso da una valanga di avvisi di garanzia e incolpazioni, e arresti cosiddetti cautelari. Che gli consentirono di scoprire in carcere, prima dei domiciliari disposti con tale durezza da non poter ricevere nella sua abitazione romana neppure i familiari, un’umanita’ migliore -mi disse una volta- di quella che fuori l’aveva condannato prima ancora che cominciassero i processi più o meno regolari nei tribunali. Già, perché il suo processo di primo grado, in cui rimediò una condanna a sei anni, fu talmente poco regolare da essere annullato.

Seguii buona parte di quel processo, a Roma, scoprendomi l’unico giornalista presente in aula. Non c’era uno straccio di cronista giudiziario di agenzie, giornali e televisioni interessato ad un procedimento che pure doveva essere emblematico di Tangentopoli: forse anche più di quello celeberrimo chiamato Enimont, dove Bettino Craxi fronteggiò l’irruente sostituto Antonio Di Pietro mettendolo tanto in difficoltà da procurargli una ramanzina di Eugenio Scalfari su Repubblica. Arnaldo Forlani, l’amico e capocorrente di Prandini, che da segretario della Dc lo aveva mandato imprudentemente nel 1989  al Ministero dei Lavori Pubblici col penultimo governo di Giulio Andreotti, subì invece con tanto disagio l’assalto di Di Pietro da farsi sorprendere rovinosamente con la bava alla bocca.

Quel processo per concussione, corruzione e quant’altro, chiamato o targato Anas, andò avanti anche dopo che la Corte Costituzionale aveva bocciato la norma procedurale che consentiva ai testimoni di accusa di sottrarsi al confronto in aula con l’imputato e i suoi difensori. E si concluse, ripeto, con la condanna, per quanto la stessa accusa avesse tagliato di una buona metà la lista dei capi d’imputazione, lungo all’origine come un menù di ristorante.

I giudici d’appello rimediarono alla ostinata distrazione dei colleghi di primo grado annullandone la sentenza e rimandando gli atti alla Procura, perché le indagini ricominciassero daccapo e il procedimento si svolgesse finalmente secondo le regole ripristinate dalla Corte Costituzionale. I testimoni di accusa furono tutti riconvocati per ripetere la loro “verità'”, con l’inconveniente del possibile contraddittorio. Non si presentò nessuno dei presunti concussi, evidentemente timorosi di finire tra i corruttori. E il pubblico ministero titolare del fascicolo chiese il proscioglimento di Prandini, sentenziato dal giudice dell’udienza preliminare perché “il fatto non sussiste”, a dodici anni di distanza dall’inizio del calvario dell’ex ministro democristiano.

“Il fatto non sussiste”, ripeto. Altro che la “prescrizione” rimproverata a Prandini qualche mese fa dal solito Marco Travaglio, sia pure di sfuggita, in un editoriale scritto contro uno degli accusatori originari dell’ex ministro, il collega di partito Lorenzo Cesa, appena entrato nella coalizione di centrodestra per le elezioni del 4 marzo scorso.

Travaglio dispone evidentemente di un casellario giudiziario tutto suo, che rilascia certificati scommettendo sulla debole memoria altrui, o sullo sfinimento fisico del malcapitato di turno, alle prese con le sue ultime settimane di vita.

Con Gianni Prandini perdo un amico, ma non il ricordo di un uomo generoso e di un politico di prim’ordine non solo per la sua terra bresciana, generosa di leader di ogni tipo: da Papa Montini all’ultimo, per quanto sfortunato segretario della Dc Mino Martinazzoli.

Prima di approdare al Ministero dei Lavori Pubblici, Prandini era stato fra il 1987 e il 1989 , nei governi di Giovanni Goria e di Ciriaco De Mita, il ministro della Marina Mercantile dello storico scontro con i Camalli, come erano chiamati gli scaricatori del porto di Genova, contrari a modificare le condizioni di lavoro che avevano  allontanato da quello scalo marittimo gran parte del traffico commerciale, dirottato a Rotterdam. Giorgio Bocca su Repubblica elogio’ la determinazione di Prandini proprio mentre, su incarico di De Mita, il sottosegretario a Palazzo Chigi Riccardo Misasi cercava una mediazione con i sindacati che rischiava di mettere nell’angolo il ministro.

Come dirigente prima periferico e poi nazionale del partito, in un percorso graduale che non usa più in questi tempi, Prandini non si fece mai distogliere dalla necessità del rinnovamento nella salvaguardia dei legami fra la base e i vertici. Fu sua, nella seconda metà degli anni ’70, all’epoca della segreteria Zaccagnini, la gestione dei gruppi di impegno democratico: una specie di sezioni ambientali del partito, che si apriva così agli “esterni”.

Fanfaniano tra i più convinti ed entusiasti sin dai primi anni della militanza democristiana, Prandini si rifiutò nel 1973 di seguire l’allora presidente del Senato nell’operazione congressuale di rovesciamento dalla segreteria del partito del pur delfino Arnaldo Forlani. Che vi era arrivato nel 1969 con un patto di svolta generazionale stretto con De Mita in un convegno a San Ginesio.

Prandini salutò il ritorno di Fanfani alla guida dello scudocrociato, dopo esserne stato allontanato nel 1958 per avere concentrato troppo potere, essendo anche capo del governo, con dichiarazioni a dir poco esplosive. Egli parlò in auto con Guido Quaranta, allora a Panorama, della sua pur amata Dc come di un partito “di canaglie” indegno di un “gualantuomo” come l’appena deposto Forlani.

Bruscamente invitato da Fanfani, nel suo stile, durante una cena su lago di Garda, ad “allinearsi”, Prandini rifiutò rivendicando il diritto e il dovere della lealtà verso Forlani. E si sentì rispondere così :” Questo tuo atteggiamento ti fa onore, ma rimarrai a lungo senza potere”.

La profezia quaresimale di Fanfani, analoga a quella da lui stesso annunciata al congresso al segretario uscente del partito, era tuttavia destinata a ritorcersi contro l’anziano leader del partito. Che già due anni dopo avrebbe perduto  nuovamente la segreteria, dopo la clamorosa sconfitta referendaria sul divorzio nel 1974. Una sconfitta che il prudente Forlani aveva evitato nel 1972 facendo rinviare di due anni un referendum che aveva avvertito come una trappola fatale per il partito, quale in effetti si sarebbe poi rivelata.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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