Occhio alla crisi nel centrodestra, e non solo a quella del Pd

            Mentre tutti guardano al Partito Democratico, dove la sconfitta elettorale ha già procurato una vittima, avendo dovuto Matteo Renzi presentare le dimissioni da segretario e rinunciare al progetto di congelarle per almeno un paio di mesi, in modo da partecipare alla gestione delle trattative -o non trattative- finalizzate alla formazione del nuovo governo, è scoppiata una crisi ancora più grave e significativa nel centrodestra.

         Quella del centrodestra è una crisi, paradossalmente, da vittoria perché la coalizione allestita prima delle elezioni dal volenteroso Silvio Berlusconi col solito sistema, che è quello di rinviare a dopo i nodi nascosti sotto la facciata dell’unità, pur avendo nel nuovo Parlamento la distanza minore dalla maggioranza assoluta dei seggi rispetto anche ai grillini, non ha retto al trauma del sorpasso netto e chiaro della Lega di Matteo Salvini sulla Forza Italia dell’ex presidente del Consiglio.

         E’ stato, quello di Salvini su Berlusconi, e gli uomini pronti a scaldare il posto fino al termine del periodo di incandidabilità del loro capo, un sorpasso tanto diffuso sul territorio nazionale e solido nei numeri che il signore di Arcore non vuole sentir parlare di elezioni anticipate. Che invece egli aveva messo nel conto prima del voto del 4 marzo scandendone persino i tempi: fra i sei e i dodici mesi, cioè fra l’autunno di questo 2018 e la primavera dell’anno prossimo, quando gli italiani dovranno comunque andare alle urne per rinnovare il Parlamento europeo.

          Ora Berlusconi ha il fondato sospetto di non potere recuperare a breve -e lui non ha l’età per poter pensare ad operazioni a lungo e forse neppure a medio termine- la leadership strappatagli nel centrodestra dal giovane segretario leghista. Il quale ha preso tanti voti, e mostra di avere dentro di sé tanta energia, che i suoi vecchi o potenziali avversari o concorrenti interni, a cominciare dall’ormai ex governatore della Lombardia Roberto Maroni, avranno per un bel po’ scarsa voglia di sfruculiarlo.

         L’unico che si permette un po’ di lanciare ancora frecciate contro Salvini nella Lega è il vecchio e malandato Umberto Bossi, che gli ha già ricordato pubblicamente di togliersi dalla testa l’idea di arrivare a Palazzo Chigi a dispetto di Berlusconi: un dispetto invece palpabile dalla prima pagina del Giornale di famiglia, diciamo così, dell’ex presidente del Consiglio. Che sembra una postazione d’artiglieria tra un editoriale del suo direttore Alessandro Sallusti, puntato contro le ingrate gerarchie cattoliche, tutte attente adesso alla fede ritrovata o ostentata dai grillini con le citazioni quotidiane di encicliche e varie da parte del loro “capo” Luigi Di Maio, e un titolo di cosiddetta cronaca politica contro la pretesa di Salvini di “ballare da solo”. Cioè di muoversi, come lo stesso Sallusti ha spiegato nell’arena televisiva di Massimo Giletti, su La 7, come se fosse ancora soltanto il pur molto ambizioso segretario del suo partito e non ancora il leader, come si proclama, di un’alleanza composita, con il conseguente dovere di tenere conto delle aspettative e degli interessi degli alleati, a cominciare naturalmente da Berlusconi. Nel cui partito si ha la sensazione -diciamo così- che Salvini stia trattando o abbia già trattato con Di Maio la spartizione tra i loro uomini delle presidenze delle Camere. E ciò magari come antipasto di operazioni di governo, se i grillini non dovessero agganciare il Pd e il segretario leghista fosse destinato a vedere Palazzo Chigi in cartolina per le manovre di Berlusconi.

         Nella sua olimpica ingenuità o astuzia, secondo i gusti, il Giornale di famiglia -ripeto- dell’ex presidente del Consiglio ignora, o finge di ignorare, la missione affidata da Berlusconi al solito Gianni Letta di marcare stretto il Pd per sottrarlo alle tentazioni grilline dell’ala più a sinistra e dirottarlo verso il centrodestra, assicurandogli i numeri necessari alla fiducia in Parlamento, anche a costo, o proprio al costo, di chiedere a Salvini la rinuncia alle sue ambizioni di premier, essendone la figura politicamente indigesta ai piddini pur sensibili alla sirena berlusconiana.

         Non ci voleva, francamente, molto acume per capire che la missione di Gianni Letta fosse alquanto indigesta al segretario della Lega proprio come leader della coalizione più votata dagli elettori.

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