Il protagonismo di Di Maio contraddetto da Grillo: “l’elevato”

Le piccole cose, si sa, aiutano a capire quelle più grandi. Mentre Luigi Di Maio, il vice presidente uscente della Camera, reduce dal successo elettorale del suo movimento, riempie le agenzie, i giornali e le televisioni di dichiarazioni e moniti, e divide anche quel che resta della sinistra dopo il voto del 4 marzo fra chi vorrebbe accordarsi con lui, chi vorrebbe quanto meno andare a vedere le sue carte e chi invece non intende perdere tempo non fidandosene, o fidandosi troppo delle rocambolesche promesse elettorali, sufficienti a far ballare il Paese nei mercati finanziari nel momento in cui se ne dovesse discutere davvero; mentre Lugi  Di Maio, dicevo, ha letteralmente occupato la scena da protagonista, Beppe Grillo ha rovesciato la posizione delle 5 stelle in materia di Olimpiadi. E ha dato alla sindaca di Torino l’autorizzazione, negata invece a quella di Roma, entrambe pentastellate, a chiederle per la propria città.

            “L’elevato”, come si chiama il comico di Genova con tanto di cartello appeso al collo, o qualcosa del genere,  per indicare meglio la funzione solo di “garante” che ha deciso di svolgere nel suo movimento dopo il famoso passo indietro o di lato annunciato incoronando capo con i soliti riti digitali Di Maio, è al di sopra di tutti e di tutto dalle sue parti. Sopra anche a Davide Casaleggio e a tutte le scartoffie fra le quali gli esperti delle 5 stelle  cercano continuamente prove e indizi per potere attribuirgli addirittura la proprietà del movimento.

            Non si facciano quindi illusioni quanti si apprestano o hanno già cominciato, più o meno dietro le quinte, a trattare con Di Maio prescindendo dalla imprevedibilità di Grillo le le condizioni d’intese di governo e/o istituzionali, come sono quelle che in ordine di tempo dovranno precedere tutto riguardando l’insediamento delle nuove Camere, il 23 marzo, e l’elezione dei rispettivi presidenti. In mancanza dei quali il capo dello Stato non potrà neppure avviare al Quirinale il rito delle consultazioni per cercare di dipanare la matassa del nuovo governo. E magari arrivare alla soluzione che gli ha già proposto quel genio della politica, pervaso da una confessata e incontenibile “passione”, che si considera Massimo D’Alema, a dispetto degli elettori che prima -a sentire lui- lo hanno sollecitato a candidarsi e poi non lo hanno eletto. O non si sono ritrovati in tanti da poterlo rimandare in Parlamento dopo la pausa impostasi  cinque anni fa per togliere l’allora segretario del Pd dall’imbarazzo di sostenerne la candidatura in deroga alle regole interne sul numero dei mandati parlamentari consentiti.

            Pur convinto della necessità che altri -non potendolo fare lui direttamente- vadano a vedere le carte di un movimento che sventola le vecchie “bandiere  della sinistra”, quella decisa a togliere a chi più ha per darlo a chi ha meno o non ha proprio niente, come sempre più frequentemente avviene anche dopo che a governare il Paese non è sempre capitato alla destra, D’Alema ha precisato meglio natura e contorni del “governo del Presidente” da lui già immaginato prima delle elezioni “per non farci troppo del male”.

            Dal governo del Presidente dovranno tenersi fuori tutti i partiti per un periodo di decantazione: una specie di riedizione del governo tecnico di Mario Monti, ma non guidato dallo stesso Monti, ora felicemente senatore a vita, bensì da un’altra personalità “esterna”. Questo governo dovrebbe portare il Paese con una certa calma a nuove elezioni, naturalmente con una nuova legge elettorale, perché ormai in Italia non si riesce più a votare con le stesse regole della volta precedente: un altro segno dell’impazzimento politico del Paese e della sua cosiddetta classe dirigente.

            “Un governo senza di noi sarebbe un insulto alla democrazia”, ha reagito Di Maio mandando a quel posto parole e ragionamenti di D’Alema e di chiunque altro volesse seguirlo sulla strada della riflessione “dopo una mazzata”. Parola -ha detto il primo e sinora unico post-comunista affacciatosi a Palazzo Chigi- di “una persona esperta anche nel prendere botte”, più spesso ormai di darle.  

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