Il terremoto questa volta è stato elettorale. Sfollato Renzusconi.

            Anche la politica, dopo tanta parte del territorio nei mesi e anni scorsi, ha subìto un terremoto con i risultati delle elezioni della terza domenica di Quaresima di questo 2018.

            I due grandi sfollati sono Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Il primo, pur avendo finito di rottamare Massimo D’Alema ed ex compagni, ha perso il Pd, sceso al minimo storico, a tal punto da avere imboccato la strada delle dimissioni da segretario. Che alla vigilia del voto egli aveva escluso, sentendosi forte del mandato triennale ottenuto dall’ultimo combinato disposto delle primarie e del congresso. Berlusconi ha perduto impietosamente le redini del centrodestra, passate nelle mani del leader leghista Matteo Salvini. Che con le dimensioni alle quali ha portato il suo partito può fare spallucce al governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni, sottrattosi alla manifestazione elettorale del Carroccio a chiusura della campagna elettorale proprio per marcare le differenze dal segretario, alimentando la speranza allora nutrita da Berlusconi di far contenere Salvini dall’interno.

            L’uscita di scena di Renzusconi, e del governo delle cosiddette larghe intese, che anche i più avveduti analisti avevano ottimisticamente messo nel conto del post-elezioni, ha in qualche modo moltiplicato il successo dei grillini. E della sfida lanciata dal candidato pentastellato  a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, a fare a meno di loro per la formazione del nuovo governo.

            Le dimensioni della sconfitta di Renzusconi e del bottino di voti raccolti da soli dai grillini danno loro francamente il diritto di aspirare realisticamente non solo alla presidenza della Camera, che già in molti si erano affrettati prima delle elezioni a offrire nella speranza di contenerne le ambizioni coinvolgendoli di più nelle istituzioni, ma anche al conferimento quanto meno di un preincarico di presidente del Consiglio.

            La sola previsione di un simile passaggio fa venire i brividi fuori e dentro l’Italia. Fuori, in particolare in Europa, per il vecchio antieuropeismo dei grillini mitigato nelle parole negli ultimi mesi, ma non nella sostanza, Dentro l’Italia, e in particolare nel centrodestra una volta rappresentato da Berlusconi, e in quel che ne rimane, perché grillini e leghisti hanno molte cose in comune. E potrebbe scattare fra loro anche a livello nazionale la scintilla che ha già provocato a livello locale  fenomeni come la conquista del Campidoglio da parte di Virginia Raggi. Che meno di due anni fa fu preferita al piddino, e renziano, Roberto Giachetti dai pochi elettori leghisti della Capitale, ma anche da quelli più numerosi della destra post-missina di Giorgia Meloni, e persino da elettori e dirigenti del partito di Berlusconi.

            Insieme grillini e leghisti dispongono nelle nuove Camere dei numeri necessari ad una maggioranza di governo, che mancano invece al centrodestra. Dove pure il solito Renato Brunetta ha avuto la disinvoltura, a dir poco, di rivendicare il diritto, stavolta di Salvini, di provare la formazione del nuovo governo nazionale, immaginando “una lunga fila” di deputati e senatori di altri schieramenti pronti a farsi arruolare come i “responsabili” di turno.

            Ad evitare un governo grillo-leghista potrà forse essere più Luigi Di Maio, con quella pretesa di fare un monocolore a cinque stelle appoggiato esternamente da Salvini, che l’indisponibilità di quest’ultimo a smontare il centrodestra con cui pure amministra regioni importanti del Paese come la Lombardia, il Veneto e la Liguria.

            Un duro lavoro attende ora al Quirinale il capo dello Stato Sergio Mattarella, che immagino con le mani fra i capelli. Gli è già capitato di assistere, come relatore o autore della nuova legge elettorale del 1993, dopo il referendum vinto dai sostenitori del sistema maggioritario, alla fine della cosiddetta prima Repubblica. Ora gli tocca da presidente di gestire la caduta della seconda e la nascita della terza Repubblica: qualcosa che non aveva proprio messo nel conto arrivando al Quirinale tre anni fa. Altrimenti se ne sarebbe forse tenuto lontano, preferendo il suo mandato di giudice costituzionale.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

               

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