Matteo Renzi vende cara la pelle. E rompe con Sergio Mattarella

            Fedele all’abitudine di dare il meglio di sé nei discorsi sulle proprie sconfitte, Matteo Renzi ha annunciato dimissioni a distanza da segretario del Pd giocando di contropiede contro gli avversari o critici che ne volevano un ritiro immediato e rassegnato.

            Le sue sono state dimissioni, diciamo così, differite perché destinate a diventare operative solo dopo l’insediamento delle nuove Camere e, soprattutto, la formazione del primo governo della diciottesima legislatura nata dalle urne del 4 marzo. Se mai si riuscirà a farne uno, di nuovo governo, e non si dovrà invece tornare a votare, e chissà con quale legge, continuando a tenere il non sfiduciato Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.

            Sarà dunque Renzi, non un reggente improvvisato al suo posto attorno a qualche “caminetto” acceso nel Pd o in altri palazzi della politica vicini al Nazareno, compreso il Quirinale, a gestire il dopo-elezioni. In particolare, a mettere ben bene il Pd all’opposizione sfidando il centrodestra a governare da solo, se l’aspirante premier Matteo Salvini troverà  in Parlamento i voti non ottenuti nelle urne per  assicurarsi la maggioranza assoluta dei seggi. E sfidando subito dopo, o contemporaneamente, i grillini a cercare uniti un’alleanza con i leghisti, affini a loro sotto tanti aspetti, vista la sponda del Pd preclusa dalla linea del suo ancora segretario.  

            Se c’è qualcuno, nel Pd e fuori – e c’è-  intendendo per fuori, ripeto, anche il Quirinale, tentato dal coinvolgimento di ciò che resta della sinistra in una maggioranza a trazione grillina, Renzi ha voluto praticamente avvertirlo che lui non lo permetterà. “Uccide un partito morto”, gli ha subito rimproverato  in un titolone di prima pagina il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio, sensibilissimo politicamente agli interessi e alle prospettive del movimento delle 5 stelle.

            Il più scoperto e agitato di tutti nel Pd a favore dei grillini  è il governatore pugliese Michele Emiliano, emulo di Pier Luigi Bersani. Che da segretario del Pd, e quindi con rapporti di forza rovesciati rispetto ad ora, tentò cinque anni fa l’intesa con Grillo. Ebbene, Renzi gli ha letteralmente tagliato l’erba sotto i piedi.

            Rimasta sotto traccia sul fronte dei rapporti con i grillini, la diffidenza e l’insofferenza di Renzi verso il Quirinale sono risultate evidentissime sul terreno delle recriminazioni.

            E’ certamente a Mattarella, pur da lui fortemente voluto alla Presidenza della Repubblica tre anni fa, anche a costo di rompere il cosiddetto patto del Nazareno con Silvio Berlusconi e di compromettere la sorte referendaria della sua riforma costituzionale, che Renzi si riferiva quando ha lamentato le mancate elezioni anticipate nelle “due finestre” possibili dell’anno scorso: in primavera e in autunno. Fu infatti Mattarella a dirgli quelle volte no, facendosi scudo del governo di Paolo Gentiloni. E vantandosi della fine “ordinata” della legislatura sciogliendo le Camere alla loro scadenza naturale.

            Già prima di lamentare pubblicamente il rifiuto delle elezioni anticipate nel discorso di annuncio delle sue dimissioni con effetto differito, il segretario del Pd aveva affidato i suoi risentimenti verso Mattarella a Maria Teresa Meli, del Corriere della Sera, dicendole in terza persona queste testuali parole pubblicate dal giornale di via Solferino: “Era chiaro che andare avanti con quella legislatura era un modo per legittimare la caccia a Renzi. Abbiamo pagato con dieci punti di calo la responsabilità dei mesi” succeduti alla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale.

            Non è la prima volta –e non sarà neppure l’ultima, se non si troverà un altro modo di eleggere il capo dello Stato- che un leader politico prima sponsorizza, o addirittura si sceglie, un presidente della Repubblica e poi se ne pente. O comunque ne raccoglie effetti tanto imprevisti quanto sgraditi.  

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