Lezione di stile…. tweet di Enrico Letta a Matteo Renzi

            Il tweet col quale Enrico Letta si è augurato il successo elettorale di Paolo Gentiloni, ma anche della sua coalizione di governo, comprensiva del Pd guidato da Matteo Renzi, fa indubbiamente onore all’ex presidente del Consiglio. Che avrebbe avuto tutte le sue buone ragioni personali  per ricambiare in tutt’altro modo, anche solo con un silenzio ambiguamente interpretabile, a favore pure del suo vecchio amico Pier Luigi Bersani, quel tristemente famoso tweet, o qualcosa del genere, con cui Renzi, fresco di elezione a segretario del partito, lo invitò circa quattro anni fa a starsene “sereno” a Palazzo Chigi. Dove invece lo stesso Renzi lo avrebbe sostituito dopo qualche settimana con quella che pochi giorni fa Eugenio Scalfari, pur elettore dichiarato del Pd e del suo segretario, gli ha direttamente rinfacciato in televisione come una pugnalata. “Non sono d’accordo”, gli ha replicato con sin toppo evidente imbarazzo il presente ex presidente del Consiglio, consapevole che non riuscirà mai a togliersi di dosso quello sgradevolissimo infortunio, come tanti altri del resto.

            L’intervento di Enrico Letta nelle ultime battute della campagna elettorale a favore del presidente del Consiglio in carica e della sua coalizione fa il paio con quello recente di Romano Prodi. Di cui lo stesso Letta fu sottosegretario a Palazzo Chigi dal 2006 al 2008, quando nessuno dei due poteva francamente immaginare che il Pd, nato proprio ai tempi di quel governo con l’unificazione fra gli eredi del Pci e della sinistra democristiana, sarebbe stato scalato e conquistato dall’allora giovanissimo presidente della provincia di Firenze, neppure prevedibile come sindaco della città di Dante, quale sarebbe diventato nel 2009.

            Prodi, in verità, è andato anche oltre il suo amico ed ex sottosegretario, esprimendo anche la preferenza per una delle liste apparentate col Pd: quella dei socialisti, verdi e ulivisti. Enrico Letta in questo invece è stato reticente. Non ha chiarito se bisogna votare direttamente per il Pd, di cui fu vice segretario prima di arrivare a Palazzo Chigi per il primo governo delle larghe intese della diciassettesima legislatura. O se  preferisce anche lui una delle liste collegate. Fra le quali la più vicina potrebbe essere forse da lui considerata quella di Emma Bonino che si chiama +Europa. E ciò non solo per il richiamo così forte all’europeismo dallo stesso Letta praticato da tempo ma anche per la stima personale e l’amicizia verso la storica esponente del mondo radicale, non a caso ministra degli Esteri nel suo governo: sostituita da Renzi con i suoi soliti metodi sbrigativi, senza lo straccio di una telefonata di spiegazione o rammarico, per cui l’interessata seppe della propria sostituzione sentendo alla radio o alla televisione, non ricordo più bene, la lettura della lista dei ministri del primo e sinora unico governo Renzi.

            Neppure negli anni o nei momenti più feroci della storia della Democrazia Cristiana e delle sue correnti, che preparavano le liste dei ministri e dei sottosegretari tra “pareti grondanti sangue”, come gli stessi protagonisti raccontavano metaforicamente, si era mai arrivati a quel punto. C’era sempre un segretario di partito o un presidente del Consiglio cortese che chiamava l’escluso o il sacrificato di turno per scusarsi, cercare di spiegare e salvare almeno i rapporti personali.

            Il caso più famoso e significativo di quella storia per niente ingloriosa della Dc risale all’inverno del 1966, quando Aldo Moro, non potendo confermare al Ministero del Commercio Estero nel suo terzo governo di centrosinistra Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale presidente della Repubblica, gli scrisse a mano una lettera per spiegargli le pressioni che aveva dovuto subire dalla potente corrente dorotea guidata dall’allora segretario del partito Mariano Rumor per una redistribuzione dei rapporti di forza all’interno dello scudo crociato, e confermargli tutta la sua amicizia e stima. Quella lettera  si rivelò poi utile al povero Mattarella anche per fronteggiare una campagna condotta contro di lui da chi aveva attribuito la mancata conferma a ministro alle polemiche sui suoi rapporti, in Sicilia, con esponenti in odore, anzi in puzza di mafia. E il vecchio esponente del Partito Popolare, poi Democrazia Cristiana, riuscì a morire in tempo per vedere condannati in tribunale i suoi detrattori.

            Altri tempi, altri uomini, come sempre più spesso mi capita di scrivere commentando quelli di oggi.  

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