Matteo Salvini non fa più il garibaldino, Luigi Di Maio invece sì

              La versione antigaribaldina che Matteo Salvini si è guadagnato negando di considerare “la morte come alternativa” all’obiettivo di Palazzo Chigi da lui stesso datosi nella campagna elettorale, sicuro di sorpassare -com’è poi avvenuto- il partito di Silvio Berlusconi nella coalizione di centrodestra, ha naturalmente scatenato illusioni o speranze, secondo i gusti, in direzione di un governo grilloleghista, con o senza il companatico a sorpresa di qualche ministro azzurro, cioè di Forza Italia, e magari anche dei Fratelli d’Italia. Sarebbe la proiezione della larga maggioranza con la quale sono stati eletti alle presidenze delle Camere la forzista, appunto, Maria Elisabetta Alberti Casellati e il pentastellato Roberto Fico.

            Prima ancora che Salvini ripudiasse come modello il grido garibaldino Roma o morte inciso sul monumento che troneggia ancora al Gianicolo, un sarcastico o sadomaso Giuliano Ferrara, che divide le sue simpatie fra Berlusconi, di cui fu nel 1994 il ministro dei rapporti col Parlamento, e Matteo Renzi, da lui battezzato laicamente delfino dell’uomo di Arcore con la formula del “royal baby”, aveva messo in pista per la guida di un governo grilloleghista Giovanni Flick. Che somma diverse qualità, tutte utili al bisogno: già ministro della Giustizia di Romano Prodi, già presidente della Corte Costituzionale e già corteggiato come consulente dalla sindaca grillina di Roma Virginia Raggi. Della quale Dio solo sa quanto bisogno abbia di consiglieri per portare a termine indenne il suo primo ma anche unico mandato capitolino, avendo la signora annunciato di non volere ricandidarsi all’improba impresa di guidare la Capitale d’Italia.

            A parte l’appena confermato proposito, direi garibaldino a questo punto, del pentastellato Luigi Di Maio di dirigere lui il governo con tutti quei voti che il suo partito ha preso alle elezioni, non so se alle qualità note di Flick, sempre per la guida di una formazione ministeriale  grilloleghista, si possa aggiungere quella ancora ignota, ma pur sempre essenziale, del gradimento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I cui ultimi umori nei riguardi di una simile soluzione politica della crisi di governo, apertasi formalmente con le dimissioni di Paolo Gentiloni, non risultavano molto incoraggianti dalle ultime informazioni fornite sul Corriere della Sera dall’assai qualificato quirinalista Marzio Breda. Che ci ha recentemente riferito, in particolare, della diffidenza del capo dello Stato per un governo non solo dai numeri parlamentari certi, ma anche dal programma chiaro e compatibile con gli impegni internazionali e dalla durata non a termine, proiettato perciò sulla durata dell’intera legislatura: tutte cose francamente da verificare, a dir poco, nelle non brevi né imminenti consultazioni che Mattarella condurrà prima di conferire l’incarico e poi di nominare davvero il presidente del Consiglio.

            Direi, quindi, di andare ancora piano, molto piano con le previsioni, non foss’altro per valutare gli sviluppi della situazione all’interno dei due partiti più problematici per la formazione di un governo o di una maggioranza del genere come sono quelli di Grillo e di Berlusconi, che soffrono pur sempre di orticaria l’uno per l’altro, a parte la pomata usata per alleviare le scelte dei vertici parlamentari.

          Ma  va anche seguìto il Pd, dove non è per niente detto che continui a prevalere, specie di fronte ad eventuali appelli alla responsabilità o solidarietà nazionale da parte del capo dello Stato, la linea di opposizione lasciata in eredità dall’ex segretario dimettendosi. E’ un’opposizione peraltro alla quale il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, inaugurando al Senato la diciottesima legislatura, e pur dopo valutazioni critiche sull’innominato Renzi, ha detto che il Pd è stato “respinto all’opposizione dagli elettori” direttamente. Deve pertanto apparire difficile all’ex capo dello Stato fargli ambiare posizione.

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