Quel soccorso di Matteo Renzi mancato a Silvio Berlusconi

            Se è vero, come lo è, che ad uscire sconfitto dalle elezioni del 4 marzo fu Renzusconi, cioè il progetto di un nuovo patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, da tutti intravisto o avvertito dietro le smentite degli interessati dettate da ragioni di opportunità durante la campagna elettorale, va riconosciuto che la nuova legislatura si è aperta, a dispetto delle apparenze, peggio per Berlusconi che per Renzi.

            Berlusconi è riuscito a portare la fedelissima Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, come si è appena vantato in una intervista al Corriere della Sera, ma al prezzo salatissimo, sul piano politico e umano, di un ulteriore rafforzamento, all’interno del centrodestra, del segretario leghista Matteo Salvini. Che gli ha praticamente imposto la rinuncia alla candidatura di Paolo Romani, coltivata e posta dallo stesso Berlusconi nella prospettiva neppure tanto nascosta di farla passare, nonostante i veti grillini, grazie al soccorso di Renzi, con la riesumazione quindi del già ricordato Renzusconi.

            Oltre che per le pur forti resistenze di Salvini, interessato a tessere un rapporto privilegiato con i grillini, piuttosto che con un Pd peraltro in lutto, il piano di Berlusconi è stato disatteso da Renzi. Il quale, ulteriormente indebolito dalle dimissioni da segretario del partito, non ha voluto rischiare il soccorso ad un perdente, e le conseguenze che ne sarebbero derivate per lui nella formazione politica dove ha deciso di rimanere. E potrebbe prima o dopo tornare a giocare le sue carte.

            Emissari di Renzi, dietro le quinte, ma neppure tanto, sono stati autorizzati a farsi contattare da emissari di Berlusconi, se non addirittura dallo stesso Romani, ma non ad assumere impegni. Anche questo, ripeto, ha giocato sulla decisione del presidente di Forza Italia di fare alla fine buon visto allo scomodo gioco di Salvini, denunciato imprudentemente con un comunicato ufficiale contro “l’atto di ostilità a freddo” compiuto dalla Lega tentando autonomamente la carta della pur forzista Anna Maria Bernini e tradendo la voglia, secondo Berlusconi, di un governo grilloleghista.

            Con la sua decisione di restare alla finestra, obbligando di fatto alla stessa posizione tutto il Pd nella partita delle presidenze parlamentari, anche quando alcuni grillini hanno strizzato l’occhio, davvero o per finta, al franceschiniano Luigi Zanda per la presidenza del Senato o allo stesso Dario Franceschini per la presidenza della Camera, che è una vecchia ambizione del ministro uscente dei beni culturali, Renzi ha tenuto la barra dritta. Berlusconi invece ha sbandato e ha terremotato la sua Forza Italia, dove uomini abituati a ubbidir tacendo, come i Carabinieri nella loro Arma, stavolta non sono riusciti a trattenere la protesta. Anzi, la rabbia.

            E’ tuttavia curioso che nel partito di Berlusconi abbiano scoperto i rischi o la insostenibilità di un centrodestra a trazione leghista personaggi come Renato Brunetta. Che si sono spesi negli ultimi anni prima a contestare, se non addirittura a sabotare politicamente, il patto del Nazareno con Renzi, quando c’era e suppliva al difetto di agibilità politica di Berlusconi, e poi a rendere sempre più limitrofi gli elettorati di Forza Italia e della Lega. Eppure si sa che cosa accade quando gli elettorati si confondono in una coalizione: il partito maggiore inghiottisce quello minore nei momenti di difficoltà.

            Meno di due anni fa, quando nelle elezioni amministrative di Roma la battaglia per il Campidoglio si ridusse al ballottaggio fra il candidato del Pd renziano Roberto Giachetti e la candidata grillina Virginia Raggi, non solo la destra di Giorgia Meloni -che poteva avere ragioni di risentimento per essere stata contrastata da Forza Italia- ma lo stesso Brunetta, capogruppo forzista alla Camera, si abbandonò a dichiarazioni per la Raggi piuttosto che per Giachetti. Non è che si possono seminare cetrioli e poi raccogliere melanzane.

  

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