Le lezione di Aldo Moro ignorata, o tradita, a 40 anni dal sequestro

            Nel quarantesimo anniversario del tragico sequestro dell’allora presidente della Dc Aldo Moro, si sprecano le rievocazioni giornalistiche, come si sprecheranno dopodomani, 16 marzo, le corone e le personalità davanti alla lapide, peraltro rinnovata, e quasi profanata prima ancora che venisse risistemata, all’incrocio fra le via Fani e Stresa, a Roma. Dove le brigate rosse assaltarono davvero il cuore dello Stato sterminandone la scorta e prelevandolo per ucciderlo dopo 55 giorni di penosa e drammatica prigionia, in un intreccio di errori, omissioni, depistaggi e altro che segnarono la decapitazione della Repubblica.

            I terroristi assaltarono- ripeto- il cuore dello Stato senza rendersi neppure conto della loro impresa. Diversamente da quanto ha raccontato in questi giorni Adriana Faranda sui criteri politici della selezione degli obiettivi delle brigate rosse, Moro era stato scelto, e  chiamato da loro “friz” per quella frezza bianca che ne distingueva i capelli sulla fronte, solo perché risultato il meno o il peggio difeso fra quelli entrati nel mirino e scrutati per mesi. Egli disponeva di una troppo vecchia auto blindata e di una scorta della quale non si può proprio dire che avesse saputo instaurare con Moro quel rapporto di distacco e di severità necessario alla sua sicurezza. Era -pace agli uomini che la componevano- una scorta più familiare che militare, che non dettava e non cambiava ogni giorno il tragitto, ma lo lasciava scegliere ad uno scortato troppo abitudinario. E, in più, soleva mettere parte delle armi nei bagagliai delle auto.

            I brigatisti rossi -tanto per ricordare una circostanza- erano talmente sicuri che Moro quella mattina sarebbe passato per via Fani, come scorciatoia per raggiungere la Camera, dove stava per presentarsi il quarto governo Andreotti, che durante la notte avevano squartato, sotto casa di un fioraio abitante in un’altra parte della città, le gomme del furgone della sua mercanzia che avrebbe dovuto raggiungere, come ogni giorno, quel mortale incrocio e stazionare nelle sue vicinanze.

            Solo dopo averlo sequestrato, e soprattutto dopo averlo interrogato, e visto il modo con cui egli cercava disperatamente, con quell’intensa attività epistolare solo in parte rivelata, di gestire politicamente la sua prigionìa, i terroristi si resero ben conto di chi avessero davvero fra le mani. E di quale colpo avessero quindi inferto allo Stato.

            Il caso ha voluto che il quarantesimo anniversario del sequestro e poi della morte di Moro coincidesse politicamente con un passaggio politico analogo a quello del tutto eccezionale che il presidente della Dc aveva saputo dirigere: le elezioni politiche del 1976. Dalle quali erano usciti quelli che lui definì i “due vincitori”: la sua Dc e il Pci di Enrico Berlinguer, distanziati di soli quattro punto ed entrambi sprovvisti degli alleati di cui avevano bisogno per governare l’uno contro l’altro, come avevano fatto dal 1948.

            Moro capì che i due vincitori dovessero concordare una tregua, o attraversare il deserto, come gli capitava di dire agli amici. E la trovarono l’uno realizzando un governo addirittura monocolore e l’altro sostenendolo dall’esterno.

            I due vincitori di allora non sono neppure paragonabili, per qualità e dimensioni, specie il secondo, a quelli del 4 marzo scorso. I grillini hanno la stessa consistenza elettorale della Dc ma ne sono agli antipodi, anche se l’aspirante a Palazzo Chigi Luigi Di Maio cita ogni tanto Alcide De Gasperi e si compiace dello stile andreottiano attribuitogli troppo generosamente dal direttore nientemeno del Corriere della Sera, Luciano Fontana. I leghisti di Matteo Salvini, col loro 18 per cento, stanno ai comunisti di Enrico Berlinguer come un gatto a un leone, anche se hanno fatto il colpo di sorpassare nelle urne, all’interno della coalizione di centrodestra, il partito di Silvio Berlusconi.

            Eppure sono loro -i grillini e i leghiti, ripeto- i vincitori delle elezioni del 4 marzo. Senza di loro, senza un loro contatto diretto, diciamo pure una trattativa, non si può pensare di uscire dall’impasse evitando nuove e anticipate elezioni, e il loro scontro finale e risolutivo, che schiaccerebbe tutti gli altri. Invece il palcoscenico politico e mediatico è affollato di attori che vorrebbero che a sciogliere i nodi tra i vincitori fosse il Pd sconfitto dell’ex segretario Matteo Renzi.

           uesztE’ come se nel 1976 democristiani e comunisti avessero pensato di poter fare sciogliere i loro nodi dal partito socialista dell’ex segretario Francesco De Martino, dimessosi per avere portato il Psi al suo minino storico schiacciandosi sulla linea e sugli obiettivi del Pci, e lasciando la Dc senza una maggioranza di governo.

            Chi ha imboccato e sta percorrendo questa strada, in alto e in  basso, a destra e a sinistra, celebra Moro a distanza di 40 anni dal suo sequestro e dalla morte senza avere capito nulla della sua lezione. O tradendola, magari inconsapevolmente, se l’avesse mai capita. Lo scrivo e lo dico pensando anche al Quirinale, con tutto il rispetto che merita naturalmente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, peraltro di cultura politica morotea.

             

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