Un cabaret di Berlusconi al Quirinale fa riesplodere il centrodestra

               La storia settantennale delle consultazioni al Quirinale per la formazione dei governi della Repubblica è stata in qualche modo profanata, almeno per i cultori della materia, dallo spettacolo forse neppure improvvisato di Silvio Berlusconi. Che, dopo l’incontro del capo dello Stato con una foltissima delegazione del centrodestra, ad ospitare la quale si era fatta incetta delle poltrone, prima ha metaforicamente deposto la corona di leader della coalizione sulla testa di Matteo Salvini, davanti alle telecamere e altri obiettivi sistemati nella cosiddetta loggia della Vetrata, per togliergliela subito dopo con una serie di sketch, a gesti e parole, conclusa con un suo anatema  di antidemocratici contro i grillini. Che invece Salvini, leggendo un comunicato concordato anche nelle virgole con lo stesso Berlusconi, aveva appena messo in testa alle forze con le quali cercare un’intesa per la formazione del governo.

            “Una battutaccia”, è stata poi definita, nella stessa loggia della Vetrata, dal grillino Luigi Di Maio l’anatema di Berlusconi, di cui pertanto l’aspirante delle 5 stelle a Palazzo Chigi è tornato a reclamare “un passo di lato”, cioè l’esclusione dalla maggioranza, o qualcosa di simile, come condizione per un’intesa, o “contratto”, come lui preferisce chiamarlo, con i leghisti.

            Ma “battutaccia”, fuori dal Quirinale, è stata poi definita quella di Berlusconi anche dal leghista Giancarlo Giorgetti, che la stessa delegazione del centrodestra aveva indicato più o meno esplicitamente al presidente della Repubblica come la persona adatta per un incarico finalizzato a verificare o anche trattare un’intesa di governo.

            L’uso dello stesso termine -battutaccia- da parte di Di Maio e di Giorgetti ha finito per accreditare l’impressione che la quasi mezz’ora di tempo presasi al Quirinale dalla delegazione grillina per presentarsi ai giornalisti dopo l’incontro con Sergio Mattarella fosse stata impiegata anche per uno scambio telefonico di opinioni, e qualcosa forse anche di più, fra gli stessi grillini e i leghisti. I cui rapporti poi sono stati tradotti da Di Maio, davanti alla stampa, nella formula di una “sinergia istituzionale”. Che potrebbe tradursi anche in sinergia governativa nonostante l’anatema di Berlusconi, il perdurante veto leghista contro  il partito del Cavaliere, e non solo contro la sua persona, e la contestazione di questo veto da parte di Salvini.

            Ad accreditare l’impressione che, nonostante o a dispetto del cabaret belusconiano andato in onda al Quirinale, possa realizzarsi un’intesa fra Di Maio e Salvini, magari attorno al leghista Giorgetti per compensare lo squilibrio di forze esistente a vantaggio dei grillini nelle aule parlamentari, è Il Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa.

           Il Foglio.jpg   Questo giornale, in verità, è spesso più fantasioso che informato. Aspira di frequente più a consigliare i protagonisti della politica che a informare i suoi, del resto, non moltissimi lettori. Ma esso gode di un certo prestigio nei palazzi del potere e non può essere certamente considerato ostile e neppure tanto estraneo alla famiglia Berlusconi, che ne consentì a suo tempo la nascita e l’arrivo nelle edicole. Ebbene, Il Foglio ha titolato, o liquidato, così in prima pagina il siparietto nel secondo giro delle consultazioni di Mattarella: “Il Cav. si prende la scena al Quirinale, ma la regìa è di Salvini e Di Maio- Forza Italia fa la voce grossa, ma è disposta a cedere su tutto, pur di avere un piede nella maggioranza. La carta del sostegno esterno a Lega-M5S”, inteso naturalmente come Movimento 5 Stelle.

            Resta da vedere, nell’ipotesi accreditata dal Foglio, se e come sarà possibile conciliare il “sostegno esterno” di Berlusconi e la pretesa grillina di spingerlo addirittura all’opposizione, anche se Di Maio si è limitato a parlare di un “passo di lato”.

            L’unico precedente che mi viene in mente è quello, in verità, non felicissimo del governo monocolore democristiano presieduto fra il 1957 e il 1958, esattamente per 408 giorni, da Adone Zoli. Che definì “non richiesta né gradita” la fiducia accordatagli in Parlamento dai missini, ai quali il presidente del Consiglio rivolse addirittura le spalle quando i deputati della fiamma tricolore rivendicarono il diritto di sentirsi partecipi della maggioranza.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it il 13 aprile 2018

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