La sponda nel Pd che Di Maio cerca o minaccia per fare il governo

Gli antirenziani nel Pd, palesi o occulti che siano,  debbono essere ridotti molto male se hanno cantato vittoria e partecipato al rito sempre sospetto ed equivoco delle acclamazioni per portare alla guida del nuovo e dimagrito gruppo della Camera il ministro uscente Graziano Delrio. Che sarebbe renziano sì, ma meno di Lorenzo Guerini, ritiratosi dalla corsa alla quale aveva partecipato sui giornali. Meno renziano di Guerini e “diversamente renziano” da Andrea Marcucci, il presidente del nuovo gruppo del Senato, di cui fa parte Matteo Renzi in persona, una delle più curiose matricole del Parlamento, avendo già fatto il presidente del Consiglio, oltre che il segretario del partito. E avendo tentato da capo del governo di tagliare le unghie, e anche di più, proprio al Senato con una riforma da lui stesso annunciato nell’aula di Palazzo Madama, quando avvertì incautamente che la fiducia in arrivo alla sua squadra ministeriale sarebbe stata l’ultima nella storia di quel ramo del Parlamento.

            Per quanti sforzi faccia, di memoria e di intelligenza, non riesco a ricordare o a cogliere fatti ed elementi di diversità davvero significativa fra Renzi e il suo ex sottosegretario a Palazzo Chigi, traslocato all’improvviso al Ministero delle Infrastrutture, al posto del dimissionario o dimissionato Maurizio Lupi, non certo per punizione.

            Sì, è vero. In un fuori onda televisivo, mentre si consumava la scissione del Pd con l’uscita di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, sicuri di poter raccogliere l’anno dopo nelle urne un bottino di voti a due cifre, anziché il poco più del 3 per cento del 4 marzo scorso, Delrio si lamentò che Renzi non si fosse speso abbastanza per evitare la rottura. Ma se ne lamentò nella presunzione del tutto sbagliata, poi riconosciuta come tale anche da lui, Delrio, che gli avversari di Renzi fossero ancora trattenibili, trovandoselo ancora di fronte nel partito dopo avergli fatto perdere il referendum sulla riforma istituzionale.

            E’ una diversità ben strana da Renzi quella del nuovo capogruppo del Pd alla Camera che ha esordito assicurando gli intervistatori televisivi che i suoi parlamentari, per le competenze che hanno, sapranno fare bene il lavoro di “opposizione” che li attende. E così rispondendo all’aspirante grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, che proprio in quelle ore si scontrava a distanza col segretario leghista Matteo Salvini proprio sul tema dei rapporti col Pd.

            Salvini, si sa, del Pd non vuole sentir parlare come socio di una nuova maggioranza di governo e respinge al mittente le pregiudiziali dei grillini contro eventuali ministri, politici o tecnici, designati da Berlusconi. E consiglia a Di Maio di rinunciare a Palazzo Chigi, al pari di lui, per facilitare la soluzione della crisi dopo i veleni inevitabili della lunga campagna elettorale cominciata praticamente all’indomani della bocciatura referendaria della riforma costituzionale di Renzi. Di Maio invece è pronto anche a rovesciare la maggioranza sperimentata con Salvini per l’elezione dei nuovi presidenti delle Camere, con una berlusconiana al Senato e un grillino a Montecitorio, pur di formare lui il governo,  sperando in un soccorso del Pd. Delrio gli ha già risposto. Di Marcucci, al Senato, è bastato il silenzio, tanto evidente e riconosciuto è il suo renzismo d’opposizione ai vincitori delle elezioni. O “prevalenti”, come preferisce chiamarli il più prudente ma non meno diffidente presidente della Repubblica.   

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