L’abuso della scorta di Moro per esaltare ancora la linea della fermezza

              Fra tutti gli articoli sul sequestro di Aldo Moro pubblicati nel quarantesimo anniversario della strage di via Fani, a Roma, mi ha colpito di più quello dello scrittore Claudio Magris. Che sul Corriere della Sera ha pianto soprattutto per “quelle cinque vittime dimenticate”, e gridate in un titolo a tutta pagina, sia pure interna: la diciannovesima del 16 marzo 2018.

              Le vittime sono i due Carabinieri e i tre agenti di Polizia componenti la scorta del presidente della Dc, tutti uccisi nell’assalto e nel sequestro dell’uomo affidato alla loro protezione: Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, in ordine rigorosamente alfabetico.

            Dei cinque, Leonardi era non solo il più graduato -maresciallo dei Carabinieri, e perciò capo della scorta- ma anche il più legato a Moro. Di cui conosceva gli umori anche nascosti, i medicinali e gli orari di somministrazione, le pietanze preferite quando doveva tirarle fuori dal frigorifero al suo rientro in casa, spesso a tarda ora. Anche noi giornalisti ci eravamo abituati a verificare notizie che riguardavano Moro col paziente e gentile Leonardi, aggirando il portavoce o ufficio stampa di turno. E il maresciallo non ci respingeva mai. Mi dispiace non averne più trovato la foto, nè quelle dei colleghi, nella nuova lapide che ricorda l’eccidio.

            In quella tragica mattina del sequestro, seduto accanto a Domenico Ricci, che conduceva l’auto, e raggiunto anche lui dalle micidiali raffiche dei terroristi, prima ancora di cercare di rispondere al fuoco il povero Leonardi si voltò indietro verso Moro e tentò di saltargli addosso per proteggerlo col suo corpo.

            Intervistata a 40 anni di distanza e pentita, bontà sua, del “macello” raccontatole da Mario Moretti, il capo dell’operazione, la terrorista Adriana Faranda si è giustificata con Ezio Mauro, che l’ha intervistata per Repubblica e per la Rai, parlando degli effetti inevitabili dello stato di “guerra” in cui i suoi compagni si trovavano. Ed ha assicurato che i terroristi, usciti indenni dall’agguato, senza neppure un ferito, fossero rimasti sorpresi della reazione  della scorta di Moro, risultata inferiore alle loro aspettative.

            Ma il presidente della Dc -benedetta donna-  era stato selezionato, e preferito ad obiettivi come Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, presidenti rispettivamente del Consiglio e del Senato, proprio in considerazione dei difetti di sicurezza riscontrati negli appostamenti. Penso, fra l’altro, ai percorsi abitudinari e ai mitra della scorta depositati nei bagagliai delle due auto: quella blindata ma troppo vecchia in cui viaggiava lo statista democristiano, e quella neppure blindata degli agenti che la seguivano.                Al sangue della scorta Magris si è tuttavia richiamato non solo per difenderne il ricordo dalla “dimenticanza” calata sulle vittime del brutale assalto, da mattatoio, ma anche, se non soprattutto per difendere la cosiddetta linea della fermezza proclamata e adottata dopo il sequestro dalle contestazioni, peraltro aumentate col tempo.

            Beh, su questo dissento da Magris, col quale il povero Moro aveva peraltro polemizzato l’anno prima di morire, in un editoriale sul Giorno del 20 gennaio 1977, contestandogli la pretesa, sostenuta dallo scrittore in un dibattito con alcuni giovani sul Corriere della Sera, che l’informazione non dovesse fare sconti alla spietatezza e alla conoscenza del male. Moro gli aveva chiesto perché mai anche il bene non dovesse fare notizia.

            Fu ed è tuttora terribile contrapporre il sangue della scorta trucidata al diritto drammaticamente e ripetutamente rivendicato da Moro di sopravviverle. Condivido ancora, a tanti anni di distanza, la risposta che Bettino Craxi mi raccontò di avere dato all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che temeva di accendere d’indignazione anche le carceri se si fosse accettata l’idea di scambiare l’ostaggio con qualche detenuto, dopo tutti quei morti in via Fani. “Ebbene, manderemo i pompieri a spegnere le fiamme”, gli disse il leader socialista.

            Non ha avuto torto invece Magris a  lamentare lo sgomento procuratogli da “una strettissima congiunta di Moro” dalla quale lui, dopo averle pubblicamente contestato i panettoni inviati per Natale ai detenuti che avevano ucciso il  padre, non so quanti anni dopo l’atroce morte, si sentì rispondere che “non ci aveva pensato” alla domanda se avesse avuto analoga idea per “le vedove dei poliziotti assassinati”. E ciò- ha aggiunto impietosamente Magris- “anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale”. 

           Tuttavia non so se sia più triste sapere della pietà affogata in qualche panettone o sentirsela raccontare, magari dopo il sincero pentimento di chi l’aveva disgraziatamente offesa non pensandoci.

 

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