Le tempeste nei bicchieri d’acqua di Eugenio Scalfari

Un’altra tempesta si è scatenata nel bicchiere d’acqua di Eugenio Scalfari, come nello scorso mese di novembre. Quando il fondatore di Repubblica, ospite di Giovanni Floris nel salotto televisivo  di martedì , a La 7, disse di preferire Silvio Berlusconi a Luigi Di Maio, nel caso in cui avesse dovuto scegliere fra i due nelle urne.

L’ipotesi era a dir poco irrealistica. Un ballottaggio fra i due, o i rispettivi partiti, non era contemplata nè dalla legge elettorale nè dagli schieramenti in campo, essendo Berlusconi solo una parte, pur importante, e per giunta incandidabile, della coalizione di centrodestra, peraltro destinato ad essere sorpassato nelle urne dall’alleato leghista. Ma Scalfari accettò ugualmente la sfida paradossale dell’intervistatore e diede la sua risposta, avventurandosi anche in una spiegazione che aumentò la sorpresa e aggravò le polemiche per  il dovere da lui rivendicato di distinguere tra valutazioni morali e politiche.

Il disorientamento investì anche i lettori, la redazione e la proprietà di Repubblica, divisasi fra le proteste pubbliche di Carlo De Benedetti- che, se avesse potuto, avrebbe licenziato Scalfari da fondatore e editorialista del giornale- e il silenzio dei figli, forse messi in imbarazzo più dal loro genitore che dal decano del giornalismo italiano.

Nello stesso salotto televisivo dell’altra volta  quel diavolo di Floris, cui i paradossi debbono piacere più della carriera, dei soldi e delle donne, non so in che ordine, ha indotto Scalfari in tentazione di scelta fra Di Maio e Matteo Salvini dopo il voto del 4 marzo, e nel confuso scenario politico che n’è derivato. Di Maio, ha risposto Scalfari, che ne aveva appena elogiato l'”intelligenza” mostrata in campagna elettorale anche con l’allestimento di una potenziale squadra di governo.

Con quella intelligenza, al netto evidentemente dei problemi che il giovanotto campano ha ogni tanto con i congiuntivi e la geografia, fisica e politica, Scalfari si è messo in attesa di vedere se davvero Di Maio può rivelarsi un uomo di sinistra, e persino il capo della sinistra, come è sembrato di volere o poter essere con tutti quei voti portati a casa. Ma è sembrato, appunto. Il che significa che Scalfari ha in realtà sfidato il vice presidente uscente della Camera a dimostrare di che pasta politica sia davvero.

Bisognerà poi vedere di che sinistra Di Maio vorrà o potrà rivelarsi di essere: se di una sinistra velleitaria, alla quale Scalfari non ha fatto sconti in passato, o di una sinistra riformista e di governo,  europeista davvero, non a giorni o ore alterne, per la quale il fondatore di Repubblica è tornato domenica scorsa a votare mettendo la croce nelle schede al seggio non sul Movimento delle 5 stelle, ma sul candidato uninominale del centro sinistra alla Camera e al Senato, e sulla lista del Pd per la quota proporzionale. Lo aveva già annunciato scrivendo, per esempio, dei suoi preferiti Marco Minniti, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, e lo avrebbe anche ripetuto in televisione prima del voto, ospite di Bianca Berlinguer a Rai 3, se la conduttrice non lo avesse trattenuto nel timore di incorrere in qualche censura dell’autorità di vigilanza.

Le parole di Scalfari sono state così poco comprese da Di Maio che questi ha ricambiato la cortesia, diciamo così, con una lettera a Repubblica di quasi autoinvestitura di uomo o capo di sinistra in cui ha messo nel suo Pantheon, citandolo, un solo uomo: non Enrico Berlinguer, che Scalfari rimpiange sempre, ma Alcide De Gasperi. Il quale non fu certamente un uomo di destra, come ha giustamente ricordato Emanuele Macaluso ricordando il rifiuto dell’alleanza a Roma col Movimento Sociale che   procurò all’allora presidente democristiano del Consiglio il no  a un’udienza nel Vaticano di Pio XII, ma neppure un uomo di sinistra. Fu piuttosto il maestro politico di Giulio Andreotti, suo sottosegretario alla guida dei governi centristi. Al cui “stile” Di Maio è stato piuttosto paragonato generosamente dal direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, in un libro fresco di stampa.

Fra i sorpresi e critici di Scalfari su Di Maio c’è stato nella famiglia di Repubblica il valentissimo Vittorio Zucconi. Che leggo e ascolto sempre volentieri anche perché è la copia felicissima del padre: il mio compianto amico Guglielmo, che mi onorò del ritorno alla collaborazione col Giorno quando, assumendone la direzione, mi capitò di diventare uno dei suoi successori.

Intervistato dal Dubbio, Vittorio ha ironicamente rivendicato la sua condizione di “laico” rispetto ad uno Scalfari “divino” per autorità ed esperienza. Beh, temo -per lui- che anche Vittorio abbia frainteso “Barpapà'”, come molto meno divinamente, più laicamente e più affettuosamente Scalfari è stato abitualmente chiamato dai suoi collaboratori.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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