Anche l’alleanza grillo-leghista inciampa nei rapporti con la magistratura

            Altro che le divergenze sui temi economici, finanziari e migratori, pur esistenti ed emerse anche rumorosamente in occasione del varo del cosiddetto “decreto dignità” e delle sortite del presidente grillino della Camera, Roberto Fico, contro la linea dura della Lega sugli sbarchi dei clandestini. Il rapporto di governo fra grillini e leghisti è stato lesionato, e di brutto, nelle ultime ore sul terreno della giustizia: sempre quello, già costato un sacco al centrodestra, pur a ruoli rovesciati, con la Lega allora in difesa dei magistrati e contro la linea di attacco di Forza Italia. Ora è la Lega ad attaccare le toghe, come il partito di Silvio Berlusconi una volta, e il Movimento 5 Stelle a difenderle, come i leghisti di prima maniera.

            E’ indimenticabile lo spettacolo penoso dell’estate del 1994, quando bastò un mezzo proclama televisivo dei magistrati della Procura di Milano per svegliare la Lega e farle scoprire la “nefandezza” di un decreto legge, pur firmato anche dal ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni, ma soprattutto convalidato dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che aveva appena ristretto le maglie del ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Il quasi esordiente Cavaliere a Palazzo Chigi e il guardasigilli Alfredo Biondi per evitare la crisi, che però scoppiò lo stesso dopo qualche mese sul problema delle pensioni, dovettero rinunciare alla conversione in legge del provvedimento.

            Lo scontro fra i due partiti dell’attuale governo si sta consumando attorno all’ordinanza con la quale la Corte di Cassazione ha consentito la ricerca e il  sequestro dei conti della Lega per restituire allo Stato i 49 milioni di euro che gli sarebbero stati sottratti, con l’uso distorto del finanziamento pubblico, durante la gestione politica di Umberto Bossi, e finanziaria di Francesco Belsito. Entrambi condannati, di certo, ma solo in primo grado. In appello essi potrebbero invece farla franca, se la Lega nella gestione Salvini continuasse a disinteressarsi giudiziariamente della truffa contestata in prima istanza alla precedente dirigenza.

            Poiché quello della Cassazione, in merito alla sequestrabilità dei conti della Lega, è un giudizio di ultima istanza, contro il quale non è possibile un ricorso giudiziario, Salvini e i suoi collaboratori, di partito e di governo, hanno imboccato la strada politica. E si sono rivolti al presidente della Repubblica, che per Costituzione è anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per denunciare il torto “politico” che avrebbero subìto dalle toghe con una sospetta e inquietante coincidenza: proprio mentre la Lega, salendo nei sondaggi e sorpassando gli alleati grillini, prenota il primo posto nella graduatoria elettorale dei partiti. E darebbe ancora più  “fastidio” a troppa gente, anche in toga.

            Le reazioni negative dei pentastellati alle proteste leghiste, e al tentativo di coinvolgervi il capo dello Stato, non sono mancate. “Le sentenze si rispettano”, ha commentato laconicamente il dirimpettaio di Salvini nel governo, cioè il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. “Toni inaccettabili”, ha reagito il Consiglio Superiore della Magistratura con un comunicato nel quale non può non riconoscersi il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede. Non parliamo poi dei commenti dei grillini nei corridoi parlamentari, dove traspare la voglia di profittare dell’occasione per marcare le distanze dall’alleato troppo ingombrante o invasivo su tanti aspetti dell’azione di governo, anche se sul terreno giudiziario pure  i pentastellati hanno avuto e hanno i loro guai: per esempio, a Roma con l’arresto del loro consulente da fiore all’occhiello, ed ex presidente dell’Acea, Luca Lanzalone per i rapporti col costruttore Luca Parnasi e gli affari del progettato stadio giallorosso a Tor di Valle.

          Corriere.jpg  Ma il modo in cui il dissenso grillino sinora si è espresso, e potrebbe allargarsi, non è bastato al vigilantissimo Corriere della Sera, che è intervenuto con un commento di Luigi Ferrarella, richiamato naturalmente in prima pagina, per lamentare “troppe amnesie” di fronte allo “strappo” di Salvini e della Lega contro la magistratura.

           L’amnesia che più ha sorpreso e infastidito il giornalone di via Solferino è quella del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, invitato pertanto a uscire allo scoperto contro Salvini. Che naturalmente si è guadagnato su tutta la prima pagina del Fatto Quotidiano l’accusa di correre “al Colle per i soldi”, cioè per il malloppo, come forse il giornale di Travaglio avrebbe titolato se il conto delle battute glielo avesse graficamente permesso o, e forse soprattutto, se i leghisti non fossero gli alleati di governo dei grillini.

Finalmente un pò di buonismo, forse immeritato dal giornale di Travaglio

            In una società civile e mediatica, e non solo politica, dove il buonismo non è certo di casa, sorprende giustamente ch’esso qualche volta vi compaia. E merita pertanto di essere segnalato, a prescindere dalle interpretazioni e motivazioni che ciascuno vorrà darne.

           Ciò è appena accaduto col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Al quale nessuno dei concorrenti, di edicola o d’altro, ha voluto contestare l’incidente occorsogli nello spasmodico lancio pubblicitario del cosiddetto “decreto dignità”. Col quale, controriformando la riforma del mercato del lavoro realizzata dall’odiato governo di Matteo Renzi, e recuperando a sinistra un po’ dello spazio perduto a destra nel confronto col collega di governo Matteo Salvini, il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro  Luigi Di Maio si è riproposto come il campione della lotta al precariato. E, visto che si trovava, anche della lotta al cosiddetto gioco d’azzardo, preso di mira nel provvedimento varato dal governo col divieto della pubblicità, contro cui però è insorto un mondo di sportivi e disperati che, messi insieme, potrebbero impensierire come massa elettorale i grillini.

             Costoro già non se la passano molto bene da quando si sono alleati ai leghisti, che nei sondaggi li hanno già sorpassati, dalla metà o quasi delle cinque stelle che risultarono nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Dovrebbe essere quindi imprudente sfidare la sorte con passi avventati.

           Il Fatto .jpg Lo stop voluto e imposto da Di Maio nel governo ai “biscazzieri”, si vedrà con quali effetti quando il decreto passerà per le forche caudine delle Camere, è sfortunatamente diventato nel titolo di apertura del giornale di Travaglio uno “spot”. Che magari si rivelerà tale, se i biscazzieri riusciranno a riprendersi dalla botta nel corso d’opera parlamentare, ma per adesso resta l’infortunio di un giornale in cattedra, che si vanta un giorno sì e l’altro pure di essere nel panorama dei quotidiani ancora stampati dalle nostre parti  il meglio fico del bigoncio, secondo una vecchia e colorita espressione romana.  

Infortunio sul lavoro al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio

            Infortunio su lavoro al Fatto Quotidiano, pur senza morti e feriti sul piano fisico. A rimetterci è stata solo la supponenza professionale di quel giornale, sempre pronto a rilevare gli errori degli altri e a insegnare il mestiere agli sprovveduti che osano criticare ciò che si pubblica o si denuncia sotto la testata diretta da Marco Travaglio.

            Nel tentativo, forse, di fare uno spot al governo grillo-leghista, nato contro i desideri del Fatto Quotidiano, che avrebbe preferito un governo grillo-piddino ma alla fine ha accolto con rassegnazione e propositi di amichevole vigilanza quello uscito dalla lunga crisi, Travaglio e i suoi collaboratori hanno sbagliato la collocazione della parola magica di sostegno. Lo spot se lo sono tolto dalla testa e l’hanno messo nel titolo al posto dello stop deciso contro la pubblicità alle scommesse.

            E’ venuto così fuori in apertura del giornale l’annuncio, che avrebbe voluto essere furbo e ironico, esplicativo del cosiddetto “decreto dignità” fortemente voluto dall’esordiente vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio: Il governo “di destra” fa cose di sinistra: meno precariato e spot ai biscazzieri.

           A proposito di questi ultimi, i biscazzieri, i fatti -quelli  veri, non quello al singolare che si pubblica ogni giorno- diranno se potranno esservi annoverati anche i sostenitori del decreto approvato al Consiglio dei Ministri. Un decreto che, nato per aumentare il lavoro “vero”, come dice Di Maio declassando a farsa quello derivante dai contratti a termine, molti ritengono destinato a produrre invece più disoccupazione.

Le “toghe rosse” a rischio, ma il giustizialismo resta al sicuro

            La collega Liliana Milella, che quel mondo lo conosce a menadito, ha denunciato su Repubblica lo stato di pericolo in cui si trovano col nuovo guardasigilli, il grillino Alfonso Bonafede, quelle che anche lei si è decisa a chiamare “toghe rosse”, pur tra virgolette. Di solito a sinistra se ne nega l’esistenza. E si trattano come visionari quanti ne lamentano la presenza e influenza nei tribunali, soprattutto fra i pubblici ministeri, nel Ministero della Giustizia e nel Parlamento.

            Milella ha fatto molti nomi, che eviterò qui di ripetere non volendo rischiare quello che forse a lei viene risparmiato per le simpatie che ha saputo guadagnarsi da quelle parti: tutti allontanati dai loro posti all’arrivo del nuovo ministro. Che se ne sarebbe liberato diffidando proprio dei loro orientamenti politici di sinistra.

            Faccio solo due eccezioni perchè si tratta di ex parlamentari -Anna Finocchiaro e Doris Lo Moro- che Bonafede non vorrebbe al Ministero, dove invece il suo predecessore, e loro collega di partito, Andrea Orlando aveva chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di destinare, col distacco, al loro rientro in servizio. Una manovra di disturbo sarebbe in atto anche contro Felice Casson, anche lui reduce dall’esperienza parlamentare e in corsa per occuparsi come magistrato, al Ministero, dei rapporti con l’amministrazione giudiziaria francese.

            Milella.jpgLe “toghe rosse” sarebbero entrate nel mirino del nuovo guardasigilli per “spostare a destra” anche la magistratura, come sarebbe avvenuto negli equilibri politici nazionali con la formazione della maggioranza governativa grillo-leghista. Che si prenderà naturalmente buona parte degli otto seggi di spettanza parlamentare del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, scadendo quello in carica fra due mesi. I sedici seggi spettanti ai magistrati eletti dai loro 9.500 colleghi verranno assegnati con le votazioni in programma l’8 e il 9 luglio.

             La guerra, o qualcosa del genere, condotta dal guardasigilli contro le “toghe rosse” sarebbe stata e sarebbe funzionale proprio a influire sulle elezioni imminenti per i sedici membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura, a vantaggio delle correnti collocate da Milella a “destra”, fra le quali quella di Piercamillo Davigo. Che ha tante volte smentito incontri e quant’altro attribuitigli con Beppe Grillo, senza mai riuscire ad allontanare del tutto il sospetto malizioso di un feeling col movimento delle 5 stelle.

            Il terreno che le “toghe rosse”, sempre tra virgolette, starebbero perdendo con l’avvento del nuovo governo, e relativi equilibri politici, sarebbe tuttavia solo quello materiale. Cioè, il potere negli organismi di rappresentanza e nei posti strategici dell’amministrazione giudiziaria. Sul piano, diciamo così, ideale le cose non cambierebbero se i timori espressi o raccolti dalla giornalista di Repubblica si rivelassero fondati. Anche nella sua versione di “destra” l’orientamento di buona parte della magistratura rimarrebbe giustizialista, visto ciò che Davigo ha dichiarato tante volte di pensare di chi esce indenne dai processi per la prescrizione, ma anche di chi la farebbe franca con l’assoluzione  per non aver commesso il fatto, o perché il fatto non sussiste.

           Magari, sarà stato frainteso da chi lo ha sentito nelle sue frequenti performance televisive, ma questa è la sensazione non consolante data dalle sferzanti intemerate dell’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati.    

Quando il dissenso dalla maggioranza viene dai presidenti delle Camere

Come con Gianfranco Fini due legislature fa, quando l’allora presidente della Camera cannoneggiava contro l’ultimo governo di Silvio Berlusconi, dove pur sedevano suoi ministri, così con Roberto Fico pro-immigrati qualcuno fra quelli che lo elessero al vertice di Montecitorio due mesi fa lo avrà applaudito ma altri, sotto le cinque stelle ma o soprattutto sul Carroccio, avranno gridato al tradimento. E rimpianto i tempi, se vi sono mai stati, dei presidenti delle Camere neutrali o addirittura taciturni, decisi con il loro silenzio, magari assai sofferto, a non creare problemi alla maggioranza di appartenenza, e relativo governo.

Ma vi sono mai stati, appunto, quei tempi di ossequioso allineamento, o di eroica resistenza alla umanissima tentazione della dialettica in senso lato, se non vogliamo parlare dell’abusatissimo dibattito politico, pronunciato dai più infervorati con la doppia bi? No. Quei tempi non vi sono mai stati in Parlamento: né alla Camera né al Senato, dove cominciò anzi la tradizione dei presidenti dissidenti rispetto agli schieramenti di provenienza e/o di elezione.

Già forte della sua qualifica di “indipendente” nelle liste elettorali della Dc, che lo avevano portato nel 1948 al Senato dopo un’apprezzata collaborazione con Alcide De Gasperi come ministro, Cesare Merzagora creò problemi a un po’ tutti nei 14 anni ininterrotti di presidenza a Palazzo Madama, dal 1953 al 1967. Durante i quali gli capitò anche la più lunga supplenza al vertice dello Stato, quando sostituì per quasi un semestre il presidente della Repubblica Antonio Segni, impedito nel 1964 da un ictus rivelatosi poi irrimediabile.

Nel 1960, con la Dc spiazzata, sotto la guida di Aldo Moro, dal governo interamente democristiano di Ferdinando Tambroni, nato per guadagnarsi un’astensione dei socialisti anticipatrice del centrosinistra ma ritrovatosi invece con l’appoggio determinante della destra missina, e successivi moti sanguinosi di piazza, si alzò alta e forte la protesta di Merzagora. Che reclamò il ritorno delle forze dell’ordine nelle caserme.

Anche nella torrida estate del 1964, quella del già ricordato ictus di Segni, il presidente del Senato si trovò inconsapevolmente coinvolto nelle voci che lo accreditavano, in alternativa con Mario Scelba, alla guida di un governo di transizione verso elezioni anticipate ma non troppo, per succedere a quello di centrosinistra di Moro, caduto per una votazione parlamentare a scrutinio segreto sui finanziamenti alla scuola privata.

Moro invece, a dispetto del piano di emergenza “Solo” attribuito al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, già capo dei servizi segreti, fu confermato e rimase a Palazzo Chigi sino all’esaurimento della legislatura, nella primavera del 1968. Ma nell’autunno del 1967 Merzagora colse l’occasione di un convegno per pronunciare un discorso contro il sistema secondo lui già degenerato dei partiti pur democratici. I comunisti, che pur erano all’opposizione e avrebbero potuto avvantaggiarsi  in qualche modo di quell’intervento, non gliela perdonarono. E protestarono così forte da reclamarne e ottenerne le dimissioni, che consentirono tuttavia a Merzagora di rimanere al Senato sino alla morte, nel 1991, avendo ottenuto il laticlavio nel 1963 da Segni.

Un’altra lunga presidenza al Senato, sia pure con qualche interruzione, fu quella di Amintore Fanfani, arrivatovi nel 1968 per scalare meglio il Quirinale dopo tre anni, alla scadenza del mandato di Giuseppe Saragat. Ma egli mancò l’obbiettivo perché fu eletto Giovanni Leone, che in compenso lo nominò senatore a vita.

Di Fanfani non si può proprio dire che sia mai stato un presidente neutrale del Senato: efficiente di sicuro, con i suoi metodi spesso anche sbrigativi di decidere e sciogliere nodi, ma neutrale no, almeno per le vicende interne al suo partito, la Dc. Un cui congresso nazionale, nel 1973, egli vanificò alla immediata vigilia promuovendo nella residenza ufficiale del presidente del Senato, a Palazzo Giustiniani, una riunione dei capicorrente per prenotare per sé la vicinissima Piazza del Gesù, sede storica della segreteria del suo partito, dove dal 1969 regnava il suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani, e per Mariano Rumor l’altrettanto vicino Palazzo Chigi, dove sedeva Giulio Andreotti. Fu così chiusa definitivamente la parentesi centrista riaperta nel 1972.

Una volta che, estimatore e amico dichiarato di Forlani, gli contestai  quel passaggio sul terrazzo di casa sua, in via Platone, alle pendici di Monte Mario, Fanfani mi guardò strabuzzando gli occhi, come se fossi un marziano. Ma mi regalò lo stesso l’acquerello bellissimo di una Madonna, perfezionato alla mia presenza, che conservo gelosamente, e davanti al quale ogni tanto prego anche per lui. Era, l’aretino, un uomo decisamente formidabile, nei pregi e nei difetti.

Proprio da presidente del Senato, nella terribile primavera del 1978, Fanfani fu l’unica sponda istituzionale che trovarono Aldo Moro, nel tentativo di salvarsi dalle brigate rosse che lo avevano sequestrato, e il presidente della Repubblica Giovanni Leone nel tentativo di graziare uno dei tredici “prigionieri” con i quali i terroristi avevano chiesto di scambiare l’ostaggio. Ma il provvedimento  di clemenza fu vanificato dalla decisione dei brigatisti di anticiparlo ammazzando Moro di prima mattina nel giorno decisivo della riunione della direzione democristiana, dove Fanfani appunto avrebbe dovuto supportare politicamente la scelta autonoma del capo dello Stato.

Quanto lunghe furono le presidenze al Senato di Merzagora e di Fanfani, tanto breve fu, per la durata stessa della legislatura che lo gratificò , quella di Carlo Scognamiglio Pasini, il liberale eletto nel 1994 nelle liste berlusconiane dell’esordiente Forza Italia. E prevalso per un voto al vertice di Palazzo Madama sull’uscente e pallido Giovanni Spadolini.

Ebbene, dopo soli quattro mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi il troppo ottimista Silvio Berlusconi era già alle prese con le impuntature dell’alleato Umberto Bossi, incoraggiato al Quirinale da Oscar Luigi Scalfaro a rompere la coalizione di centrodestra e provocare la crisi. Alla cui soluzione, per un governo di transizione verso elezioni anticipate, il presidente emerito Francesco Cossiga propose a Scalfaro, d’intesa  -si vociferò- con l’interessato, proprio il nome di Scognamiglio per darle un carattere “istituzionale”. Ma Berlusconi, sorpreso e infastidito, preferì spendersi per la successione a favore del “suo” ministro del Tesoro Lamberto Dini, cui tuttavia finì per non dare la fiducia, accordata invece dal Pds-ex Pci e dal Ppi-ex Dc. Scognamiglio avrebbe poi lasciato ugualmente il centrodestra da ex presidente del Senato, nella nuova legislatura, per entrare nel 1998 con un partito improvvisato da Cossiga, sempre lui, come ministro della Difesa nel governo di Massimo D’Alema, succeduto al primo di Romano Prodi.

Se al Senato aveva voluto Scognamiglio, anche a costo di detronizzare Spadolini, al quale poi offrì la presidenza della Mondadori, nel 1994 Berlusconi volle alla presidenza della Camera la giovanissima leghista Irene Pivetti. Che era partita obiettivamente svantaggiata dall’inevitabile  confronto con la donna che l’aveva preceduta  di qualche anno in quella postazione: l’austera e per niente improvvisata Nilde Jotti. Che nel 1985 aveva gelato con un semplice sguardo, in una riunione della direzione comunista, il severo Enrico Berlinguer, imprudentemente avventuratosi in una critica ai limiti da lei imposti all’ostruzionismo praticato dal Pci nella conversione in legge del decreto del governo di Bettino Craxi sui tagli anti-inflazione alla scala mobile dei salari.

La Pivetti esordì contestando un po’ ridicolmente l’abitudine di dare dell’”onorevole” agli eletti dal popolo,  e precedendo l’insofferenza di Bossi verso l’esordiente presidente del Consiglio nell’aula di Montecitorio. Dove la signora gli contestò di essere arrivato, per il discorso programmatico, con un sia pur leggero ritardo. “Alla Scala non sarebbe permesso”, lo bacchettò la Pivetti.

Tornato in maggioranza nel 2001 con la Lega, dalla quale nel frattempo la Pivetti era uscita, e anche in malo modo, Berlusconi volle e insediò alla presidenza della Camera l’alleato Pier Ferdinando Casini, “pierferdi” per gli amici  stretti e “pierfurbi” per gli amici larghi. Tanto furbo, il puledro allevato nella Dc da Toni Bisaglia prima e da Forlani poi,  da non farsi mai condizionare da Berlusconi più di tanto in quella lunga legislatura. E da infliggergli, sia pure per un solo quadrimestre, tra dicembre 2004 e aprile 2005, la pena di una difficile convivenza al governo con Marco Follini come vice presidente del Consiglio.  Che uscì dal centrodestra e dal comune partito ben prima di Casini, approdando in compenso nel Pd o nelle sue liste prima di lui, che nel frattempo ne era uscito mescolando delusione e disincanto, in uno stile inconfondibilmente democristiano. Com’è, del resto, anche quello di Pierferdi, o Pierfurbi.

Tornato brevemente all’opposizione nel 2006, quando alla presidenza della Camera il centrosinistra volle e insediò Fausto Bertinotti, implacabile nel prevedere la fine rapida anche del secondo governo Prodi resistendo al silenzio suggeritogli dagli amici per il suo ruolo istituzionale, Berlusconi preparò la rivincita del 2008 nei minimi dettagli. Fra i quale c’era la promozione di Giancarlo Fini, già suo ministro degli esteri, a presidente della Camera.

Peggio, francamente, non poteva andare per il Cavaliere quella scelta. Pur unito nello stesso partito, il Pdl, qualche mese dopo l’elezione al vertice di Montecitorio Fini già sorprese Berlusconi mandando un messaggio di compiacimento al segretario del Pd Walter Veltroni per un raduno antigovernativo al Circo Massimo. Alle critiche mossegli dai berlusconiani il presidente di Montecitorio rispose di essersi complimentato col capo dell’opposizione solo per l’ordine che aveva saputo garantire alla città di Roma con un evento pur così partecipato, dimenticando che a compiacersene sotto questo profilo sarebbe forse bastato e avanzato il sindaco, peraltro un uomo di destra come Gianni Alemanno. Che invece se n’era astenuto.

Ma quello fu solo l’antipasto. Cui seguirono le pietanze del dissenso pubblico sui temi della giustizia e dell’economia, la sfida di Fini a “cacciarlo”, alla fine accettata dal Cavaliere con un documento di commiato, a dir poco, dal quale il presidente della Camera si sentì autorizzato ad ospitare nel suo ufficio riunioni preparatorie di una mozione di sfiducia al governo. Che solo un intervento a gamba più o meno tesa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, deciso a mettere prima al sicuro l’approvazione della legge finanziaria nei termini ordinari della Costituzione, rimase congelata per alcune settimane. Durante le quali Denis Verdini, allora plenipotenziario di Berlusconi, raccolse fra i gruppi di opposizione un numero di “responsabili” sufficiente a compensare le perdite del centrodestra e a salvare il governo. La cui crisi però fu solo ritardata di meno di un penoso anno.

Neppure la successiva, diciassettesima legislatura fu di rose nei rapporti fra maggioranza e presidenze delle Camere. Al vertice di Montecitorio la vendoliana Laura Boldrini arrivò nella presunzione, o speranza, dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani di allestire un governo “di minoranza e di combattimento” aperto ai grillini. Poi invece arrivarono le cosiddette larghe intese nelle edizioni di Enrico Letta, di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, rispetto alle quali la Boldrini visse,  e fu vissuta, diciamo così, faticosamente.

Decisamente più traumatica fu l’esperienza al Senato, dove Grasso entrò con un gruppo di maggioranza, quello del Pd, uscendone con un altro, di opposizione, ma mantenendo la presidenza dell’assemblea. E lasciando aperta col Pd addirittura una vertenza economica per contributi non versati.

Ora, in questa splendente diciottesima legislatura, quella del “cambiamento”, e della “terza Repubblica” finalmente intestata da Luigi Di Maio ai “cittadini”, dopo la prima e la seconda evidentemente dominata dalle odiate e sfrontate “caste”, abbiamo già il presidente della Camera Roberto Fico in rotta di collisione col suo partito e con la sua maggioranza sul terreno mica secondario dell’immigrazione. E una presidente del Senato, la forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati, in rotta, sia pure dissimulata, col presidente della Camera, e con la maggioranza di governo, sul tema sicuramente minore ma fortemente simbolico della guerra ai vitalizi degli ex parlamentari, o congiunti superstiti, senza distinzioni di età, di reddito e di quant’altro. E già questo basterebbe e avanzerebbe per diffidare del problema promosso a discrimine addirittura fra gli onesti e i disonesti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

I trent’anni (esagerati) di governo annunciati da Salvini a Pontida

             Va bene che i sondaggi hanno portato la Lega al 31 per cento dei voti,  dal 17 e rotti delle elezioni politiche del 4 marzo scorso; va bene che una trentina sono gli anni del suo partito, tra i meno giovani o il più anziano di quelli rappresentati nel Parlamento di questa “terza Repubblica” annunciata dall’alleato grillino; va bene che da Berlino arrivano venti non più favorevoli alla cancelliera Angela Merkel, assediata e minacciata dal ministro omologo di Salvini in Germania; va bene che nella Rai sono in tanti ad inciampare nella corsa per saltare sul Carroccio in tempo per il prossimo turno delle nomine col vecchio sistema lottizzatorio; va bene tutto questo, ma francamente sembrano un po’ esagerati i 30 anni di governo che il leader leghista ha promesso ai 75 mila accorsi a Pontida da ogni parte d’Italia, mai così numerosi dal Sud, per festeggiarlo come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

            Trent’anni sono tanti, diciamo pure troppi in un sistema democratico, dove l’alternanza dovrebbe essere il sale che insaporisce la minestra. E sarebbero trent’anni della sola Lega, visto che l’uomo di maggiore fiducia di Salvini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, presente naturalmente sul palco di Pontida,  diversamente da vecchi frequentatori come Umberto Bossi e Roberto Maroni, non si è mostrato ottimista sulla durata dell’attuale governo “del cambiamento” allestito con i grillini. “Si vedrà”, ha risposto il potente Giorgetti, dopo l’annuncio salviniano del trentennio leghista al potere, a chi gli chiedeva una previsione su quanto potrà resistere l’attuale compagine ministeriale, dove i grillini soffrono visibilmente ogni giorno di più la convivenza con i leghisti.

            Una dimostrazione di questa sofferenza è il ritorno polemico del presidente pentastellato della Camera, Roberto Fico,  sulla gestione del problema degli immigrati da parte del governo, anche dopo che la sua prima sortita contro la chiusura dei porti italiani alle navi dei soccorsi privati e stranieri nelle acque persino libiche era stata liquidata come posizione “personale”  dal vice presidente del Consiglio, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e “capo” del Movimento Luigi Di Maio.

            Il sospetto che si comincia ad avere, fuori e dentro la Lega, è che quella di Fico sia o possa diventare anche la foglia di Beppe Grillo, ad uno starnuto del quale il partito di cui  il comico genovese è il “garante”, “l’elevato” e quant’altro, non potrebbe restare indifferente.

            Se l’alleanza temporanea con i grillini, imposta dal risultato insufficiente delle elezioni politiche di marzo e dalla paura, prevalsa nella lunga crisi, di affrontare subito un ritorno anticipato alle urne, dovesse fallire o infrangersi contro la verifica che sarà costituita dalle elezioni europee della primavera dell’anno prossimo, Salvini sa sin d’ora di avere un’uscita di sicurezza. Che sarebbe la riattivazione dell’alleanza di centrodestra, ora ridotta solo a livello locale: un centrodestra naturalmente a trazione saldamente leghista, e “sovranista”, a dispetto di tutte le puntualizzazioni e lettere aperte di Silvio Berlusconi al Corriere della Sera o altri giornali, a cominciare naturalmente da quello di famiglia.

            La riattivazione del centrodestra potrebbe avvenire dopo elezioni anticipate, ma anche senza, vista la crisi in cui si trova nell’attuale Parlamento quello che era il centrosinistra ed è ora una nebulosa, per quanto osservata con ottimismo nel Pd dal fratello del commissario Montalbano, e governatore della regione Lazio.

Grande è la confusione sotto le cinque stelle, insegna Mao agli antigrillini…

            Prima ancora di Matteo Salvini, in partenza peraltro per l’annuale raduno leghista a Pontida, ospiti stavolta i governatori regionali degli alleati di centrodestra, come per sottolineare la provvisorietà dell’alleanza con i grillini a livello nazionale, è stato dunque Luigi Di Maio a polemizzare col suo collega di partito Roberto Fico. Che da dichiarata e compiaciuta “terza carica dello Stato” aveva appena espresso fra i migranti a Pozzallo, vestito un po’ come loro, il suo dissenso dalla linea e condotta del governo in materia di immigrazione.

            “Io i porti non li chiuderei”, aveva detto il presidente pentastellato della Camera, grato alle organizzazioni di volontariato e alle loro navi per l’attività nelle acque del Mediterraneo, ma in particolare in quelle libiche, dove hanno a lungo raccolto i disperati imbarcati dai trafficanti su mezzi di fortuna -per chi ne ricava danaro- e raccolti in tempo per non finire annegati a poca distanza dalle coste di partenza. E per essere invece trasportati e scaricati tutti e solo in Italia, sino a quando questo automatismo non si è interrotto.

           Schermata 2018-07-01 alle 06.52.50.jpg “Parla a titolo personale”, ha commentato per conto del proprio partito e del governo il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, dopo avere chiamato l’amico Fico per protestare, e senza avere avuto bisogno di consultare prima Beppe Grillo o Giuseppe Conte. “A porti in faccia”, ha titolato con la solita efficacia su tutta la prima pagina il manifesto. E lui, Fico, zitto e mosca, per niente imbarazzato. Quello che aveva voluto dire l’aveva detto. E tanto bastava, dopo avere peraltro già dato segnali di dissenso, disagio, insofferenza e quant’altro, da uomo di sinistra quale si è sempre sentito, e proprio per questo scartato da Grillo nel momento della scelta, o designazione,  del capo formale del movimento.

            Salvini, in partenza- ripeto- per la sua domenica sui prati di Pontida, stavolta meno verdi o più blu del solito, molto più dell’azzurro dell’ormai sorpassata, anzi surclassata Forza Italia, si è limitato ad aggiungere alla smentita o precisazione del suo pari grado a Palazzo Chigi la magnanima assicurazione di non volere assimilare ad “una caserma” l’attuale condominio di governo gialloverde, o giallo blu. Fatta da lui, non è un’assicurazione o una concessione da poco. Per cui Fico potrà anche continuare a dissentire. Nessun leghista ne chiederà o auspicherà le dimissioni dal vertice di Montecitorio. Tanto, le decisioni le prende chi sta al governo. E il presidente della Camera ne è appunto fuori. Ciao ciao, o un ciaone, si è trattenuto dal concludere il leader leghista, abituato a chiudere così le sue polemiche col dissenziente o oppositore di turno.

            Mao è morto da tempo, ma un motto gli è sopravvissuto più di tutti: “Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”. Il cielo, in questo caso, si è ridotto a cinque stelle, ma gli avversari dei grillini  possono per una volta sentirsi cinesi, e forse sperare.

 

 

 

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Il sondaggio “pro-casta” in cui sono inciampati rovinosamente i grillini

            A scuola di giornalismo, che ai miei tempi si faceva solo con la pratica in redazione, si insegnava che fa notizia il morso non del cane all’uomo ma dell’uomo al cane. Ebbene, i grillini hanno voluto cambiare anche questo riuscendovi con successo, visto che i giornali -con due sole, lodevoli eccezioni, come vedremo, per quanto condite di una ironia forse eccessiva- hanno espulso dalle prime pagine il clamoroso incidente in cui sono incorsi i pentastellati nella loro offensiva volutamente e orgogliosamente “spietata” contro i vitalizi degli ex parlamentari. Alle cui proteste il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio ha reagito definendole una provocazione, di cui dovrebbero vergognarsi. Il presidente della Camera Roberto Fico, grillino pure lui, che guida l’operazione dei tagli con una delibera predisposta per il voto finale, ha invece sfidato i protestatari a prendersela direttamente e solamente con lui, chiedendogli in giudizio anche i danni senza il timore di scontrarsi con la sua immunità parlamentare. Alla quale egli ha promesso di rinunciare, al bisogno.

           Schermata 2018-06-30 alle 06.35.12.jpg Tanta sicurezza e spavalderia nascevano -al passato- dalla certezza di avere alle spalle la grande maggioranza dell’opinione pubblica: grandissima fra i grillini, non a caso invitati a partecipare al solito sondaggio annunciato sulla pagina Facebook del Movimento delle 5 stelle. E organizzato graficamente contrapponendo la foto di Roberto Fico –“bello come un cherubino”, ha scherzato Mattia Feltri sulla Stampa e sul Secolo XIX nella sua felice rubrica quotidiana del Buongiorno- alla combinazione di quelle di Fausto Bertinotti, Massimo D’Alema, Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita, “brutti come il demonio”, ha scritto sempre il mio amico Mattia. Che ha poi scomodato le figure del processo più famoso nella storia umana, Gesù e Barabba, per sostenere che ancora una volta ha vinto Barabba, visto che -udite, udite- il demonio è prevalso sul cherubino anche fra i grillini col 62 per cento contro il 38.

            Il Foglio.jpgPur conforme all’epilogo di quell’altro processo, il risultato del sondaggio è apparso a Mattia Feltri – ed anche a Maurizio Crippa, che ne ha scritto sul Foglio, si spera senza rischio di licenziamento, visti gli umori del suo nuovo editore- talmente incredibile da poter essere spiegato solo come uno scherzo, un’esplosione di “goliardia” sotto le cinque stelle.

            I vertici grillini tuttavia non ci hanno riso sopra per niente. E vi hanno reagito alla loro solita, scontatissima maniera: Che è la censura, per cui il sondaggio è stato rimosso dal loro sito e sepolto in una bara digitale, con la complicità quasi generale dei giornali, dove la notizia è stata o ignorata o minimizzata, liquidata fra le curiosità amene.

            Brutti tempi per la libera informazione, oltre che per gli ex parlamentari naturalmente, almeno per coloro che hanno avuto la sfortuna di chiudere la loro esperienza alla Camera, visto che per quelli scesi dalla vettura del Senato, alla loro ultima corsa da onorevoli, qualche speranza di salvarsi o di ridurre il danno c’è grazie ai dubbi espressi in materia di tagli dalla presidente dell’assemblea Maria Elisabetta Alberti Casellati. “La Madonna dei privilegi”, la chiamano già i grillini pentendosi di avere contribuito alla sua elezione al vertice di Palazzo Madama all’inizio della legislatura per pagare pegno a Matteo Salvini, dopo avere esaurito tutte le loro munizioni politiche contro la candidatura, anch’essa berlusconiana, di Paolo Romani.

Il festoso ritorno di Beppe Grillo a Roma, tra i suoi amici e i loro guai

           Più guardo la foto di Beppe Grillo allegramente a pranzo col presidente della Camera Roberto Fico e con la sindaca di Roma Virginia Raggi, sul terrazzo dell’albergo romano che lo ospita con vista mozzafiato sui fori, più si allontanano gli occhi e la mente dalle notizie sul vertice europeo, sulle navi con i migranti messe in riga da Matteo Salvini, sul marasma nel Pd e in Forza Italia, su Silvio Berlusconi che torna a far battere il cuore all’amico Vittorio Feltri, smanioso su Lbero di vedere il Cavaliere risorgere dalla morte politica dopo averla più volte sconsolatamente annunciata, e più mi chiedo su cosa abbiano avuto e abbiano tanto da ridere i tre commensali a cinque stelle.

            Il comico fondatore e garante del movimento arrivato al vertice almeno formale del governo, al netto dello spazio che quotidianamente il vice presidente leghista del Consiglio toglie al presidente Giuseppe Conte e all’altro vice presidente, il grillino Luigi Di Maio, è talmente sul pallone di fronte a ciò che succede da scommettere adesso persino su un Senato da eleggere con i dadi, a sorte. E ciò forse solo perchè quello eletto il 4 marzo scorso e finito, fra le distrazioni dello stesso Grillo, sotto la presidenza di una berlusconiana di ferro come Maria Elisabetta Alberti Casellati, resiste al tipo di guerra ai vitalizi degli ex parlamentari condotta dal presidente della Camera. Che ride lo stesso e, giocando con i propri “privilegi” più disinvoltamente di quanto contesti quelli degli altri, dà un passaggio o addirittura, secondo altre versioni, distrae dal suo servizio di scorta un’auto per metterla a disposizione di Grillo. Che, forse in mancanza di taxi, vi salta sopra per farsi trasportare, con la fretta dovuta e col fresco dell’aria condizionata,  al  Ministero della Giustizia. Dove lo attende con l’ansia dovuta il guardasigilli a cinque stelle per riceverne non so se più scherzi o consigli. 

            Non parlo poi di quel sorriso fuori ordinanza, sempre  a tavola, del sindaco francamente e politicamente più dissestato d’Italia, la Raggi. Che è allegra nonostante proprio in quelle ore il costruttore romano Luca Parnasi, arrestato a Milano per associazione a delinquere e tradotto a Rebibbia, sta sommergendo i pubblici ministeri di notizie dalle quali il Campidoglio esce ancora più malconcio di prima.

            Non è detto che proprio dopo e a causa delle quasi dodici ore di interrogatorio di Parnasi, in due riprese, i pubblici ministeri non avvertano il bisogno di convocare per la terza volta la sindaca di Roma in Procura e farsi spiegare meglio il tipo di rapporti svoltisi  fra l’amministrazione capitolina e l’avvocato genovese Luca Lanzalone. Che notoriamente è finito agli arresti domiciliari, e dimissionato da presidente dell’Acea, nell’ambito delle stesse indagini sul costruttore interessato, diciamo così, al progetto dello stadio romanista a Tor di Valle. E dichiaratamente abituato, per quello stadio e per tutti gli altri suoi affari, a “pagare tutti”.

            Ripeto: di che cosa avevano tanto da ridere quei tre a tavola sul terrazzo dell’albergo a due passi dal Campidoglio? A saperlo.

C’è un posto per Nino Di Matteo al Ministero della Giustizia, o dintorni

            Intervistato da Giovanni Bianconi, per il  Corriere della Sera, il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede ha rivelato di avere “progetti di collaborazione tra il Ministero e magistrati antimafia, tra i quali il dottor Di Matteo, se lui ovviamente sarà d’accordo”.

            Nei piani alti del Movimento delle 5 Stelle, dove risiede metaforicamente anche il guardasigilli, non si sono quindi dimenticati degli apprezzamenti più volti rivolti a Nino Di Matteo, il pubblico ministero subentrato ad Antonio Ingroia come simbolo dell’accusa nella lunghissima vicenda processuale della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi. Una vicenda processuale tutt’altro che conclusa, perché di recente è stato tagliato solo il primo dei tre traguardi con la condanna di quasi tutti gli imputati, compreso qualcuno già assolto in altre sedi per gli stessi fatti, o quasi.

            Candidato sui giornali -prima delle elezioni del 4 marzo, e specie dopo un suo applauditissimo discorso ad un convegno grillino a Ivrea-  al posto di governo andato invece al deputato e avvocato Bonafede, suo dichiarato estimatore, Di Matteo potrà quindi collaborare in altra veste col Ministero della Giustizia, se lo vorrà. Vedremo in che modo. E non sarà certo né il primo, né l’ultimo magistrato chiamato a dare una mano ad un guardasigilli e, di fatto, al governo di cui questi fa parte.

            Il precedente più illustre, nel suo campo, è quello del compianto Giovanni Falcone. Che per avere accettato la nomina a direttore generale degli affari penali in via Arenula, patrocinata dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, predisposta al Ministero della Giustizia da Giuliano Vassalli prima di traslocare alla Corte Costituzionale e infine offertagli dal successore Claudio Martelli, si procurò altri sospetti e invidie fra i colleghi. Ma ancor più rovinosamente, per i guai che avrebbe potuto procurarle anche nelle nuove funzioni, si procurò la condanna della mafia a morte, eseguita con l’attentato di Capaci del 23 maggio 1992.

            Di Matteo, che anche per questo precedente, e per la sorte riservata in quello stesso anno dalla mafia a Paolo Borsellino, è il magistrato più protetto in Italia, ha sinora investito involontariamente la sua notorietà in una collezione di cittadinanze onorarie. Ne ha raccolte 24 in tre anni, fra il 2014 e il 2017, a Palagonia, in provincia di Catania, a Modena, Messina, Gubbio, Rivoli, Rozzano, Torino, Pescara, Bologna, Spoltore, Chieti, Montesilvano, Caselle Torinese, Lacchiarella, Milano, Trapani, Livorno, Reggio Emilia, Corciano, Grosseto, Venaria Reale, Pinerolo, Locate di Triulzi e Roma. L’elenco è in ordine rigorosamente cronologico. E potrebbe essere incompleto se dopo la cerimonia capitolina del 25 luglio dell’anno scorso ne fossero seguite di nuove altrove.

            Nella stessa intervista al Corriere della Sera Bonafede ha confermato la decisione di assumere una iniziativa legislativa per chiudere finalmente quella porta girevole che ha consentito per troppi anni ai magistrati di prendere l’aspettativa per fare politica, candidandosi alla Camera e al Senato, ma anche -direi- alle amministrazioni locali di ogni tipo e livello, e poi tornare a fare i pubblici ministeri e i giudici. E magari inquisire o condannare ormai ex avversari politici, ma ex in senso solo temporale.

            C’è tuttavia da chiedersi se la tutela dell’imparzialità e credibilità di un magistrato, cui certamente si ispira il lodevole divieto progettato da Bonafede di tornare a svolgere funzioni requirenti o giudicanti dopo un’esperienza politica, non debba valere anche quando una toga viene dismessa per incarichi parapolitici. Quali sono quelli che consentono a un magistrato di affiancare un ministro e il suo governo. E’ ciò che il povero Falcone -ed era Falcone- si sentì dire, e non solo sussurrare, dai colleghi quando, anche per sottrarsi alle loro invidie, accettò di andare a lavorare al Ministero della Giustizia dell’ultimo governo di Giulio Andreotti. E temo che quelli gliel’avrebbero fatta pagare anche se fosse riuscito a sopravvivere a Capaci.

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