Il festoso ritorno di Beppe Grillo a Roma, tra i suoi amici e i loro guai

           Più guardo la foto di Beppe Grillo allegramente a pranzo col presidente della Camera Roberto Fico e con la sindaca di Roma Virginia Raggi, sul terrazzo dell’albergo romano che lo ospita con vista mozzafiato sui fori, più si allontanano gli occhi e la mente dalle notizie sul vertice europeo, sulle navi con i migranti messe in riga da Matteo Salvini, sul marasma nel Pd e in Forza Italia, su Silvio Berlusconi che torna a far battere il cuore all’amico Vittorio Feltri, smanioso su Lbero di vedere il Cavaliere risorgere dalla morte politica dopo averla più volte sconsolatamente annunciata, e più mi chiedo su cosa abbiano avuto e abbiano tanto da ridere i tre commensali a cinque stelle.

            Il comico fondatore e garante del movimento arrivato al vertice almeno formale del governo, al netto dello spazio che quotidianamente il vice presidente leghista del Consiglio toglie al presidente Giuseppe Conte e all’altro vice presidente, il grillino Luigi Di Maio, è talmente sul pallone di fronte a ciò che succede da scommettere adesso persino su un Senato da eleggere con i dadi, a sorte. E ciò forse solo perchè quello eletto il 4 marzo scorso e finito, fra le distrazioni dello stesso Grillo, sotto la presidenza di una berlusconiana di ferro come Maria Elisabetta Alberti Casellati, resiste al tipo di guerra ai vitalizi degli ex parlamentari condotta dal presidente della Camera. Che ride lo stesso e, giocando con i propri “privilegi” più disinvoltamente di quanto contesti quelli degli altri, dà un passaggio o addirittura, secondo altre versioni, distrae dal suo servizio di scorta un’auto per metterla a disposizione di Grillo. Che, forse in mancanza di taxi, vi salta sopra per farsi trasportare, con la fretta dovuta e col fresco dell’aria condizionata,  al  Ministero della Giustizia. Dove lo attende con l’ansia dovuta il guardasigilli a cinque stelle per riceverne non so se più scherzi o consigli. 

            Non parlo poi di quel sorriso fuori ordinanza, sempre  a tavola, del sindaco francamente e politicamente più dissestato d’Italia, la Raggi. Che è allegra nonostante proprio in quelle ore il costruttore romano Luca Parnasi, arrestato a Milano per associazione a delinquere e tradotto a Rebibbia, sta sommergendo i pubblici ministeri di notizie dalle quali il Campidoglio esce ancora più malconcio di prima.

            Non è detto che proprio dopo e a causa delle quasi dodici ore di interrogatorio di Parnasi, in due riprese, i pubblici ministeri non avvertano il bisogno di convocare per la terza volta la sindaca di Roma in Procura e farsi spiegare meglio il tipo di rapporti svoltisi  fra l’amministrazione capitolina e l’avvocato genovese Luca Lanzalone. Che notoriamente è finito agli arresti domiciliari, e dimissionato da presidente dell’Acea, nell’ambito delle stesse indagini sul costruttore interessato, diciamo così, al progetto dello stadio romanista a Tor di Valle. E dichiaratamente abituato, per quello stadio e per tutti gli altri suoi affari, a “pagare tutti”.

            Ripeto: di che cosa avevano tanto da ridere quei tre a tavola sul terrazzo dell’albergo a due passi dal Campidoglio? A saperlo.

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