C’è un posto per Nino Di Matteo al Ministero della Giustizia, o dintorni

            Intervistato da Giovanni Bianconi, per il  Corriere della Sera, il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede ha rivelato di avere “progetti di collaborazione tra il Ministero e magistrati antimafia, tra i quali il dottor Di Matteo, se lui ovviamente sarà d’accordo”.

            Nei piani alti del Movimento delle 5 Stelle, dove risiede metaforicamente anche il guardasigilli, non si sono quindi dimenticati degli apprezzamenti più volti rivolti a Nino Di Matteo, il pubblico ministero subentrato ad Antonio Ingroia come simbolo dell’accusa nella lunghissima vicenda processuale della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi. Una vicenda processuale tutt’altro che conclusa, perché di recente è stato tagliato solo il primo dei tre traguardi con la condanna di quasi tutti gli imputati, compreso qualcuno già assolto in altre sedi per gli stessi fatti, o quasi.

            Candidato sui giornali -prima delle elezioni del 4 marzo, e specie dopo un suo applauditissimo discorso ad un convegno grillino a Ivrea-  al posto di governo andato invece al deputato e avvocato Bonafede, suo dichiarato estimatore, Di Matteo potrà quindi collaborare in altra veste col Ministero della Giustizia, se lo vorrà. Vedremo in che modo. E non sarà certo né il primo, né l’ultimo magistrato chiamato a dare una mano ad un guardasigilli e, di fatto, al governo di cui questi fa parte.

            Il precedente più illustre, nel suo campo, è quello del compianto Giovanni Falcone. Che per avere accettato la nomina a direttore generale degli affari penali in via Arenula, patrocinata dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, predisposta al Ministero della Giustizia da Giuliano Vassalli prima di traslocare alla Corte Costituzionale e infine offertagli dal successore Claudio Martelli, si procurò altri sospetti e invidie fra i colleghi. Ma ancor più rovinosamente, per i guai che avrebbe potuto procurarle anche nelle nuove funzioni, si procurò la condanna della mafia a morte, eseguita con l’attentato di Capaci del 23 maggio 1992.

            Di Matteo, che anche per questo precedente, e per la sorte riservata in quello stesso anno dalla mafia a Paolo Borsellino, è il magistrato più protetto in Italia, ha sinora investito involontariamente la sua notorietà in una collezione di cittadinanze onorarie. Ne ha raccolte 24 in tre anni, fra il 2014 e il 2017, a Palagonia, in provincia di Catania, a Modena, Messina, Gubbio, Rivoli, Rozzano, Torino, Pescara, Bologna, Spoltore, Chieti, Montesilvano, Caselle Torinese, Lacchiarella, Milano, Trapani, Livorno, Reggio Emilia, Corciano, Grosseto, Venaria Reale, Pinerolo, Locate di Triulzi e Roma. L’elenco è in ordine rigorosamente cronologico. E potrebbe essere incompleto se dopo la cerimonia capitolina del 25 luglio dell’anno scorso ne fossero seguite di nuove altrove.

            Nella stessa intervista al Corriere della Sera Bonafede ha confermato la decisione di assumere una iniziativa legislativa per chiudere finalmente quella porta girevole che ha consentito per troppi anni ai magistrati di prendere l’aspettativa per fare politica, candidandosi alla Camera e al Senato, ma anche -direi- alle amministrazioni locali di ogni tipo e livello, e poi tornare a fare i pubblici ministeri e i giudici. E magari inquisire o condannare ormai ex avversari politici, ma ex in senso solo temporale.

            C’è tuttavia da chiedersi se la tutela dell’imparzialità e credibilità di un magistrato, cui certamente si ispira il lodevole divieto progettato da Bonafede di tornare a svolgere funzioni requirenti o giudicanti dopo un’esperienza politica, non debba valere anche quando una toga viene dismessa per incarichi parapolitici. Quali sono quelli che consentono a un magistrato di affiancare un ministro e il suo governo. E’ ciò che il povero Falcone -ed era Falcone- si sentì dire, e non solo sussurrare, dai colleghi quando, anche per sottrarsi alle loro invidie, accettò di andare a lavorare al Ministero della Giustizia dell’ultimo governo di Giulio Andreotti. E temo che quelli gliel’avrebbero fatta pagare anche se fosse riuscito a sopravvivere a Capaci.

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