Le praterie elettorali lasciate a Salvini da tutto il Pd, eccetto Minniti

Sembrava una battuta felice quella fatta da Paolo Gentiloni dopo il primo turno delle elezioni comunali di questo 2018, quando l’ex presidente del Consiglio commentò la vitalità espressa dal Pd parafrasando il famoso scrittore americano Mark Twain. Che nel 1897 con l’umore che lo distingueva liquidò come “esagerata” la notizia della sua morte, sopraggiunta in effetti nel 1910, dopo 13 anni, e all’età di 75: tanti a quell’epoca, mica come adesso.

I ballottaggi di domenica scorsa, particolarmente quelli che hanno assegnato al centrodestra città storicamente di sinistra come le toscane Massa, Pisa e Siena, in ordine alfabetico, e l’emiliana Imola, hanno ributtato il Pd nelle cateratte dei risultati delle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Dalle quali Matteo Renzi cercò di tirarsi fuori da solo dimettendosi da segretario per fare, a parole, il semplice “senatore di Scandicci”. Un senatore abbastanza attento e influente, però, da far poi saltare con una semplice intervista televisiva, prima  ancora che cominciassero, le trattative di governo fra i grillini e il suo partito in qualche modo prenotate con l’esplorazione affidata, nel secondo passaggio della crisi, dal capo dello Stato Sergio Mattarella al giovane presidente pentastellato della Camera Riccardo Fico.

La perdurante influenza di Renzi nel Pd è stata naturalmente indicata dai suoi avversari come la principale, se non unica, ragione dei cattivi risultati di domenica scorsa, anche se l’ex segretario ha  prudentemente evitato di esporsi nella propria regione, dove le delusioni sono state maggiori, come in sua difesa ha osservato Fabio Martini navigando in internet. Infatti a scongiurare la vittoria del centrodestra a Pisa, per esempio, non è bastato neppure che a chiudere la campagna elettorale fossero accorsi da fuori Gentiloni e Walter Veltroni.

Si continua a perdere anche senza Renzi, ha gridato il renzianissimo Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, come per tappare la bocca ai nemici dell’amico: sia a quelli giù usciti dal partito e che ora un po’ se la godono, consolandosi del fiasco del movimento improvvisato con la loro scissione, sia quelli che vi sono rimasti e ritengono di potere fare chissà cosa e quanto per rianimare, rifondare e altro ancora la formazione nata solo 11 anni fa unificando  soprattutto ciò che restava del Pci e della Dc.  “A vocazione maggioritaria”, assicurò il primo segretario Veltroni chiudendo la porta ai vecchi alleati a sinistra ma contraddicendosi l’anno dopo con la decisione di apparentarsi alle elezioni politiche anticipate con Antonio Di Pietro. Che  col suo giustizialismo si sarebbe rivelato, com’era facile immaginare, ancora più destabilizzante della sinistra radicale nei riguardi della linea del Pd, irrigiditasi con la manifestazione del Circo Massimo a tal punto da buttare alle ortiche ogni proposito di partecipare a nuovi processi riformatori sul piano costituzionale. Eppure quella strada era stata era stata ventilata in campagna elettorale dallo stesso Veltroni in caso di sconfitta sul terreno del governo. Dove tornò a vincere, sia pure per l’ultima volta, Silvio Berlusconi.

I tentativi in corso nel Pd di dare una paternità alle indubbie sconfitte del 4 marzo e del 25 giugno mi sembrano francamente patetici, da asilo Mariuccia.  Se vi è una cosa per la quale vale ancora il motto latino della mater  semper certa e pater incertus, pur con tutte le diavolerie scientifiche  che sembrano adesso smentirlo, essa è la sconfitta di una formazione politica. Le responsabilità in questo caso sono sempre collettive, specie quando si tratta di un partito, come il Pd, morto o morente che sia, secondo le rappresentazioni anche interne. Esso è tra i pochi ad essere stato retto e a reggersi ancora con quello che la Costituzione chiama “metodo democratico”. Grillini, leghisti, forzisti, fratelli e sorelle d’Italia, liberi e uguali o disuguali, e via scorrendo l’elenco delle forze in campo, se lo sognano francamente il dibattito o confronto possibile nel Pd. Chi lo nega è semplicemente un disonesto. E chiedo scusa a chiunque possa riconoscersi in questa definizione, per quanto meritata. Ma quando ci vuole, ci vuole.

Il terreno politico su cui più si è esposto e ha perduto il Pd, smarrendo la percezione degli umori dell’elettorato, e regalando le classiche praterie alla Lega di Matteo Salvini, ma anche ai grillini, è quello dell’immigrazione. Il “capitano” padano, che come vice presidente del  Consiglio e ministro dell’Interno sovrasta abbondantemente ogni giorno sul presidente del Consiglio di designazione grillina Giuseppe Conte,  vi starà pure facendo troppa cresta esagerando nei modi e nei tempi, ma è difficile, se non impossibile, negare che lo spazio in cui si sta muovendo gli sia stato dato dal Pd.

Nel partito ancora retto da Renzi, e nel governo guidato da Gentiloni, il più avvertito sullo spinoso tema dell’’immigrazione è stato Marco Minniti. Che l’anno scorso interruppe un viaggio intrapreso verso gli Stati Uniti come ministro dell’Interno per tornare al Viminale e fronteggiare personalmente l’emergenza degli sbarchi scoppiata sulle coste italiane, avvertendo e denunciando rischi per la tenuta della stessa democrazia in Italia. Ebbene, al ritorno al Viminale e nei giorni, settimane e mesi successivi i maggiori problemi politici a Minniti li crearono i compagni o amici di partito. Che prima storsero il muso per la sua decisione di andare a trattare in Libia con i capi delle tribù che davvero controllano quel paese devastato, e il traffico di carne umana che vi si svolge gestendo la fuga di tanti disperati dalle guerre e dalla fame dai paesi confinanti al sud. Poi, quando Minniti,  contenuto in qualche modo quel fenomeno, cercò di raddrizzare e regolare davvero i soccorsi marini per il traffico, sempre di carne umana, che ancora si svolgeva, dovette fare i conti con i suoi critici e fermarsi.

Fu il collega di partito e di governo Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, da cui dipende la Guardia Costiera, a bollare come un’eresia politica, oltre che cristiana, la sola ipotesi del blocco dei porti italiani ventilata da Minniti non certo per il gusto sadico di vedere i naufraghi affogare o morire di stenti sulle navi che li avevano raccolti già in acque libiche, abbandonati apposta dagli schiavisti, ma solo per non lasciare carta bianca a organizzazioni non governative che per il loro stesso modo di chiamarsi non possono averla. In quel momento il ministro dell’Interno perse potere contrattuale e dovette ripiegare su compromessi che sono adesso arrivati come i nodi al pettine. Ma al pettine di Salvini, che lo usa rispondendo con la solita spregiudicatezza alle paure della gente comune: “paure largamente maggioritarie nell’elettorato”, ha scritto sulla Stampa un editorialista non certo sospettabile di simpatie leghiste come Federico Geremicca.

Il Pd paga ora anche l’imprudenza del suo presidente Matteo Orfini, che commentò la sconfitta elettorale del 4 marzo lamentando, come unica o maggiore colpa della sua parte politica, “la lettura di destra” dei fenomeno migratorio permessa -ma si è visto con quali e quanti limiti- all’allora ministro uscente dell’Interno Minniti. E’ proprio vero che Dio acceca coloro che vuole perdere, anche se a ricordarlo fu polemicamente a Renzi  il vecchio Ciriaco De Mita nella campagna referendaria del 2016 sulla riforma costituzionale.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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