In attesa del pranzo di Silvio Berlusconi col ritrovato Claudio Scajola

            Il governatore forzista della Liguria Giovanni Toti deve esserci rimasto maluccio a leggere sul Secolo XIX il contenuto della telefonata fatta da Silvio Berlusconi a Claudio Scajola per complimentarsi dell’elezione a sindaco di Imperia. Che è avvenuta nel ballottaggio del 24 giugno contro il candidato del centrodestra voluto da Toti e da Matteo Salvini: il geometra Luca Lanteri. Al quale naturalmente Berlusconi non ha fatto alcuna telefonata di consolazione, per quanto l’ex presidente del Consiglio nella preparazione delle liste avesse lasciato che Toti, suo ex consigliere politico, conferisse solo a lui il diritto di candidarsi col simbolo di Forza Italia, per cui Scajola dovette ripiegare su una combinazione di liste civiche.

             “Sono felicissimo”, ha detto Berlusconi all’ex ministro ed ex coordinatore nazionale del partito garantendogli di avere “seguito tutto”, e non condiviso evidentemente la gestione della vicenda d’Imperia, ma anche di altri Comuni vicini, da parte di Toti.

            “Sarei voluto venire io ad aiutarti ma te la sei cavata da solo benissimo”, ha aggiunto Berlusconi non condividendo evidentemente neppure l’altezzoso commento di Toti all’elezione di Scajola a sindaco, avvenuta “per soli 600 voti” di scarto sul concorrente. Che sembrano pochi solo se si omette di ricordare che l’ex ministro ha avuto 8.136 voti e l’altro 7.494, e che la percentuale dell’uno è stata il 52,1 e dell’altro il 47,9. Se fosse accaduto il contrario, Toti avrebbe considerato quei 600 voti un successone.

            Ma il bello della telefonata di Berlusconi è nel finale: “Ti vengo a trovare e pranziamo insieme”, lui e Scajola, non certo col governatore ancora forzista della regione. Che potrà magari informarsi del contenuto della conversazione a tavola leggendo un’altra intervista dell’inutilmente da lui osteggiato sindaco di Imperia, considerato impietosamente “una malattia” per il suo partito a causa di vicende processuali chiuse senza una condanna, a cominciare da quella sulla casa con vista sul Colosseo acquistata “a sua insaputa” col contributo di un imprenditore amico. Forse Toti sotto sotto condivide la convinzione del magistrato Piercamillo Davigo che l’assolto sia solo un imputato riuscito a farla franca.

            Prodigo di particolari sulla telefonata di Berlusconi, con la precisione di un resocontista ex parlamentare, Scajola nulla ha voluto rivelare delle chiamate di Antonio Tajani, Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Licia Ronzulli e di chissà quanti altri, fra i quali presumo anche Fedele Confalonieri. Che lo aveva chiamato, felice come una Pasqua, già all’indomani del primo turno delle elezioni comunali, 15 giorni prima.

            Potrebbe avere conseguenze politiche scomode, a dir poco, per Toti e per la visione ch’egli ha dei rapporti con la Lega il ripristino a tutto tondo dei rapporti fra Berlusconi e il suo ex ministro, offertosi come “consulente” per la riorganizzazione e il rilancio di Forza Italia e, più in generale, del centrodestra. Che il sindaco di Imperia considera spazzato praticamente via dai risultati delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, col sorpasso dei leghisti e con quel che ne è seguito a livello di governo, per cui “si vede la destra, ma non il centro” della vecchia coalizione.

            Si sprecano in questi giorni in Forza Italia gli appelli a Berlusconi per una ripresa d’iniziativa: per esempio, dall’ormai ex parlamentare Antonio Martino e dal giovane deputato Andrea Ruggieri, abbandonatosi a espressioni che forse hanno messo in imbarazzo il pur vanitoso Cavaliere. “Ti chiediamo -gli ha scritto in una lettera aperta sul Foglio- di essere quello che sei: il migliore di noi, il più rivoluzionario e innovativo, anche se in doppiopetto”, a volte indossato però su orrende magliette, troppo giovanilistiche per i suoi anni.

            Impietosa invece è l’analisi di Forza Italia e dello stesso Berlusconi fatta dall’ex ministro Giuliano Urbani, che a suo tempo fu tra i più impegnati a convincere l’allora presidente della Fininvest, dopo avere inutilmente bussato alla porta di Gianni Agnelli, a creare il famoso “partito liberale di massa” per occupare il vuoto lasciato dai vecchi partiti di governo travolti dall’uragano giudiziario di Tangentopoli. “Nella politica di oggi -ha detto il disincantato Urbani- non c’è più posto per Forza Italia”, e neppure per il Cavaliere, che nel suo partito “cerca di far fuoco, ma la sua legna è bagnata”, non solo dall’acqua dei suoi quasi 82 anni.

            Berlusconi, secondo Urbani, “ha sempre concepito la sua realtà politica vocata al pieno supporto di se stesso”, ma “le persone sono pronte magari a morire per Danzica, non per lui”.

           Non credo che Urbani abbia telefonato al nuovo, anzi al ritrovato sindaco di Imperia, tornato al suo posto a distanza di più di trent’anni dalla prima volta, ai tempi della Dc.      

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