Processo ai responsabili della morte prematura del Partito Democratico

            Se non fosse ispirata a quell’ossessione antirenziana che distingue Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, si potrebbe accettare per buona, e persino felice nella sua natura sarcastica, la vignetta di Mario Natangelo sulla fine del Pd. Che viene raffigurato come un contenitore rovesciato  e ormai vuoto di popcorn, l’ultimo dei quali fuoriuscito dopo il disastro dei ballottaggi comunali. Nei quali il partito fondato solo undici anni fa con l’ambiziosa vocazione maggioritaria proclamata dal suo primo segretario, Walter Veltroni, ha pianto anche in regioni rosse come la Toscana, l’Emilia-Romagna e l’Umbria.

            Non è certamente bello morire, o comunque agonizzare, a soli undici anni con i cromosomi ereditati dai due maggiori partiti della cosiddetta prima Repubblica:  la Dc e il Pci, sopravvissuti con nomi diversi al crollo giudiziario e poi elettorale del sistema politico nato con la Costituzione del 1947 e le elezioni del 18 aprile 1948.

            Dove inciampa la vignetta di Natangelo è proprio nell’immagine del popcorn ormai attribuita a Renzi per il proposito da sfida del segretario del Pd uscito sconfitto dalle urne del 4 marzo scorso di godersi lo spettacolo, da cinema o da stadio, del Paese guidato dai “vincitori” pentaleghisti. Al cui governo in carica, a trazione mediatica più leghista che pentastellata, Renzi ha sicuramente dato un contributo -come gli rinfacciano ogni giorno al Fatto Quotidiano– impedendo da ex segretario ancora influente la trattativa fra i grillini e il Pd. Che era stata messa in cantiere con l’esplorazione affidata durante la crisi dal capo dello Stato Sergio Mattarella al presidente della Camera Roberto Fico.

            Quell’ultimo popcorn disegnato da Natangelo sarebbe tuttavia disonesto attribuirlo a Renzi. E non perché il Pd ha continuato a perdere voti anche dopo Renzi, col reggente che ne ha preso il posto, come i renziani hanno detto cercando di consolarsi, ma perché già con l’ex presidente del Consiglio ancora segretario i suoi avversari interni, ed anche qualche amico sprovveduto, lo avevano aiutato a perdere il 4 marzo sul terreno troppo a lungo sottovalutato della politica sull’immigrazione. Che ha inciso più di ogni altro tema sulla campagna elettorale per il rinnovo delle Camere e su quelle successive: più ancora delle disuguaglianze sociali, delle pensioni, del lavoro.

            Avere confinato a destra, in termini politicamente e socialmente spregiativi, il problema delle “paure”, a cominciare da quella degli sbarchi degli immigrati dall’Africa praticamente esclusivi sulle coste italiane, è stata semplicemente una follia. E liquidare sempre a destra, come una deprecabile pratica “sovranista”, ogni rischio di cosiddetto isolamento nell’Unione Europea che si correrebbe incalzando sul tema della solidarietà governi e paesi che vi si sottraggono senza bisogno di alzare materialmente dei muri, come pure è avvenuto e avviene, è anch’essa una follia. Che sta facendo le fortune politiche ed elettorali di Matteo Salvini e della sua Lega, e di ciò che sarà il nuovo centrodestra a trazione leghista quando cesserà la transizione del governo gialloverde di Giuseppe Conte. Già, perché l’ alternativa a questa esperienza sarà solo il centrodestra salviniano, viste le condizioni nelle quali si è messa da sola la sinistra con le sue fobie.

            L’unico nel Pd guidato da Renzi, e nel governo presieduto nella scorsa legislatura da Paolo Gentiloni, ad avvertire la vera portata del problema dell’immigrazione, denunciando i rischi che poteva correre “la democrazia”, fu il ministro dell’Interno Marco Minniti, un piddino di provenienza comunista. Fu sua la svolta avviata ma non conclusa con la decisione di trattare anche con le tribù libiche per contenere il traffico di carne umana che si svolgeva da quelle parti indirizzando in Italia tutti i disperati in fuga da guerre e miseria, e caduti nelle trappole della peggiore delle malavite possibili.

            La svolta di Minniti, concretizzatasi in una fortissima riduzione degli sbarchi di cui ora il presidente francese si fa forte per negare la crisi denunciata da Salvini, rimase incompiuta perché l’allora ministro dell’Interno fu trattenuto dal suo stesso partito nel tentativo, funzionale invece al cambiamento di rotta, di chiarire bene i rapporti tra i trafficanti di carne umana sopravvissuti alla stretta e le organizzazioni non governative di soccorso. Che andavano e continuano ad andare a raccogliere, spesso su appuntamento, nelle acque libiche i disperati spintivi su mezzi da rottamazione dai loro aguzzini.

            A capeggiare la rivolta o resistenza a Minniti, contestando l’ipotesi di una chiusura dei porti italiani almeno alle più sfacciate di quelle organizzazioni, fu il suo compagno di partito Graziano Delrio, allora ministro delle Infrastrutture, e quindi anche dei porti, e ora capogruppo del Pd alla Camera. Che da cattolico di sinistra volle e vorrebbe ancora essere più cattolico e “buonista” del Papa, il quale riconosce che l’accoglienza si coniuga con il realismo, cioè con la capienza.

            In quello scontro fra Minniti e Delrio, all’origine -ripeto- delle attuali fortune elettorali leghiste, e di risulta anche grilline, al netto dei mal di pancia esistenti in materia nel movimento delle 5 stelle, Gentiloni a Palazzo Chigi e Renzi al Nazareno scelsero Delrio. Lo vogliamo riconoscere o no ?

           Eppure qualche giorno fa il presidente ancora in carica del Pd, Matteo Orfini, ha detto che se un errore è ancora imputabile al suo partito, e di cui lui si sente responsabile per omissione di denuncia, o qualcosa di simile, è di avere accettato la lettura “di destra” del tema immigratorio data da Minniti l’anno scorso, quando l’allora ministro dell’Interno interruppe una missione negli Stati Uniti per tornare al Viminale e fronteggiare l’emergenza degli sbarchi di immigrati sulle coste italiane esplosa in quelle ore. Se sbagliare è umano, come dice un vecchio proverbio, perseverare è diabolico.

 

 

Ripreso da http://www.smartmag.it

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