Chi potrà più fermare Matteo Salvini dopo i ballottaggi comunali ?

            Prima di partire per la Libia in qualità non -o non ancora- di ministro degli Esteri ma di ministro dell’Interno per trattare le misure necessarie a contenere ulteriormente il traffico schiavista dei migranti su quelle coste, Matteo Salvini ha voluto tuittare la sua comprensibile e giustificata soddisfazione per i risultati dei 75 ballottaggi comunali, di cui una ventina di particolare rilievo politico, che hanno appena concluso la lunga stagione elettorale di questo 2018.

            “Storiche vittorie della Lega -ha digitato il leader del Carroccio- in Comuni amministrati dalla sinistra da decenni. Grazie. Più la sinistra insulta, più i cittadini ci premiano. Prima gli italiani, io non mi fermo”. Già, chi lo ferma Salvini? Non certamente Silvio Berlusconi, che pur stando all’opposizione del governo,  grazie a lui può partecipare alla festa politica del centrodestra per la conquista di storiche roccaforti rosse in Toscana e Umbria, come Pisa, dove erano corsi insieme a sostenere il loro Pd Walter Veltroni e Paolo Gentiloni, Massa, Siena e Terni.

            Né sembrano in grado di fermare Salvini i suoi temporanei alleati pentastellati di governo, per quanto in festa pure loro per le modeste “conquiste” di Avellino e di Imola, con cui si sono consolati della perdita, invece, di Ragusa, in Sicilia, e delle generali emorragie di voti.

            Pur con la paura, cresciuta dopo i ballottaggi, di dover pagare un prezzo elettorale sempre più alto alla loro alleanza con i leghisti, i grillini ben difficilmente potranno contenere l’espansione politica di un Salvini per niente tentato dalla prospettiva, accarezzata dal Movimento delle 5 Stelle all’inizio della loro avventura di governo, di staccarlo dal centrodestra. Che cresce addirittura impetuosamente a trazione leghista, a meno che in Forza Italia non scoppino risse come quella a Imperia. Dove il governatore appunto forzista della Liguria, Giovanni Toti, ha  fatto una guerra personale, o quasi, all’ex ministro Claudio Scajola perdendola per poco più di 600 voti, come lo stesso Toti ha cercato di consolarsi della sconfitta del candidato ufficiale del centrodestra  a sindaco Luca Lanteri.

           Per tornare alla politica di livello nazionale, sarà più facile, fra qualche mese, prima o dopo le elezioni europee della primavera dell’anno prossimo, una rottura dei leghisti con i grillini piuttosto che il contrario. Argomenti o pretesti non ne mancherebbero di certo, specie quando verranno davvero al pettine i nodi finanziari delle riforme pentastellate, che peraltro variano di dimensioni e di contenuti di settimana in settimana, se non di giorno in giorno.

           Lo ha dimostrato, fra l’altro, la disinvoltura con la quale, pur di cercare di fare quadrare i conti grillini, il vice presidente del Consiglio ha abbassato a 4000 il tetto dei 5000 euro netti al mese indicati nel discorso programmatico del presidente del Consiglio alle Camere per gli interventi sulle cosiddette pensioni d’oro. A proposito delle quali va ricordato che lo “scandalo” nacque anni fa per i 90 mila euro mensili percepiti da un signore esposto al pubblico ludibrio, nella presunzione che non avesse versato contributi sufficienti per giustificare quella somma, ma si è poi esteso a chi quei 90 mila euro, sempre di pensione, li percepisce non al mese ma all’anno, lasciandone peraltro quasi la metà al fisco.

            Su questo terreno, per esempio, sarà difficile che i leghisti seguiranno sino in fondo le disinvolture grilline. Ma ancora più difficile sarà per i grillini smarcarsi, come pure vorrebbe il loro presidente della Camera Roberto Fico, dalla linea dei leghisti sull’immigrazione.

            Non a caso nel vertice europeo appena svoltosi a Bruxelles il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accettato dai leghisti ma scelto dai grillini, ha avuto uno scontro col presidente francese Emmanuel Macron proprio su Salvini. Che, attaccato appunto da Macron nella presunzione francese, evidentemente, di dividere gli interlocutori italiani sul fronte ora più caldo dell’Unione Europea, che è quello dell’immigrazione, è stato difeso da Conte con la precisazione di condividerne l’intransigente richiesta di cambiare registro nella gestione dei soccorsi e degli sbarchi dei migranti. E ciò senza lasciarsi paralizzare e tanto meno minacciare dalle organizzazioni volontarie che con le loro navi, battenti peraltro bandiere contestate dagli Stati di riferimento, reclamano il diritto-dovere, per scopi umanitari, di andare a raccogliere in acque libiche i disperati imbarcati dai trafficanti di carne umana su mezzi in grado di navigare per qualche frazione di ora.

 

 

 

    

Ripreso da www.startmag.it            

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