Anche l’alleanza grillo-leghista inciampa nei rapporti con la magistratura

            Altro che le divergenze sui temi economici, finanziari e migratori, pur esistenti ed emerse anche rumorosamente in occasione del varo del cosiddetto “decreto dignità” e delle sortite del presidente grillino della Camera, Roberto Fico, contro la linea dura della Lega sugli sbarchi dei clandestini. Il rapporto di governo fra grillini e leghisti è stato lesionato, e di brutto, nelle ultime ore sul terreno della giustizia: sempre quello, già costato un sacco al centrodestra, pur a ruoli rovesciati, con la Lega allora in difesa dei magistrati e contro la linea di attacco di Forza Italia. Ora è la Lega ad attaccare le toghe, come il partito di Silvio Berlusconi una volta, e il Movimento 5 Stelle a difenderle, come i leghisti di prima maniera.

            E’ indimenticabile lo spettacolo penoso dell’estate del 1994, quando bastò un mezzo proclama televisivo dei magistrati della Procura di Milano per svegliare la Lega e farle scoprire la “nefandezza” di un decreto legge, pur firmato anche dal ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni, ma soprattutto convalidato dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che aveva appena ristretto le maglie del ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Il quasi esordiente Cavaliere a Palazzo Chigi e il guardasigilli Alfredo Biondi per evitare la crisi, che però scoppiò lo stesso dopo qualche mese sul problema delle pensioni, dovettero rinunciare alla conversione in legge del provvedimento.

            Lo scontro fra i due partiti dell’attuale governo si sta consumando attorno all’ordinanza con la quale la Corte di Cassazione ha consentito la ricerca e il  sequestro dei conti della Lega per restituire allo Stato i 49 milioni di euro che gli sarebbero stati sottratti, con l’uso distorto del finanziamento pubblico, durante la gestione politica di Umberto Bossi, e finanziaria di Francesco Belsito. Entrambi condannati, di certo, ma solo in primo grado. In appello essi potrebbero invece farla franca, se la Lega nella gestione Salvini continuasse a disinteressarsi giudiziariamente della truffa contestata in prima istanza alla precedente dirigenza.

            Poiché quello della Cassazione, in merito alla sequestrabilità dei conti della Lega, è un giudizio di ultima istanza, contro il quale non è possibile un ricorso giudiziario, Salvini e i suoi collaboratori, di partito e di governo, hanno imboccato la strada politica. E si sono rivolti al presidente della Repubblica, che per Costituzione è anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per denunciare il torto “politico” che avrebbero subìto dalle toghe con una sospetta e inquietante coincidenza: proprio mentre la Lega, salendo nei sondaggi e sorpassando gli alleati grillini, prenota il primo posto nella graduatoria elettorale dei partiti. E darebbe ancora più  “fastidio” a troppa gente, anche in toga.

            Le reazioni negative dei pentastellati alle proteste leghiste, e al tentativo di coinvolgervi il capo dello Stato, non sono mancate. “Le sentenze si rispettano”, ha commentato laconicamente il dirimpettaio di Salvini nel governo, cioè il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. “Toni inaccettabili”, ha reagito il Consiglio Superiore della Magistratura con un comunicato nel quale non può non riconoscersi il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede. Non parliamo poi dei commenti dei grillini nei corridoi parlamentari, dove traspare la voglia di profittare dell’occasione per marcare le distanze dall’alleato troppo ingombrante o invasivo su tanti aspetti dell’azione di governo, anche se sul terreno giudiziario pure  i pentastellati hanno avuto e hanno i loro guai: per esempio, a Roma con l’arresto del loro consulente da fiore all’occhiello, ed ex presidente dell’Acea, Luca Lanzalone per i rapporti col costruttore Luca Parnasi e gli affari del progettato stadio giallorosso a Tor di Valle.

          Corriere.jpg  Ma il modo in cui il dissenso grillino sinora si è espresso, e potrebbe allargarsi, non è bastato al vigilantissimo Corriere della Sera, che è intervenuto con un commento di Luigi Ferrarella, richiamato naturalmente in prima pagina, per lamentare “troppe amnesie” di fronte allo “strappo” di Salvini e della Lega contro la magistratura.

           L’amnesia che più ha sorpreso e infastidito il giornalone di via Solferino è quella del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, invitato pertanto a uscire allo scoperto contro Salvini. Che naturalmente si è guadagnato su tutta la prima pagina del Fatto Quotidiano l’accusa di correre “al Colle per i soldi”, cioè per il malloppo, come forse il giornale di Travaglio avrebbe titolato se il conto delle battute glielo avesse graficamente permesso o, e forse soprattutto, se i leghisti non fossero gli alleati di governo dei grillini.

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