Dal Foglio cattive notizie per il portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

            Claudio Cerasa, palermitano di 36 anni, da tre direttore del Foglio fondato nel 1996 da Giuliano Ferrara con l’aiuto di Silvio Berlusconi, di cui era stato ministro per i rapporti col Parlamento nel governo affondato dai leghisti di Umberto Bossi in pochi mesi, sarà pure un ragioniere, come gli rimprovera spesso fantozzianamente sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che diffida, diciamo così e chissà perché, di questa pur benemerita categoria di diplomati. Ma il giovanotto si è rivelato un eccellente polemista nella replica che, rispondendo ad una domandina autoconfezionatasi nella rubrica della posta, ha opposto all’annuncio della chiusura del suo giornale fatto con sedicente spirito di scherzo al fogliante Salvatore Merlo da Rocco Casalino. Che è addirittura il capo dell’ufficio stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Al quale vorrei esprimere, se non ne fossi trattenuto dal fatto che non lo conosco, tutta la mia comprensione per una scelta così ardimentosa suggeritagli dai dirigenti del movimento delle 5 stelle portandolo a Palazzo Chigi.

            Oltre a ribadire la linea antigrillina del suo giornale, elencandone nel dettaglio tutte le buone ragioni che ritiene rafforzate dalle prove di governo che ministri e sottosegretari pentastellati stanno dando, Cerasa ha regalato a Casalino un abbonamento al quotidiano. E soprattutto gli ha anticipato l’annuncio di una permanente edizione domenicale e sportiva del Foglio. Che così dal 19 agosto potrà arrivare in tutti i giorni della settimana, e non solo in sei,  nelle pur selezionate edicole dove è già presente.

            Ciò accadrà col consenso e con i soldi -ritengo- dell’editore attuale del Foglio Valter Mainetti. Una cui recente lettera motivata di dissenso dalla linea del giornale, pubblicata e commentata dal direttore sotto lo spiritoso titolo de La voce del padrone, può avere forse indotto il collaboratore del presidente del Consiglio ad aspettarsene la chiusura, sia pure per scherzo, come -ripeto- ha puntualizzato l’interessato. Il cui umore quindi continuerà ad essere disturbato almeno per un po’ a Palazzo Chigi, e fra un mese per ogni sacrosanto giorno della settimana, dal giornale del “ragioniere”, per tornare a Travaglio.  

Grillo offre un diversivo alle difficoltà del governo: l’abolizione delle carceri

            Da professionista dello spettacolo com’è rimasto anche dopo avere applicato la sua specialità alla politica italiana, sconvolgendola ancor più di quanto non avessero fatto i magistrati più di 25 anni fa con le indagini su Tangentopoli, Beppe Grillo ha cercato di convogliare sulle carceri l’attenzione pericolosamente concentrata sull’immigrazione dall’alleato Matteo Salvini. Che sta rischiando il naufragio non dei migranti trattenuti un giorno sì e l’altro pure sulle navi che li trasportano verso le coste siciliane, a volte anche militari e battenti bandiera italiana, ma del governo di cui è vice presidente e ministro dell’Interno.

             Le invadenze di campo e la confusione istituzionale sono ormai tali che il presidente della Repubblica ha suonato l’allarme mettendo in riga, per adesso, almeno il presidente del Consiglio. Il quale però stenta a mettere a sua volta in riga Salvini, che ha scoperto con dichiarato stupore di non avere competenze sull’uso delle manette.

            In questo quadro caotico, per non parlare dei conflitti continui, seppur negati, fra il ministro dell’Economia e il vice presidente grillino del Consiglio che confeziona decreti e quant’altro senza le necessarie coperture finanziarie, il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro del Movimento delle 5 stelle ha lanciato sul suo blog “personale” – esiste anche questa distinzione nello spettacolo della politica italiana- il tema delle carceri troppo affollate e dannose. Che, in attesa di una società  abbastanza grillinizzata da non avere più senza bisogno di sbarre, andrebbero quanto meno alleggerite col ricorso alle cosiddette misure alternative.  Sono probabilmente le stesse che il precedente governo aveva messo in cantiere con una riforma penitenziaria bloccata però dal nuovo guardasigilli Alfonso Bonafede: un grillino abbastanza influente dalle sue parti, tanto da avere scoperto da allievo il professore Giuseppe Conte e da averlo indicato con successo al suo partito, agli alleati e al pur recalcitrante capo dello Stato per la carica di capo del governo enfaticamente chiamato “del cambiamento”.

            Chissà cosa avrà detto il povero Bonafede leggendo l’ultima sortita del suo Beppe Grillo. Che, per quanto -ripeto- personale, dovrebbe averlo messo in imbarazzo come ministro della Giustizia insediatosi in via Arenula protestando contro il predecessore troppo preoccupato per le condizioni di disagio dei detenuti e smanioso, secondo lui, di sacrificare il principio della “certezza” della pena.

            Ingroia.jpgFra le prime reazioni al diversivo lanciato da Grillo nelle acque agitate della maggioranza e del governo si è distinta quella dell’ex magistrato -e che magistrato- Antonio Ingroia. Che non ha soltanto condiviso ma spiegato più compiutamente, e con disarmante chiarezza, lo spirito delle improvvise aperture del comico genovese allo sfollamento delle carceri. Esse -si è doluto Ingroia- sono troppo piene di detenuti da “disagio e marginalità” e non abbastanza  di “corrotti e mafiosi”.

            Derivano probabilmente da disagio e marginalità, secondo l’ex pubblico ministero ora avvocato, gli omicidi, le rapine, i furti, le truffe e simili. I detenuti per questi reati possono essere compatiti e aiutati ad uscire, senza obbligarli alle evasioni di cui i giornali -si è doluto ancora Ingroia- riferiscono sempre in modo troppo “enfatico”. Per gli altri il discorso può invece cambiare.  Delle loro celle, una volta chiuse e complete di detenuti, spesso in attesa di giudizio,  si possono pure buttare via le chiavi.

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