Ai ferri corti Matteo Salvini e la Commissione Europea sui migranti

            Per ora si sono presi degli “ipocriti”, ma il conflitto apertosi a Bruxelles tra “quelli” della Commissione Europea, come li chiama il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, e il nuovo governo italiano sull’immigrazione potrebbe salire di tono, e di iniziative.

            A fare imbestialire Salvini è stato l’annuncio della Commissione Europea contro la linea adottata a Roma di lasciare soccorrere i naufraghi nelle acque libiche dalla polizia locale, fornita dei necessari mezzi di sorveglianza proprio dal nostro Paese. O di consegnarli ad esse se soccorsi da altri mezzi, ai quali in caso contrario non sarebbe permesso l’accesso ai porti italiani per le operazioni di sbarco, salvo che concorrano ad accoglierli immediatamente anche altri paesi europei, senza lasciarli tutti a nostro carico.

            La Commissione di Bruxelles, come ha spiegato la portavoce Natasha Bertaud, non considera sicuri i porti della Libia,  e la Libia più in generale, dove i naufraghi -per ciò stessi compresi nella decisione di fuggirne- rischiano nuove tragedie.

            A spiegare e rafforzare la posizione della Commissione, quando già Salvini aveva cominciato a protestare da Mosca, dove si trovava ancora per il viaggio compiuto a sue spese in occasione della finale dei campionati mondiali di calcio, è stata la quasi ministra degli Esteri della stessa commissione, l’italiana Federica Mogherini. Che ha definita non politica ma “giuridica”, e sostanzialmente obbligata, la posizione di Bruxelles richiamandosi ad una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, negativa sulle condizioni di affidabilità e sicurezza della Libia.

            Già indispettito dall’intervento della pur sempre connazionale Mogherini, mandata a Bruxelles dal governo di Matteo Renzi, di cui era ministra degli Esteri, Salvini è andato su tutte le furie quando gli esperti gli hanno rivelato la data non proprio recente di quella sentenza della Corte Europea: il 2012, ben sei anni fa. Nel frattempo le condizioni della Libia saranno rimaste critiche, per carità, ha ragionato il ministro dell’Interno italiano, ma è cambiato di parecchio il contesto.

             In particolare, è’ stato formato in Libia un governo riconosciuto e garantito dall’Onu. E con questo governo sono stati trattati e conclusi accordi,  non solo da parte italiana, con il coinvolgimento della stessa Commissione Europea. E altri stanno maturando proprio per fermare le ondate di fuga dalle coste libiche gestite da odiosi trafficanti di carne umana chiamati comunemente e sbrigativamente “scafisti”. Dei quali pertanto Salvini ritiene che divengano “complici”, come ha ribadito da Mosca, tutti quelli che di fatto ne consentono il losco commercio.

            “O si cambia o procederemo da soli”, ha annunciato il ministro dell’Interno, chiedendo quindi una revisione della linea della Commissione Europea e confermando al tempo stesso le direttive impartite al suo arrivo al Viminale. In forza delle quali i naufraghi in acque libiche vanno lasciati alla gestione di quel Paese, cui quindi vanno consegnati quando sono soccorsi da altre navi.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, peraltro premuto dall’attività di “persuasione” del presidente della Repubblica, poco o per niente convinto di quanto sta accadendo anche davanti alle coste italiane, ha ora un’altra grana da gestire. E che grana.

Le celle di Grillo socchiuse sotto le stelle, quelle di Bonafede serrate

Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, come già aveva fatto prima, durante e dopo la campagna elettorale il “capo” del Movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio, è caduto nella tentazione di liquidare come opinioni “personali” quelle che Beppe Grillo espone ogni tanto sul suo blog, ora ben distinto d’altronde da quello del partito.

Questa volta Grillo, anche a costo di guadagnarsi un benvenuto da Piero Sansonetti fra i sostenitori della riforma penitenziaria predisposta dal governo di Paolo Gentiloni, ha spiazzato i suoi con la denuncia del superaffollamento delle carceri e con la condivisione delle pene alternative per sfoltirle. E nella speranza -sempre l’ultima a morire, si sa-  che maturino davvero i tempi per fare a meno degli istituti dove oggi marciscono quelli che pure dovrebbero passarvi per essere “rieducati”, secondo l’articolo 27 della Costituzione.

Ebbene, sono proprio le misure alternative al carcere previste dalla riforma penitenziaria quelle che, prima ancora di arrivare in via Arenula come guardasigilli, avevano fatto storcere il naso e non so cos’altro a Bonafede. Che, approdato nel governo, ne ha bloccato il percorso difendendo il principio della certezza della pena in concorrenza con gli alleati leghisti.

Il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro sia diventato Beppe Grillo nel movimento arrivato al governo con la rapidità delle sue bracciate di nuotatore non si è lasciato fermare dalla sorpresa del suo amico guardasigilli. Egli ha aperto la 24.ma settimana del suo blog –“ufficiale” ma, ripeto, personale- riproponendo in poche righe il tema di “Un mondo senza carceri”. Basta cliccare sulla parola rossa del richiamo per rileggersi nel dettaglio le sue riflessioni dei giorni scorsi. “Il sistema punitivo che stiamo adottando -ha riassunto Grillo coinvolgendo con quel plurale anche il suo amico Bonafede, credo- è antico come il mondo, ma soprattutto non funziona”.

C’è tuttavia qualcuno che condivide in modo assai curioso il ragionamento del fondatore del movimento delle 5 stelle, o della strana banda musicale che è diventata con i tanti che suonano ciascuno per conto suo.

Antonio Ingroia, per esempio, che non manca mai di una certa urticante franchezza, anche adesso che non è più magistrato -e che magistrato- ma fa l’avvocato ed ha scoperto, come egli stesso ha più volte raccontato, la parte nascosta del pianeta della giustizia frequentato per tanti anni da pubblico ministero, si è doluto con Il Dubbio della qualità e non della quantità della frequentazione carceraria.

Mi ha colpito, in particolare, il passaggio della sua intervista in cui Ingroia ha detto a Errico Novi che “da noi la percentuale di corrotti e di mafiosi negli istituti di pena è bassissima”. Alta, troppo alta, intollerabilmente alta sarebbe invece quella di chi ha commesso reati -o è solo accusato, aggiungerei, di averli commessi- “in condizioni di disagio e di marginalità”. Che con la pena detentiva “si incancreniscono” e rendono probabile che chi esce dal carcere vi ritorni, per giunta con la complicità di quei giornali che riferiscono “con troppa enfasi” dei “rari casi di evasione dai domiciliari o dai regimi di semilibertà”.

Tolti “i corrotti e i mafiosi”, condannati ma più spesso in attesa di giudizio, e di frequente assolti senza che nessuno chieda loro uno straccio di scuse, i detenuti da disagio e marginalità dovrebbero essere quelli per droga ma anche per omicidi, rapine, furti. Ebbene, qui ho una certa difficoltà a seguire l’ex pubblico ministero Ingroia. E chiedo all’avvocato che ne ha preso il posto se sia giusto confinare gli altri, cioè gli accusati di corruzione e di mafia, al netto delle assoluzioni confinate nelle pagine interne dei giornali, in un’area a dir poco di indifferenza, come ha finito per fare lui, volente o nolente. Di costoro non vorrei che si potesse pensare e dire che se diventassero finalmente tanti, superaffollando solo loro le carceri italiane, potremmo pure disinteressarci del problema. E accettare l’idea che, riempite ben bene le celle di questi detenuti, se ne possano o addirittura se ne debbano buttar via le chiavi.

Quello delle chiavi delle celle da buttare è il sogno -si sa- dei manettari e giustizialisti. Che in questi ultimi tempi si sono sentiti incoraggiati -spero più a torto che a ragione- dalla nascita del cosiddetto governo del cambiamento, ma alla rovescia, visto il già ricordato blocco subìto dalla riforma penitenziaria. Che neppure il presidente grillino della Camera Roberto Fico è riuscito ad evitare, per quanti tentativi abbia compiuto nelle more della crisi di governo, e forse anche dopo, ricevendo delegazioni e promuovendo riunioni.

Non a caso, pur parlando anche lui del carattere “personale” della sortita di Grillo, il titolare della terza carica dello Stato ha mostrato di condividerla rispondendo ai  giornalisti durante una visita al carcere di Poggioreale. Fico ha anzi avvertito sulla questione l’apertura di un “dibattito”. Altro che la frettolosa e infastidita liquidazione del problema, preferita da altri nel movimento, come la solita, stravagante “provocazione” di un comico prestato alla politica, o addirittura alla pre-politica dopo le distanze che lui stesso ne ha preso.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑