Le celle di Grillo socchiuse sotto le stelle, quelle di Bonafede serrate

Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, come già aveva fatto prima, durante e dopo la campagna elettorale il “capo” del Movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio, è caduto nella tentazione di liquidare come opinioni “personali” quelle che Beppe Grillo espone ogni tanto sul suo blog, ora ben distinto d’altronde da quello del partito.

Questa volta Grillo, anche a costo di guadagnarsi un benvenuto da Piero Sansonetti fra i sostenitori della riforma penitenziaria predisposta dal governo di Paolo Gentiloni, ha spiazzato i suoi con la denuncia del superaffollamento delle carceri e con la condivisione delle pene alternative per sfoltirle. E nella speranza -sempre l’ultima a morire, si sa-  che maturino davvero i tempi per fare a meno degli istituti dove oggi marciscono quelli che pure dovrebbero passarvi per essere “rieducati”, secondo l’articolo 27 della Costituzione.

Ebbene, sono proprio le misure alternative al carcere previste dalla riforma penitenziaria quelle che, prima ancora di arrivare in via Arenula come guardasigilli, avevano fatto storcere il naso e non so cos’altro a Bonafede. Che, approdato nel governo, ne ha bloccato il percorso difendendo il principio della certezza della pena in concorrenza con gli alleati leghisti.

Il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro sia diventato Beppe Grillo nel movimento arrivato al governo con la rapidità delle sue bracciate di nuotatore non si è lasciato fermare dalla sorpresa del suo amico guardasigilli. Egli ha aperto la 24.ma settimana del suo blog –“ufficiale” ma, ripeto, personale- riproponendo in poche righe il tema di “Un mondo senza carceri”. Basta cliccare sulla parola rossa del richiamo per rileggersi nel dettaglio le sue riflessioni dei giorni scorsi. “Il sistema punitivo che stiamo adottando -ha riassunto Grillo coinvolgendo con quel plurale anche il suo amico Bonafede, credo- è antico come il mondo, ma soprattutto non funziona”.

C’è tuttavia qualcuno che condivide in modo assai curioso il ragionamento del fondatore del movimento delle 5 stelle, o della strana banda musicale che è diventata con i tanti che suonano ciascuno per conto suo.

Antonio Ingroia, per esempio, che non manca mai di una certa urticante franchezza, anche adesso che non è più magistrato -e che magistrato- ma fa l’avvocato ed ha scoperto, come egli stesso ha più volte raccontato, la parte nascosta del pianeta della giustizia frequentato per tanti anni da pubblico ministero, si è doluto con Il Dubbio della qualità e non della quantità della frequentazione carceraria.

Mi ha colpito, in particolare, il passaggio della sua intervista in cui Ingroia ha detto a Errico Novi che “da noi la percentuale di corrotti e di mafiosi negli istituti di pena è bassissima”. Alta, troppo alta, intollerabilmente alta sarebbe invece quella di chi ha commesso reati -o è solo accusato, aggiungerei, di averli commessi- “in condizioni di disagio e di marginalità”. Che con la pena detentiva “si incancreniscono” e rendono probabile che chi esce dal carcere vi ritorni, per giunta con la complicità di quei giornali che riferiscono “con troppa enfasi” dei “rari casi di evasione dai domiciliari o dai regimi di semilibertà”.

Tolti “i corrotti e i mafiosi”, condannati ma più spesso in attesa di giudizio, e di frequente assolti senza che nessuno chieda loro uno straccio di scuse, i detenuti da disagio e marginalità dovrebbero essere quelli per droga ma anche per omicidi, rapine, furti. Ebbene, qui ho una certa difficoltà a seguire l’ex pubblico ministero Ingroia. E chiedo all’avvocato che ne ha preso il posto se sia giusto confinare gli altri, cioè gli accusati di corruzione e di mafia, al netto delle assoluzioni confinate nelle pagine interne dei giornali, in un’area a dir poco di indifferenza, come ha finito per fare lui, volente o nolente. Di costoro non vorrei che si potesse pensare e dire che se diventassero finalmente tanti, superaffollando solo loro le carceri italiane, potremmo pure disinteressarci del problema. E accettare l’idea che, riempite ben bene le celle di questi detenuti, se ne possano o addirittura se ne debbano buttar via le chiavi.

Quello delle chiavi delle celle da buttare è il sogno -si sa- dei manettari e giustizialisti. Che in questi ultimi tempi si sono sentiti incoraggiati -spero più a torto che a ragione- dalla nascita del cosiddetto governo del cambiamento, ma alla rovescia, visto il già ricordato blocco subìto dalla riforma penitenziaria. Che neppure il presidente grillino della Camera Roberto Fico è riuscito ad evitare, per quanti tentativi abbia compiuto nelle more della crisi di governo, e forse anche dopo, ricevendo delegazioni e promuovendo riunioni.

Non a caso, pur parlando anche lui del carattere “personale” della sortita di Grillo, il titolare della terza carica dello Stato ha mostrato di condividerla rispondendo ai  giornalisti durante una visita al carcere di Poggioreale. Fico ha anzi avvertito sulla questione l’apertura di un “dibattito”. Altro che la frettolosa e infastidita liquidazione del problema, preferita da altri nel movimento, come la solita, stravagante “provocazione” di un comico prestato alla politica, o addirittura alla pre-politica dopo le distanze che lui stesso ne ha preso.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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