L’inquietante processo alla memoria, e alle spalle, di Sergio Marchionne

            Continua, ahimè, un curioso processo a Sergio Marchionne dopo la morte a Zurigo. Se ne sta occupando la Consob, l’Autorità di controllo sulla Borsa, per le fluttuazioni dei titoli della FCA verificatisi nei suoi ultimi giorni di vita, quando i vertici del gruppo dichiararono di avere appreso delle sue terminali condizioni di salute e provveduto alla sostituzione come amministratore delegato, senza aspettarne la morte.

            La verifica, come si chiama eufemisticamente l’indagine avviata dalla Consob, riguarda in pratica l’attendibilità della sorpresa manifestata dal gruppo automobilistico di fronte alla notizia diffusa dall’ospedale universitario di Zurigo che Marchionne fosse in cura “da oltre un anno per una grave malattia”. Che pertanto l’amministratore delegato avrebbe nascosto al gruppo, con la complicità della sua compagna di vita Manuela Battezzato, dipendente anch’essa di FCA.

            Si deve essere creato un clima di preoccupazione, temendo chissà quali problemi, in quello che fu l’entourage aziendale di Marchionne se il suo fidato Alfredo Altavilla, peraltro dimessosi da responsabile del gruppo per l’Europa, si è affrettato a precisare di non avere mai saputo neppure lui delle “gravi condizioni” dell’amico e superiore.

            pullvoer.jpgIntanto c’è chi fa, sempre dopo la morte, le pulci ai conti di Marchionne contestandone il vanto di avere azzerato i debiti del gruppo. Il Fatto Quotidiano gli ha contestato in apertura della prima pagina di avere invece lasciato debiti ancora per 16 miliardi di euro. E lo ha soprannominato in morte “Mister Pullover”: quello, di pullover, che sempre il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha fatto sventolare a mezz’asta in una vignetta, alla notizia della morte, con uno spirito meglio decifrabile -e più esecrabile- alla luce dello scoop appena vantato sulla effettiva eredità lasciata alla FCA dal suo ex amministratore delegato. E’ la stampa, bellezza, avranno forse voglia di dire da quelle parti scimmiottando l’Humphrey Bogart di Casablanca.

Le previsioni di “Atlante” Giorgetti sull’autunno del governo gialloverde

            Sul governo e sulla sua maggioranza già in affanni per conto loro, con leghisti e grillini che ogni giorno riescono a trovare qualcosa su cui dividersi, anche sul terreno sempre scivoloso delle nomine, dove il fenomeno delle lottizzazioni si sta prendendo le sue più urticanti rivincite su chi aveva promesso di eliminarlo, è caduto tramite il Corriere della Sera un grave monito del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Sulla cui scrivania a Palazzo Chigi passano tutti i dossier prima di arrivare, quando vi arrivano, al presidente Giuseppe Conte.

            richiamo Giorgetti.jpgI leghisti, suoi compagni di partito, chiamano “Atlante”, per il peso che grava sulle sue spalle,  l’uomo che Matteo Salvini ha voluto in quella postazione chiave del governo, fidandosene al cento per cento.  Ebbene, salvo smentite, il sottosegretario del Carroccio va avvertendo in questi giorni nelle stanze dove si cercano i soliti compromessi sulle altrettanto solite beghe di potere e di contratto, come viene chiamato il documento programmatico concordato con i grillini, che “tra fine agosto e inizio settembre i mercati si metteranno a bombardare”. Le virgolette sono quelle usate da Francesco Verderami, come se gli fosse capitato di ascoltare quelle parole con le proprie orecchie.

              “Facciamoci trovare pronti”, consiglia evangelicamente Giorgetti guardando il Crocifisso ora caro ai legisti e pensando alla ineludibile legge di stabilità, ex finanziaria. Che  sarà per questo governo ancor più che per quelli precedenti come il pettine per i nodi dei capelli.

            L’immagine che il Corriere ha attribuito a Giorgetti è quella dell’”ombrello”, da tenere a portata di mano per proteggersi dalla pioggia, direi dal temporale in arrivo perché “quanto è accaduto in passato accadrà anche a noi”. Intanto però leghisti e grillini usano l’onbrello per colpirsi a vicenda, preoccupati di dimostrare ai propri elettori chi ce l’ha più duro, il manico.

 

 

Ripreso da http://www.smartmag.it

Alla caccia degli untori dei nostri giorni, sulle tracce indicate al Quirinale

Mi sono chiesto, sentendo il presidente della Repubblica alla televisione nella cerimonia del ventaglio della stampa parlamentare al Quirinale, chi possano essere oggi gli untori che gli hanno fatto tornare alla mente quelli della peste di Milano descritti nei Promessi Sposi da Alessandro Manzoni. Quegli untori -ha ricordato Sergio Mattarella rileggendo il più bel romanzo italiano- fecero degradare a tal punto il “senso comune” da fare nascondere dietro la paura il “buon senso”.

Mi è venuto fuori un elenco desolante di uomini e partiti che non affollano purtroppo l’opposizione ma la maggioranza di governo, per cui mi sento un po’ circondato da una peste politica e sociale  di cui molti forse neppure si rendono conto, tanto sono immersi nella indifferenza giustamente odiata da Antonio Gramsci nel lontano 1917.  L’Italia era ancora insanguinata dalla prima guerra mondiale e già si avviava, inconsapevole, verso i drammi della vittoria mutilata e del fascismo.

Avverto come untori dei nostri disgraziati tempi i cultori e i praticanti dell’antipolitica: sia quelli che per disprezzo, stanchezza o indifferenza, appunto, disertano le urne sia quelli che vi accorrono per scommettere su chi è convinto che i partiti non servano più. O addirittura nuocciano al Paese. O su chi non vede l’ora che passino i pochi lustri ancora assegnati, bontà sua, da Davide Casaleggio al Parlamento, superato dall’avanzante democrazia digitale.

Avverto come untori quelli che liquidano come “privilegi rubati” i diritti legittimamente acquisiti e ne salutano l’abolizione, spesso pressocché totale, non rammaricandosi di un sacrificio imposto dalle mutate condizioni economiche ma compiacendosi dei danni comunque arrecati ai presunti grassatori e nemici del popolo.  Danni peraltro mai abbastanza compensati dai vantaggi promessi ai meno abbienti, viste le risorse pur sempre limitate che si presume di liberare con la terapia dei tagli e delle mutilazioni.

Avverto come untori quelli che non hanno pietà degli avversari neppure dopo la morte, come ho visto appena accadere attorno al povero Sergio Marchionne.

Avverto come untori quelli che continuano a scambiare gli avvisi di garanzia, a dispetto della loro stessa definizione, per condanne definitive, e non solo per rinvii a giudizio o condanne impugnabili.

Avverto come untori quelli che scambiano i concorrenti per nemici e, non sapendo più come combatterli,  ne storpiano i nomi e le biografie.

Avverto come untori quelli che vedono “la pacchia”  in un soccorso in mare ai migranti e ne annunciano trionfanti la fine, conoscendone peraltro bene il costo.

Avverto come untori i moralisti che disprezzano le lottizzazioni altrui e pretendono che vengano scambiate le loro per limpidi concorsi al merito.

Avverto come untori quelli che scambiano le opposizioni per lobby e considerano legittimi solo gli interessi degli amici, o delle loro clientele elettorali che vivono prevalentemente di risentimenti e rabbia.

Avverto come untori quelli che indicano nelle grandi opere solo occasioni di corruzione e di sperpero. E le selezionano con criteri non economici o sociali ma di orgoglio di parte, per cui -per esempio- la Tav, per stare alle cronache di questi giorni, può essere abbandonata, anche a costo di una crisi di governo e di penali per miliardi di euro, e la Tap no.

Avverto come untori quelli che un giorno annunciano il proposito di mandare davanti alla Corte Costituzionale per tradimento il capo dello Stato e il giorno dopo vanno a baciargli la pantofola.

Avverto come untori quelli che considerano intercambiabili in una trattativa di governo partiti fra di loro alternativi.

L’elenco potrebbe continuare. E la peste dei nostri giorni essere chiamata in mille modi. Ma mi fermo qui. E mi consolo all’idea che ogni tanto qualcuno di buona volontà, di buone letture e di “buon senso”  riesca a trovare il tempo, la voglia e -coi tempi che corrono- anche il coraggio di suonare l’allarme e di farci riflettere. O se, preferite, di smuoverci dall’indifferenza. Grazie, signor presidente della Repubblica. A presto, spero.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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