Alla caccia degli untori dei nostri giorni, sulle tracce indicate al Quirinale

Mi sono chiesto, sentendo il presidente della Repubblica alla televisione nella cerimonia del ventaglio della stampa parlamentare al Quirinale, chi possano essere oggi gli untori che gli hanno fatto tornare alla mente quelli della peste di Milano descritti nei Promessi Sposi da Alessandro Manzoni. Quegli untori -ha ricordato Sergio Mattarella rileggendo il più bel romanzo italiano- fecero degradare a tal punto il “senso comune” da fare nascondere dietro la paura il “buon senso”.

Mi è venuto fuori un elenco desolante di uomini e partiti che non affollano purtroppo l’opposizione ma la maggioranza di governo, per cui mi sento un po’ circondato da una peste politica e sociale  di cui molti forse neppure si rendono conto, tanto sono immersi nella indifferenza giustamente odiata da Antonio Gramsci nel lontano 1917.  L’Italia era ancora insanguinata dalla prima guerra mondiale e già si avviava, inconsapevole, verso i drammi della vittoria mutilata e del fascismo.

Avverto come untori dei nostri disgraziati tempi i cultori e i praticanti dell’antipolitica: sia quelli che per disprezzo, stanchezza o indifferenza, appunto, disertano le urne sia quelli che vi accorrono per scommettere su chi è convinto che i partiti non servano più. O addirittura nuocciano al Paese. O su chi non vede l’ora che passino i pochi lustri ancora assegnati, bontà sua, da Davide Casaleggio al Parlamento, superato dall’avanzante democrazia digitale.

Avverto come untori quelli che liquidano come “privilegi rubati” i diritti legittimamente acquisiti e ne salutano l’abolizione, spesso pressocché totale, non rammaricandosi di un sacrificio imposto dalle mutate condizioni economiche ma compiacendosi dei danni comunque arrecati ai presunti grassatori e nemici del popolo.  Danni peraltro mai abbastanza compensati dai vantaggi promessi ai meno abbienti, viste le risorse pur sempre limitate che si presume di liberare con la terapia dei tagli e delle mutilazioni.

Avverto come untori quelli che non hanno pietà degli avversari neppure dopo la morte, come ho visto appena accadere attorno al povero Sergio Marchionne.

Avverto come untori quelli che continuano a scambiare gli avvisi di garanzia, a dispetto della loro stessa definizione, per condanne definitive, e non solo per rinvii a giudizio o condanne impugnabili.

Avverto come untori quelli che scambiano i concorrenti per nemici e, non sapendo più come combatterli,  ne storpiano i nomi e le biografie.

Avverto come untori quelli che vedono “la pacchia”  in un soccorso in mare ai migranti e ne annunciano trionfanti la fine, conoscendone peraltro bene il costo.

Avverto come untori i moralisti che disprezzano le lottizzazioni altrui e pretendono che vengano scambiate le loro per limpidi concorsi al merito.

Avverto come untori quelli che scambiano le opposizioni per lobby e considerano legittimi solo gli interessi degli amici, o delle loro clientele elettorali che vivono prevalentemente di risentimenti e rabbia.

Avverto come untori quelli che indicano nelle grandi opere solo occasioni di corruzione e di sperpero. E le selezionano con criteri non economici o sociali ma di orgoglio di parte, per cui -per esempio- la Tav, per stare alle cronache di questi giorni, può essere abbandonata, anche a costo di una crisi di governo e di penali per miliardi di euro, e la Tap no.

Avverto come untori quelli che un giorno annunciano il proposito di mandare davanti alla Corte Costituzionale per tradimento il capo dello Stato e il giorno dopo vanno a baciargli la pantofola.

Avverto come untori quelli che considerano intercambiabili in una trattativa di governo partiti fra di loro alternativi.

L’elenco potrebbe continuare. E la peste dei nostri giorni essere chiamata in mille modi. Ma mi fermo qui. E mi consolo all’idea che ogni tanto qualcuno di buona volontà, di buone letture e di “buon senso”  riesca a trovare il tempo, la voglia e -coi tempi che corrono- anche il coraggio di suonare l’allarme e di farci riflettere. O se, preferite, di smuoverci dall’indifferenza. Grazie, signor presidente della Repubblica. A presto, spero.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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